Il declino industriale italiano si vede bene da un ponte malandato all’uscita di Siracusa, strada provinciale, direzione nord. Colpo d’occhio su Priolo, Melilli, fino alla rada di Augusta: trenta chilometri di costa e una successione di ciminiere, tubature, cisterne, capannoni tra il mare e le colline della Sicilia sud-orientale.

Di notte, quando gli impianti sono illuminati, danno ancora un’illusione di potenza. Di giorno però si vedono la ruggine, i capannoni abbandonati, gli stabilimenti chiusi. “Sessant’anni di attività, Moratti, Exxon, Montedison, era il petrolchimico più grande d’Europa. Ora è un deserto industriale”, mi dice Sebastiano Catinella, segretario a Siracusa della Fiom, la Federazione dei metalmeccanici della Cgil.

Imbocchiamo il viadotto dai piloni scrostati: una corsia è deviata, l’altra resta aperta solo al traffico leggero, ma è pur sempre l’unica strada che collega Siracusa alla zona industriale. Superiamo un concessionario d’auto chiuso, un centro commerciale aperto (ma il parcheggio è un deserto). La provinciale prosegue oltre lo stabilimento ormai rugginoso dell’Officina Navalmeccanica, chiusa due anni fa lasciando 400 lavoratori in “mobilità”.

Ormai procediamo tra capannoni abbandonati e cancellate arrugginite. Il polo petrolchimico che per decenni ha inquinato e fatto lavorare l’intera zona è fermo, gran parte dell’industria chimica ha chiuso, e così pure le fabbriche meccaniche che avevano prosperato accanto alla chimica.

Restano attive solo le raffinerie di petrolio: la Isab a Priolo, la Esso verso Augusta. Poi la centrale Enel di Priolo, che brucia gas naturale, e l’impianto Archimede che produce energia solare con un sofisticato sistema di specchi. E un cantiere a Punta Cugno, carpenteria pesante, dove sono state costruite le piattaforme che estraggono petrolio nel canale di Sicilia: ma ora le commesse sono rare.

Certo, le raffinerie sono in crisi in tutta Europa, per la concorrenza asiatica o mediorientale e per il crollo dei consumi (la domanda di carburanti è scesa del 13 per cento dal 2007). Eppure qui in Sicilia si raffina circa un terzo dei prodotti petroliferi destinati al mercato italiano, sottolinea il dirigente della Fiom siracusana: “Ma c’è disimpegno, da anni non ci sono investimenti. La manutenzione è ridotta allo stretto necessario per tenere in funzione gli impianti”.

“Ora però c’è la fermata”, mi spiega. Siamo ai cancelli della Isab, raffineria della russa Lukoil (che l’ha acquisita dalla Erg nel 2013). Ci metto un po’ a capire perché tanta eccitazione: la “fermata” è quando la raffineria sospende l’attività per consentire la manutenzione straordinaria, lavoro che tocca a imprese metalmeccaniche.

È un momento ghiotto, per un paio di mesi c’è lavoro. “Poi si torna al solito regime: cassa integrazione, mobilità. La nuova manutenzione è prevista nel 2020, nei prossimi cinque anni il lavoro sarà ben poco”.

Di notte, quando gli impianti sono illuminati, danno ancora un’illusione di potenza

Dalla portineria le guardie ci fulminano con un’occhiata perentoria, meglio proseguire. “Quando è subentrata Lukoil si parlava di investimenti. Solo annunci però, nessun protocollo d’intesa con gli enti locali, nulla di concreto”, aggiunge Catinella. Ecco il sindacato che accusa “l’assenza della politica”.

Sta di fatto che l’occupazione continua a diminuire. Piero Cilio, metalmeccanico specializzato e attivista sindacale, ricorda con un po’ di nostalgia quando fu assunto alla Navalmeccanica, nel 1982: “Su questa strada la mattina c’era la folla, dieci o dodicimila persone arrivavano in autobus da tutta la provincia e anche da più lontano”. Per lui, il segno del declino è il capannone dell’ente di formazione professionale, il Ciapi: per decenni ha sfornato maestranze così qualificate che “appena usciti le aziende venivano a cercarci”. Ora è vuoto.

