13 luglio 2015 15:19

Una cinquantina di migranti, tutti uomini, per la maggior parte molto giovani, è ancora accampata sugli scogli a pochi metri dalla frontiera francoitaliana sorvegliata da uno squadrone di gendarmi che si danno il cambio di continuo.

Nella stazione di Ventimiglia, a una decina di chilometri da qui, ci sono circa duecento tra uomini, donne e bambini, secondo i dati forniti dalla Croce rossa che gestisce il campo. “Tutti i giorni c’è un turnover di 40 o 50 persone”, spiega una coordinatrice della Croce rossa. I migranti che riescono a superare la frontiera sono sostituiti da quelli che arrivano dall’Italia meridionale.

“La polizia francese rispedisce ogni giorno in Italia tra le venti e le trenta persone”, afferma Fiammetta Cogliolo, un’altra responsabile locale della Croce rossa. Queste cifre sono ridicole rispetto al totale degli arrivi sulle coste europee. Nei primi sei mesi del 2015, secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ci sono stati 130mila arrivi sulle coste europee, di cui “78mila sulle coste greche e il resto sulle coste italiane”, ha spiegato a Le Monde Vincent Cochetel, direttore della Croce rossa in Europa.

Vicino a ponte San Ludovico, i migranti hanno smesso di credere in una soluzione europea e si sono organizzati da soli. Una trentina di attivisti di No Border (una rete di associazioni europee che lotta per la libertà di circolazione) è accampata di fianco alla postazione della Croce rossa. Hanno installato delle docce e dei bagni. Un generatore a energia solare consente di ricaricare i telefonini raccolti dalle diverse associazioni per dare notizie ai parenti rimasti nei paesi d’origine e riceverne da quelli che sono già arrivati a Parigi, Calais o i più fortunati nel Regno Unito, in Germania o in Svezia.

Questa mattina seduto all’ombra con i suoi amici Mustapha ascolta musica. Soprattutto roba da adolescenti: La Fouine, Beyoncé, Justin Bieber

Sotto i tendoni e gli ombrelloni, attivisti e migranti passano il tempo giocando a carte o a domino. Altri, spossati dal caldo e dal digiuno del Ramadan, dormono all’ombra delle gallerie della ferrovia. Sulle loro teste, si sente il fracasso regolare dei treni Ter e Thello diretti in Francia, sembra una presa in giro. L’atmosfera si anima un po’ man mano che si avvicina la sera, quando i volontari di una mensa sociale di Bologna cominciano a preparare la pasta e alcuni attivisti di Nizza e Mentone arrivano con pentoloni di una zuppa algerina fumante, la chorba.

Un veterano sugli scogli di Ventimiglia

Mustapha, 20 anni, è diventato, suo malgrado, uno dei veterani sugli scogli. Il giovane sudanese ha speso tutti i soldi che aveva (120 euro) in biglietti ferroviari. Per tre giorni di fila, “quattro volte al giorno”, ha cercato di raggiungere Nizza. Ogni volta i poliziotti francesi l’hanno riportato a Mentone-Saint-Louis, la stazione di polizia di frontiera. Ha percorso a piedi i dieci chilometri fino alla stazione di Ventimiglia per ricominciare da capo. “Anche se dovessero aprire le frontiere, non potrei spostarmi perché non ho più soldi per arrivare in Svezia”, sospira parlando in inglese. “Non ho speranze”.

Su uno smartphone prestato da un’abitante di Mentone segue le notizie di attualità, e in particolare quelle sulla crisi greca, che gli appare incomprensibile tanto quanto l’incapacità degli stati europei di accogliere in modo adeguato i migranti. “A Bruxelles, a Milano, hanno detto che si sarebbero divisi 40mila persone e Matteo Renzi ha minacciato di darci dei permessi di soggiorno temporaneo, ma l’ultimo vertice europeo risale al 25 giugno e non è successo niente”, osserva. “All’Europa non importa niente della nostra situazione. Ci hanno dimenticati”.

Un migrante con il cartello “Non torneremo indietro” a Ventimiglia, il 15 giugno 2015. (Jean Christophe Magnenet, Afp)

Il 6 luglio davanti ad alcuni parlamentari del Movimento 5 stelle venuti qui a incontrare i migranti, Mustapha ha denunciato “l’ipocrisia” degli stati europei che “dicono di lottare contro l’immigrazione, ma continuano ad alimentare conflitti nelle regioni da cui provengono i migranti, come la Libia”. “L’Europa è un continente che ha tante leggi ma non le rispetta”, ha aggiunto, chiedendo agli attivisti francesi e italiani presenti di “fare pressione sui loro governi” affinché “si dimentichino di Dublino”.