Da allora gli addetti sono dimezzati, oggi sono circa seimila incluso l’indotto. Gli operai “diretti” (cioè i dipendenti delle grandi aziende, per lo più chimici) hanno almeno avuto prepensionamenti e altri ammortizzatori sociali, o sono stati trasferiti in altri stabilimenti. Non così i metalmeccanici, dipendenti di imprese che lavorano su commessa delle grandi aziende, soprattutto per la manutenzione. Ormai la concorrenza per quei pochi appalti è accanita, vince chi offre il lavoro a un costo minore: per questo le aziende tagliano sulla sicurezza, sugli stipendi, sul numero di addetti. In dieci anni 2.500 operai metalmeccanici hanno perso il lavoro, altri 1.500 sono in cassa integrazione o in mobilità.

Se un mese di salario sembra un miraggio

Senza nuovi investimenti, prima dell’estate altre centinaia di lavoratori saranno a casa, dice il segretario della Fiom. Il suo telefonino squilla spesso durante questa visita. Prima discuteva con il responsabile di un’azienda che non ha pagato certe somme concordate ai dipendenti. Ora taglia corto con un “vediamo cosa si può fare”: è un lavoratore, uno dei tanti in mobilità, “chiede se lo aiutiamo a trovare un mese di lavoro”.

Se un mese o due di salario sembrano un miraggio, si capisce che qui ogni annuncio di nuove attività suscita speranza. Davanti ai cancelli di Punta Cugno, sbirciando una piattaforma in manutenzione (pochi addetti al lavoro, cantiere semivuoto) mi scopro a pensare: che costruiscano qualunque cosa, pur di arrestare il declino e riportare un po’ di occupazione. “Quest’area industriale resta il volano dell’economia della provincia, a parte il turismo. E secondo noi turismo e un’industria sostenibile possono convivere”, dice Catinella.

Passiamo Marina di Melilli, dove una volta c’era un piccolo centro abitato, ottocento abitanti in riva a un mare meraviglioso: oggi solo poche costruzioni diroccate restano a testimoniarlo. Le altre case furono spianate, e gli abitanti mandati via, per costruire la raffineria Isab tra il 1975 e il 1979: erano troppo vicine all’impianto industriale, tra la raffineria e il pontile dove attraccano le navi cisterna. Non fu indolore, qualcuno aveva tentato di restare; l’ultimo cocciuto abitante che non voleva vendere casa fu ucciso.

Una stradetta porta a un’altra area dismessa: c’era un’azienda che costruiva pale eoliche, la Si.Te.Co. Negli anni novanta sembrava un progetto di punta e la Fiom lo cita ancora come un investimento lungimirante – energia rinnovabile, sviluppo sostenibile, e un modello di concertazione (sindacati, enti locali, regione, imprenditori). Nessuno sa spiegare bene perché abbia chiuso. Ora è un sito in abbandono, lo stabilimento demolito, una ruspa sta raccogliendo macerie. Quando mi avvicino un addetto accorre preoccupato: il terreno è sotto sequestro giudiziario, resta da dirimere chi deve pagare la rimozione di polveri e reflui tossici, non si può entrare.

“Quando c’era lavoro l’inquinamento non si sentiva”

La strada poi costeggia un lido, sabbia bianca fino alla penisola di Magnisi dove un’area archeologica, la protostorica Thapsos, è nascosta da un terreno industriale ora dismesso. D’estate la spiaggia è sempre affollata. In una soleggiata mattina d’inverno il mare è strepitoso, turchese e blu, le rocce di Magnisi sullo sfondo: basta non voltarsi a guardare raffinerie e camini industriali.
“Una volta qui era tutto agrumeti. Quando è sbarcato il petrolchimico gli agricoltori hanno tagliato tutto e sono venuti a lavorare in fabbrica. No, allora non si badava all’ambiente. Quando il petrolchimico dava lavoro, l’inquinamento non si sentiva”. E per almeno trent’anni questo polo industriale ha dato lavoro, dai nonni ai nipoti. “Ma ora il lavoro in fabbrica scompare, e l’agricoltura non c’è più”.

Noto, Siracusa, 2008. Raghi è svizzera e vive da sedici anni in Sicilia, dove costruisce e ripara strumenti musicali ad arco. Da casa sua si vede l’area dove erano state predisposte le trivellazioni dalla compagnia petrolifera Panther Eureka, bloccate dalle proteste degli abitanti che temevano un disastro ecologico in un’area dichiarata patrimonio mondiale dall’Unesco. (Simone Donati, TerraProject/Contrasto)

“Si chiamava miracolo, e lo era: negli anni cinquanta qui c’era povertà, si faticava a mettere il cibo in tavola. Raffinerie e petrolchimico erano il riscatto industriale della Sicilia. Portavano benessere e la speranza di non dover più emigrare”, riconosce Enzo Parisi, oggi attivista di Legambiente. Lo incontro sulla piazza del Duomo di Augusta, l’antica cittadina (70mila abitanti) sul promontorio che chiude questo immenso polo industriale.

“L’inquinamento è apparso dopo qualche tempo”, spiega Parisi. “Una grande moria di pesci nella rada di Augusta nel 1979 è stata la prima avvisaglia”. Più o meno allora i medici dell’ospedale Muscatello di Augusta hanno cominciato a notare un aumento dei neonati con malformazioni congenite. Lo segnalarono al pretore di Augusta, Antonino Condorelli, che avviò la prima di una serie di indagini.

“Al di là dell’esito giudiziario, quelle indagini hanno creato un’attenzione pubblica sull’inquinamento nella zona tra Siracusa e Augusta”, osserva Parisi. Per trent’anni le fabbriche avevano disperso fumi e polveri tossiche, i loro reflui nocivi avevano impregnato i terreni e il mare, e ormai gli effetti erano visibili. Del resto in tutta Italia si cominciava allora a parlare di rischio ambientale, contaminazione, salute. Si scopriva l’inquinamento industriale: nomi come Porto Marghera, Portovesme in Sardegna, o l’Acna di Cengio in Liguria sono diventati sinonimo di avvelenamento chimico. Sono arrivate le prime normative ambientali, i primi monitoraggi: oggi sembra incredibile, ma nei primi trent’anni di industrializzazione italiana del dopoguerra gli unici dati su fumi, polveri e reflui inquinanti erano quelli forniti dalle stesse aziende.

Nel 1990 l’area industriale Priolo-Melilli-Augusta è stata dichiarata “a rischio di crisi ambientale”.

“Ma la vera rivolta qui è scoppiata sul finire degli anni novanta, quando il polo industriale ha smesso di garantire il lavoro. Anche perché dopo la questione ambientale è scoppiata la questione sanitaria”. Enzo Parisi ricorda il 2000 come un incubo. Quell’anno gli ospedali hanno registrato un picco nelle nascite di bambini con difetti congeniti: il 5,6 per cento dei neonati (al confronto, tra il 1990 e il 1998 la media della Sicilia orientale era del 2,16 per cento, in linea con quella nazionale). Poi il mare davanti a Priolo è diventato rosso: si è scoperto che un impianto per il trattamento dei reflui industriali in realtà non li depurava affatto, li scaricava in mare di notte. È scoppiata anche la rivolta di Villasmundo, frazione di Melilli, contro le discariche industriali. E l’acqua: “Un giorno a Priolo un abitante va ad annaffiare l’orto: ma dal pozzo tira su gasolio, letteralmente. Scoprimmo che le falde acquifere sono coperte da uno strato di parecchi millimetri di idrocarburi”.

Il disastro ambientale e umano

Ormai fior di studi e perizie documentano la rovina ambientale e insieme la crisi sanitaria. Nel 2000 l’area tra Siracusa e Augusta è stata dichiarata Sito di interesse nazionale per la bonifica (Sin), uno dei 48 siti industriali super-inquinati che si trovano sul territorio italiano. Sono 5.800 ettari su terraferma nei comuni di Priolo, Melilli, Augusta e Siracusa, con 180mila abitanti al censimento del 2011, e più di diecimila ettari in mare.

Il sito include stabilimenti chimici, petrolchimici, raffinerie, un inceneritore per rifiuti speciali, discariche industriali e un’area portuale.

La “mappa” è impressionante: i terreni sono contaminati da metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici, policlorobifenili (pcb), amianto (c’era anche una fabbrica Eternit). Ceneri di pirite sono state interrate sulla costa e perfino sotto i campi sportivi costruiti negli anni settanta a Priolo e Augusta (che infatti ora sono tra i siti da bonificare). Le falde idriche sono contaminate. Acqua marina e sedimenti nella rada di Augusta, penisola di Magnisi e nel Porto Grande e Porto Piccolo di Siracusa sono inquinati da petrolio, metalli pesanti (tra cui mercurio e piombo), idrocarburi pesanti ed esaclorobenzene.