Mustapha non vuole assolutamente farsi prendere le impronte digitali in Italia, ed è questo l’unico problema che vede nella proposta del presidente del consiglio italiano: “È una buona idea, ma non ci daranno mai quei permessi di soggiorno senza prenderci le impronte”.

Bestia nera per tutti i migranti, il sistema di Dublino prevede che le richieste d’asilo siano esaminate nei paesi di arrivo dei migranti nell’area Schengen. In virtù di questo sistema le forze dell’ordine francesi rispediscono in Italia circa il 70 per cento dei migranti senza permesso di soggiorno che vengono fermati sulle Alpi Marittime.

Come molte altre persone accampate sugli scogli, Mustapha si considera un “rifugiato politico” e non un migrante per ragioni economiche. “Altrimenti sarei andato in Australia, dove si sta molto meglio che in Francia”, esclama ridendo. Nato in una famiglia di agricoltori del Darfur, il giovane afferma di non avere più notizia dei suoi tre fratelli da quando i janjawid, le milizie arabe filogovernative, hanno attaccato il suo villaggio.

“Non penso che siano morti, i loro nomi non sono sulla lista”, ci spiega. “Uno di loro è sicuramente in prigione perché è stato accusato di avere rapporti con i ribelli”. Non vuole fornire informazioni precise, per paura di metterli in pericolo. Mustapha è riuscito ad avvisare la madre del suo arrivo in Italia grazie ad alcuni amici su Facebook, ma non sua sorella maggiore, che si trova nell’est del paese. “Lì la situazione è migliore, ma lei sarà triste perché non ha notizie dei fratelli”, commenta.

Il giovane ha lasciato la scuola a otto anni per aiutare i suoi genitori nei campi di miglio. Questo non gli ha impedito di imparare l’inglese sul suo cellulare, “grazie alla musica e ai film”. “Un vecchio professore mi ha dato un mucchio di libri di Oxford”, racconta Mustapha. “Mi sono chiuso in casa e per giorni e giorni non ho fatto altro che leggere. Ero come impazzito!”. Tra i suoi libri preferiti Il cacciatore di aquiloni, il libro semiautobiografico di Khaled Hosseini, americano di origine afgana.

Mustapha vuole arrivare in Svezia per raggiungere la sua “fidanzata” Aisha, una sudanese di 19 anni, e diventare anche lui scrittore o giornalista, oppure entrare alle Nazioni Unite, perché parla “arabo e inglese”. Aisha, che Mustapha ha conosciuto in Libia, è originaria di un altro villaggio del Darfur e ha perso tutta la sua famiglia. In Libia i trafficanti li hanno separati, “le donne in un hangar, gli uomini in un altro”, spiega.

Quando Mustafa è arrivato in Sardegna, Aisha, che era passata per la Sicilia, era già a Roma. Quando è arrivato a Roma, lei era in Germania, poi è riuscita ad andare in Svezia, mentre lui è rimasto bloccato alla frontiera tra la Francia e l’Italia. Da allora, Aisha aspetta sue notizie attraverso un amico che si trova in Svezia. Questa mattina seduto all’ombra con i suoi amici Mustapha ascolta musica. Soprattutto roba da adolescenti: La Fouine, Beyoncé, Justin Bieber. Stanco per il digiuno del Ramadan, non ha molta voglia di ricordare l’inferno del suo viaggio: due settimane “mostruose” di traversata del deserto, poi la Libia, dove ha trascorso due mesi in carcere, da cui è fuggito insieme ad altri detenuti dopo aver rotto una finestra.

Per pagarsi la traversata del Mediterraneo, ha sorvegliato e annaffiato i pomodori nella serra di un agricoltore libico. “Poiché mi doveva quattro mesi di paga, una mattina mi ha detto: ‘C’è un’imbarcazione che parte per l’Europa, montaci su’”, racconta Mustapha. “Non sono nemmeno sicuro che abbia pagato i trafficanti, li conosceva. Eravamo 450 persone, suddivisi su due piani”.

Nel giro di sei o sette ore l’imbarcazione sovraccarica ha cominciato ad affondare. Una fregata tedesca dell’operazione Triton li ha soccorsi e portati a Cagliari, in Sardegna, il 30 maggio. Quel fine settimana le navi militari hanno portato più di quattromila migranti nei porti italiani. Quando è sbarcato Mustapha ha sentito parlare per la prima volta del sistema di Dublino.