Per trent’anni le fabbriche avevano disperso fumi e polveri tossiche, e ormai gli effetti erano visibili

“Risulta una generale compromissione dei suoli, della falda idrica e quindi della catena alimentare: e questo significa che la popolazione è esposta agli agenti contaminanti attraverso molteplici vie”, mi dice Pietro Comba, capo dell’unità di epidemiologia ambientale presso l’Istituto superiore di sanità. Comba coordina lo studio Sentieri (sta per Studio epidemiologico nazionale dei territori e insediamenti esposti a rischio da inquinamento), l’indagine sanitaria più completa condotta sui Sin nazionali, in collaborazione con il ministero della sanità e con l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Il primo rapporto Sentieri è stato pubblicato tra il 2010 e il 2011, uno studio aggiornato è uscito nel 2014, e un nuovo rapporto specifico sull’amianto è atteso a breve.

Parlare di crisi sanitaria è quasi un eufemismo. Il rapporto Sentieri osserva “un eccesso di mortalità generale e del numero di ricoveri ospedalieri”, spiega Comba. Sono in “eccesso” rispetto alla media regionale diversi tipi di tumore e alcune malattie circolatorie, respiratorie acute ed epatiche. Le cause possono essere molteplici, sottolinea l’epidemiologo: “Se però andiamo a vedere in dettaglio le malattie per cui nella letteratura scientifica è nota una relazione con le sostanze contaminanti presenti nel sito, allora vediamo che i tumori polmonari e i mesoteliomi pleurici sono sistematicamente in eccesso”.

Comba cita un ulteriore studio, presentato l’anno scorso insieme al registro dei tumori della provincia di Siracusa e all’Osservatorio epidemiologico della regione Sicilia: guardando ai dati comune per comune, risulta che Siracusa e Augusta hanno il maggiore problema di tumori al polmone – “riconducibili all’esposizione da arsenico, cadmio e cromo esavalente” – e a pancreas, tiroide, e leucemie. Insomma: “Possiamo ritenere che l’eccesso di certi tumori e altre malattie sia verosimilmente dovuto all’esposizione a determinate sostante inquinanti”. Tra l’altro, questi tumori e malattie hanno tempi di latenza lunghi, sono risultato di una esposizione prolungata nel tempo.

Certo, oggi dai camini industriali non esce più il fumo nero che vent’anni fa dominava Augusta, Priolo, Melilli: la deindustrializzazione ha almeno migliorato la situazione ambientale? Non poi tanto, risponde Comba: “L’inquinamento atmosferico è sicuramente diminuito. Ma la contaminazione dei suoli e della falda idrica resta alta, e quindi anche della catena alimentare: è il carico pregresso di due o tre decenni di rilascio di sostanze tossiche”, spiega l’epidemiologo: “Da questo deriva l’istanza di accelerare al massimo l’opera di bonifica”.

La bonifica non comincia mai

La bonifica invece è un’altra storia infinita. Solo nel novembre 2008, dopo otto anni di valutazioni e conferenze di servizio, i ministeri dell’ambiente e dello sviluppo economico hanno firmato un “accordo di programma” con la regione Sicilia, la provincia di Siracusa, i quattro comuni, l’autorità portuale di Augusta e il commissario delegato alle bonifiche.

La spiaggia della marina di Priolo, vicino all’impianto petrolchimico, 2008. (Simone Donati, TerraProject/Contrasto)

L’accordo stanziava oltre 770 milioni di euro per progettare e realizzare la bonifica. Solo 106 milioni erano coperti da risorse disponibili, il resto era da trovare (in particolare, 219 milioni dovevano venire dalle aziende coinvolte, in base al principio “chi inquina paga” affermato da una direttiva dell’Unione europea nel 2004: pare però che solo Erg abbia versato 30 milioni al ministero dell’ambiente).

Neppure quei 106 milioni però sono stati spesi; invece è cominciato un nuovo ciclo di conferenze, studi di fattibilità, consulenze, denunce, ricorsi al tribunale amministrativo regionale. Le notizie più recenti sono quelle fornite dal ministro dell’ambiente Gian Luca Galletti nella risposta a un’interrogazione parlamentare: il 14 gennaio scorso ha precisato che metà di quella somma, circa 50 milioni, è stata in effetti trasferita dal suo ministero al commissario per le bonifiche in Sicilia; la regione, che doveva mettere l’altra metà, ha tagliato la sua quota. Insomma, oggi sono disponibili in tutto 82 milioni. E però finora solo 3,7 milioni sono stati spesi, ha detto il ministro Galletti. Il governo ora attende dalla regione siciliana le “schede d’intervento” necessarie a siglare un nuovo accordo di programma “rinforzato”: l’ennesimo.

Si capisce bene l’indignazione che serpeggia tra Priolo e Augusta: sono passati quindici anni dalla legge sulle bonifiche e addirittura 25 da quando il polo industriale siracusano è stato dichiarato “area a rischio ambientale”. Legambiente traccia un consuntivo desolante in un dossier presentato nel gennaio 2014. Stando ai dati del ministero dell’ambiente per il 2013 su centinaia di progetti di bonifica ne sono stati approvati venti per Priolo-Augusta, dieci per Gela e sei per Milazzo (altri due Sin siciliani). Di questi, quattro sono stati realizzati a Priolo, nessuno altrove. Sono state bonificate tre aree della Erg e una dell’Enel ad Augusta; il vecchio stabilimento Eternit è stato “messo in sicurezza” perché non continui a diffondere amianto. E sono state rimosse 270mila tonnellate di fanghi tossici dal vecchio depuratore consortile Ias, che stavano percolando nella falda idrica: sono stati trasportati nei Paesi Bassi, con una costosa operazione che ha sollevato polemiche. La bonifica della falda idrica è incompleta, le ceneri di pirite restano dov’erano.

In compenso sono continuate le denunce alla magistratura, i sequestri di aree contaminate, le proteste. La Sogesid spa, società istituita dai ministeri dell’ambiente e delle infrastrutture per gestire la bonifica di tutti i “siti di interesse nazionale”, è circondata da polemiche (ora è indagata per la bonifica nel Sin di Porto Marghera) – secondo attivisti come Enzo Parisi “andrebbe sciolta”.

Da quasi un anno, il giorno 28 di ogni mese, durante la messa il sacerdote legge un elenco di morti per tumore

“Siamo vittime di una rassegnazione omertosa”, mi dice don Palmiro Prisutto, parroco della Chiesa Madre di Augusta, quella affacciata su piazza del Duomo. Il sacerdote è protagonista di una iniziativa clamorosa: da quasi un anno, il giorno 28 di ogni mese, durante la messa legge un elenco di morti per tumore. Nome, cognome, età, occupazione. “Per scuotere la coscienza degli augustani”, mi dice. “Quasi ogni famiglia qui ha qualcuno ammalato o morto per tumore, ma molti hanno perfino paura a dirlo: tanto è forte il ricatto dell’occupazione”. Omertà e ricatto sono parole dure, osservo. “Vede, io celebro questi nomi proprio come si farebbe per le vittime della mafia o di un bombardamento”, mi risponde don Palmiro. “Qui si sta consumando una strage, e vogliamo che sia riconosciuta”.

Ora i cittadini hanno cominciato ad aprirsi, dice, e così lui ha raccolto il suo elenco di 735 nomi. Il parroco accusa “la lobby del petrolio”, che spreme un territorio e poi lo abbandona, e anche lo stato. “Per cinquant’anni hanno approfittato del nostro lavoro”. È convinto che ai cittadini non venga detta tutta la verità sulla situazione sanitaria. E dice che continuerà a leggere quei nomi “finché non vedremo una risposta istituzionale: che si rafforzi il sistema sanitario, che si avvii finalmente la bonifica”.

L’armistizio tra lavoro e ambiente

Tra gli operai affamati di lavoro e gli abitanti in rivolta contro i veleni, oggi c’è un armistizio. I linguaggi sono simili: bonifiche, sicurezza. Del resto i lavoratori abitano qui, anche le loro famiglie si ammalano. “Hanno sfruttato e inquinato questo territorio, e ora scappano”, dice Piero Cilio. I sindacati vogliono attività industriali ma pulite, energie rinnovabili, un rilancio ecocompatibile.