Sono quasi sicuri che otterrebbero asilo in Francia, dato il regime di terrore in vigore nel loro paese, l’Eritrea. Ma non vogliono restare qui

I migranti che ce l’hanno fatta a passare il confine

Alla stazione di Nizza, verso le undici e mezza di sera, incrociamo un gruppetto di persone che sono riuscite a lasciare Ventimiglia. Alcuni sudanesi dicono di aver camminato per un giorno e mezzo senza mai fermarsi. Joseph, 22 anni, e Nathan, 20 anni, entrambi eritrei, sono riusciti ad arrivare qui in autobus da Mentone, dopo due tentativi falliti in treno. Sono stati arrestati due volte alla stazione di Cannes e riportati alla stazione di polizia di frontiera a Mentone.

“I poliziotti italiani sono corretti, fanno solo il loro lavoro, ma i poliziotti francesi sono aggressivi, come se volessero picchiarci”, racconta Joseph in inglese. “Ci hanno arrestato due volte e ci hanno lasciato per quattro ore sotto il sole senza acqua né cibo. Poi ci hanno rilasciati e ci hanno detto di andare sulle montagne”. Stordito dalla stanchezza, si nasconde la testa tra le mani. “La Francia è ricca, perché ci tratta così?”, chiede.

Perseguitato per la sua religione, Joseph scappa dalla dittatura del presidente Isaias Afewerki. In Eritrea sono autorizzate solo quattro religioni: l’islam, il cristianesimo ortodosso, il cattolicesimo e il luteranesimo. “Ho fatto due mesi di carcere perché appartengo alla chiesa evangelica”, afferma. “Di solito bisogna convertirsi per uscire dal paese, ma il mio era un caso un po’ speciale”. I due ragazzi sono scappati dal regime passando per il Sudan, poi hanno attraversato il Sahara, dove sono stati arrestati dai poliziotti libici. “Ci picchiavano tutti i giorni”, racconta Joseph. Nathan, che segue la conversazione con attenzione, si limita ad annuire.

Per farli uscire dalle galere libiche, le loro famiglie hanno dovuto raccogliere e mandare a ciascuno 1.500 euro. “Un’imbarcazione di Medici senza frontiere ha soccorso noi e altri 550 passeggeri nel Mediterraneo”, raccontano i due ragazzi. “Ci hanno salvato al vita”.

Sono quasi sicuri che otterrebbero asilo in Francia, dato il regime di terrore in vigore nel loro paese. Ma non vogliono restare qui. “Il governo francese è il peggiore d’Europa”, dichiara Joseph disgustato. “Non ci offre nessuna possibilità”. Il suo obiettivo è raggiungere uno dei suoi fratelli nel Regno Unito e continuare a studiare agronomia. “Ero al terzo anno, ho studiato anche inglese”, spiega. Suo padre è infermiere, sua madre si occupa dei suoi fratelli e delle sue sorelle: appartiene alla “classe media” eritrea.

I due ragazzi si sentono persi in una città ostile che non conoscono. Hanno un chiodo fisso: Parigi, Calais e il Regno Unito. Alcuni attivisti nizzardi che distribuiscono ogni sera cibo alla stazione li hanno avvertiti della situazione a Calais. Joseph e Nathan sanno anche che la stazione di Nizza è un posto pericoloso per loro. Dalle sei del mattino, quando cominciano a partire i primi treni, torneranno i poliziotti con le loro camionette.

Ma cos’altro potrebbero fare? Sono spossati e non hanno la forza di cercare un altro posto in cui dormire. Joseph stende il suo secondo paio di jeans che gli serve da materasso e appoggia la testa sul suo zainetto. “La Francia sarà un inferno?”, chiede. Alle sette del mattino dopo, quando il balletto dei passeggeri ricomincia sotto gli occhi dei gendarmi, il gruppetto di migranti è già sparito dalla stazione.

Questo reportage è stato pubblicato all’interno del progetto #OpenEurope, un osservatorio sulle migrazioni a cui Internazionale aderisce insieme ad altri sei giornali. Gli altri partner del progetto sono Mediapart (Francia), Infolibre (Spagna), Correct!v (Germania), Le Courrier des Balkans (Balcani), Hulala (Ungheria), Efimerida ton syntakton (Grecia), Inkyfada (Tunisia).