Quando però si entra nel concreto, la prospettiva del lavoro e quella dell’ambiente rischiano di tornare a scontrarsi. La Fiom siracusana punta sulle officine navalmeccaniche a Marina di Melilli, sul porto di Augusta, e sul cantiere di Punta Cugno, che potrebbe costruire nuove piattaforme petrolifere. La Vega A, piattaforma che estrae petrolio nel canale di Sicilia al largo di Pozzallo, fu costruita qui (800 posti di lavoro): ora la Fiom spera che l’Eni raddoppi con la Vega B. “L’appalto c’è, occuperà 1.500 lavoratori. Ma la regione è in ritardo, manca l’autorizzazione ambientale”, spiega Sebastiano Catinella: teme che a furia di lungaggini “Eni trasferisca il progetto altrove”. Di nuovo, “la latitanza della politica”.

Già: ma il progetto Vega B significa espandere l’estrazione di petrolio e gas nel canale di Sicilia, piano che suscita molte perplessità tra ambientalisti e anche alcuni scienziati e tecnici. In Basilicata, dove si concentra l’estrazione on shore, serpeggiano le proteste. Alcune regioni vogliono impugnare il decreto “sblocca Italia”, che le scavalca per accelerare permessi e concessioni.

Insomma: è il ricatto di sempre, posti di lavoro contro ambiente? Ma forse non è necessario che sia così.

“Quella del sindacato è una risposta arretrata”, sbotta Enzo Parisi. “Perché il petrolio, perché non pensare ad altro? A Punta Cugno si potrebbero costruire piattaforme eoliche, magari trasformare le vecchie piattaforme in centrali eoliche off shore. Possono demolire vecchie navi, invece di mandarle in Bangladesh o in Turchia; è un lavoro oneroso e delicato, implica smaltire rifiuti tossici e riusare materiali ferrosi. Sapete che importiamo rottami?”.

Non è un rifiuto pregiudiziale di ogni industria, quello dell’attivista ambientale (Parisi sa di cosa parla: ha lavorato per 41 anni in un’agenzia di trasporto petroli del porto di Augusta, si definisce anche lui un figlio dell’industrializzazione).

L’Italia, insiste Parisi, ha smesso di investire in ricerca, eccellenza, innovazione: “Come siamo arrivati a questo disastro? Qui ci sono un’area industriale attrezzata, un sapere umano, grandi professionalità. Manca un piano industriale per rivitalizzare il sud”, dice. “Le aziende non rischiano e non investono su tecnologie avanzate. Serve uno stato che sappia orientare il progresso nel rispetto delle risorse naturali, dettare regole su ambiente e salute, puntare su produzioni che abbiano utilità sociale”. E in primo luogo uno stato che rispetti l’impegno preso con i cittadini, fare la bonifica.

Le trivelle, i carciofi e la “bioraffineria”

A Gela, sulla costa meridionale siciliana, il “ricatto” ha funzionato. Le analogie con l’area siracusana sono evidenti: un polo petrolchimico fondato negli anni sessanta dall’Eni di Enrico Mattei (era la “risposta” dell’industria di stato al polo privato di Priolo-Augusta), decenni di inquinamento, una cittadina di 72mila abitanti a poche centinaia di metri da raffinerie e ciminiere. “Ma qui il vento tira dalla città agli impianti, e non viceversa, per almeno 300 giorni all’anno”, mi dice Orazio Gauci, responsabile della Fiom di Gela.

Anche Gela è un Sin designato per la bonifica: quasi seimila ettari di territorio e 4.500 ettari di mare contaminati da metalli pesanti, idrocarburi, composti clorurati cancerogeni, ammoniaca, benzene e pcb. Anche qui lo studio Sentieri nel 2011 ha segnalato eccessi di tumori e altre malattie legate all’inquinamento accumulato nei decenni.

E anche qui il complesso industriale è in declino: la raffineria quasi spenta, il petrolchimico chiuso. Del progetto di Mattei resta un centinaio di trivelle sparse nel raggio di una ventina di chilometri, tra i campi di carciofi e le serre. Negli anni ottanta si sono aggiunte le piattaforme off shore Perla e Prezioso (che estrae gas), visibili dal lungomare di Gela. E poi qui arriva GreenStream, il gasdotto che porta il gas naturale dalla Libia, 520 chilometri attraverso il Mediterraneo.

“L’ultima cosa importante che abbiamo costruito è l’impianto Snox”, spiega Gauci mostrando il camino più alto di tutto l’insieme: tratta circa metà dei fumi della centrale termoelettrica a petcoke, o coke petrolifero, sorta di carbone ottenuto dai residui più sporchi del petrolio (emana anidride solforosa, ossidi di azoto, polveri). Cioè, trattava: ora l’impianto è fermo.

“Nel 2008 qui è arrivata la crisi vera”. Siamo in un bar al limite dell’abitato di Gela, in fondo al viale comincia la zona industriale. Sabato mattina, davanti al caffè si commenta il giornale locale: c’è una pagina sul nuovo yard, un cantiere che potrebbe sorgere qui nell’area industriale (sperano di costruirla qui, la piattaforma Vega B).

Il sindacalista parla di piani sanitari e tutela ambientale, pozzi con sistemi antincendio, cisterne con il doppio scafo antisversamenti: “Qui ci siamo battuti per il rispetto del territorio e la sicurezza dei lavoratori”, dice con un certo orgoglio.

Soprattutto, Orazio Gauci parla della grande battaglia sindacale dello scorso autunno, 40 giorni di sciopero per scongiurare la decisione dell’Eni di chiudere definitivamente la raffineria di Gela e declassarla a semplice deposito. Considera una vittoria dei lavoratori l’accordo siglato in novembre tra la multinazionale petrolifera, la regione Sicilia e il ministero per lo sviluppo economico: l’Eni investirà 2,2 miliardi di euro in quattro anni in un “piano di sviluppo” per Gela. “Un traguardo della green economy”, secondo i comunicati stampa dell’azienda. Anche la Cgil parla di “una fase nuova nella politica industriale con la raffinazione green”.

Per Giannì la storia delle bioraffinerie è green washing, verde di facciata

Infatti tutto ruota attorno al progetto di convertire l’impianto in una “bioraffineria”, che lavorerà fino a 750mila tonnellate all’anno di olio di palma per produrre “diesel verde”. È allo studio anche l’ipotesi di coltivare guayule, arbusto di origine messicana da cui si estrae lattice naturale (estirpare i carciofi?). Più importante, l’accordo include anche nuove attività di esplorazione e produzione di idrocarburi, a terra e off shore; Eni punta soprattutto ai giacimenti di gas metano Argo e Cassiopea, nel canale di Sicilia a 30 chilometri dalla costa (mappa). In altre parole, Eni “incassa” il favore della regione Sicilia (e dei sindacati) alle nuove trivelle, che altrove in Italia suscitano parecchie resistenze.

E adesso a Gela tutti aspettano che l’accordo si traduca in lavoro. Parte delle attività cominceranno entro l’anno; per la raffineria i permessi dovrebbero arrivare entro metà 2016. Certo, l’olio di palma è una delle opzioni più distruttive per le grandi foreste tropicali, criticatissima dalle organizzazioni ambientaliste. Eni però prevede di usare “una filiera di approvvigionamento sostenibile”, ci dicono dall’ufficio stampa dell’azienda: “Solo olio certificato secondo la International sustainability carbon certification (Iscc), riconosciuta dall’Unione europea”.

La certificazione Iscc è un progetto che riunisce aziende che producono e usano biomasse come l’olio di palma, è sostenuto dal governo tedesco e in effetti è riconosciuto dall’Unione europea. Ma “non è chiaro in cosa consista”, obietta Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia: “E comunque, tra le raffinerie di Gela e di Marghera, Eni conta di utilizzare oltre un milione di tonnellate all’anno di olio di palma: e su quel volume, garantire un approvvigionamento ‘pulito’ è molto difficile”. Per Giannì la storia delle bioraffinerie è green washing, verde di facciata.

Se i sindacati confederali hanno sostenuto l’accordo per Gela, a Roma la Fiom nazionale parla del solito, drammatico scambio tra lavoro e ambiente. Ma le foreste dell’Indonesia o dell’Africa sono lontane da Gela. E qui, il diesel “verde” suona proprio bene. “Questa è una città a vocazione industriale”, mi dice Orazio Gauci: padri operai, figli operai, maestranze specializzate, un patrimonio di professionalità. “Abbiamo lottato perché Eni non lasci questo insediamento. Ci siamo battuti per un’industria ecocompatibile. Cosa c’è che non va nel biodiesel? Qui siamo favorevoli all’accordo. Vogliamo che il lavoro resti qui”. Si può dargli torto?

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