Nel centro di Helsinki, il 17 gennaio 2014.

In giro per Helsinki con italiani, profughi e analisti junghiani

Nel centro di Helsinki, il 17 gennaio 2014.
21 marzo 2016 10:33

Durante l’inverno appena trascorso, il governo finlandese, guidato dal centrista Juha Sipilä, ha annunciato che ventimila dei 32mila richiedenti asilo arrivati saranno rimpatriati. Intanto la capitale, Helsinki, come ogni anno è stata ricoperta da una neve che uniforma le strade, i parchi e i marciapiedi, mentre le insenature con cui il Baltico si insinua dentro la città diventavano ghiaccio solido, lastre e percorsi calpestabili in attesa di sciogliersi di nuovo.

Sono in giro con Tapani Kärkkäinen, traduttore dal polacco (sue le trasposizioni finlandesi di Ryszard Kapuściński e Bruno Schulz), per le strade che dal mercato di Hakaniemi portano su fino alla biblioteca, con la candida sommità della chiesa Jugend a fare da bussola. Kallio è un quartiere ad alta densità di ristoranti, caffetterie, parrucchieri, centri estetici e prostitute che lavorano negli appartamenti, come consentito dalla legge. È il quartiere del sesso e del cibo, allegro e modaiolo, senza tracce di malavita.

Passiamo vicino a un edificio sobrio, anonimo, bianco e verde, un centro di prima accoglienza (cpa). Dico a Tapani, helsinkiano doc, che in Italia, come in tutta Europa, si teme la crisi del modello scandinavo e delle sue politiche di accoglienza. Dopo che la notte di capodanno quindici donne hanno denunciato aggressioni per strada avvenute con modalità simili a quelle di Colonia, alcuni neonazisti hanno cominciato ad andarsene in giro a fare ronde, con bandiere finlandesi messe a mo’ di bandana, ergendosi a difensori della sicurezza e facendosi chiamare “soldati di Odino”.

In realtà, mi colpisce quanto scarsa sia la presenza di immigrati, quasi tutti turchi e mediorientali. Fino all’anno scorso, Tapani abitava non distante dal cpa: “Mi fermavo spesso a parlare con i ragazzi più giovani, e intanto magari i mezzi d’informazione parlavano di allarme e pericoli dell’immigrazione: una situazione po’ dissociata”.

La letteratura finlandese non produce romanzi sull’immigrazione perché non è percepita come una questione scottante

Secondo Touko Siltala, proprietario insieme al fratello di una delle case editrici più interessanti del paese, la letteratura finlandese contemporanea non produce romanzi sull’immigrazione perché, considerati anche i piccoli numeri, non è percepita come una questione realmente scottante. Questo non significa che non ci si occupi di identità e alterità: oggi si cerca di abbattere i tabù sui conflitti che hanno segnato la storia della Finlandia e dei paesi confinanti, e indagare chi sia realmente l’altro, lo straniero, il vicino di casa.

Lo dimostrano i crudi best seller di Sofi Oksanen, da La purga a Quando i colombi scomparvero (Guanda e Feltrinelli), che portano alla luce eventi rimossi, risalenti all’occupazione sovietica della vicina Estonia. Sulla stessa linea Rosa Liksom, che in Scompartimento n.6, tradotto in Italia da Iperborea, racconta il lungo viaggio sulla Transiberiana di una silenziosa studentessa finlandese e un irruente proletario russo; i loro dialoghi diventano la metafora del modo in cui i due paesi si sono urtati e incrociati, della loro complicata storia di odio, amore, gelo, dominazioni, ribellioni e giochi politici.

Helsinki, il 17 gennaio 2014.

Vado a trovare Rosa Liksom a Kaapelitehdas, letteralmente Cable Factory, una vecchia fabbrica di cavi della Nokia, dismessa quando l’azienda cominciò a lanciarsi nella telefonia. Allora questo enorme complesso industriale nella periferia di Helsinki fu occupato da un gruppo di artisti, oggi è il più importante centro culturale del paese, dove trovano posto gallerie, teatri, centri di danza e perfino l’istituto di cultura francese. Liksom, occupante della prima ora e poi premio Finlandia 2011 (l’equivalente del nostro Strega), ha mantenuto lì lo studio dove, oltre a scrivere, dipinge e crea oggetti d’arte. Quando le chiedo di commentare il respingimento dei migranti annunciato dal governo è seriamente sarcastica: “Dopo la seconda guerra mondiale abbiamo accolto mezzo milione di rifugiati dalla Carelia, e adesso dicono che non sanno come gestirne trentamila?”.

Il vicino russo

Con il suo sano scetticismo nelle orecchie prendo la metro e torno in centro, alla statua di Alessandro II, l’unico zar che qui sia stato amato per via di un’innovativa politica di valorizzazione linguistica e culturale dell’allora ducato di Finlandia. Al suo cospetto ripenso a come il rapporto con la Russia sia rimasto controverso anche nel novecento, dalla guerra civile alle tensioni con Putin. Poco distante dalla bianchissima cattedrale luterana sorge quella ortodossa edificata vent’anni dopo, che nel suo sgargiante scarlatto ricorda a tutti la doppia anima, anche religiosa, della città.

Di fronte, la fortezza di Suomenlinna, composta da sei isole, è un altro luogo simbolo: voluta dall’impero svedese come protezione antirussa alla fine del settecento, passò sotto il controllo degli avversari nel secolo successivo. I finlandesi ne presero possesso solo nel 1917, dichiarando l’indipendenza e, una volta autonomi, la usarono come campo di prigionia durante la guerra civile. Oggi è patrimonio dell’Unesco, sia per la splendida visuale di Helsinki che si può godere da qui sia perché è un simbolo unico di architettura militare. Il traghetto impiega solo pochi minuti ad andare e venire e la passeggiata tra cannoni, bastioni e gallerie è d’obbligo per ricordare quanto la pace, qui, sia stata una conquista faticosa e recente.

“La Finlandia è una piccola patata, spersa lassù, nel lontano nord”, scrive la Liksom nelle prime pagine del suo romanzo. L’immagine di un tubero colonizzabile, in apparenza dormiente, stretto nella storia tra l’impero svedese e quello russo, attraversato oggi da migranti che non vogliono neppure fermarsi perché fa troppo freddo, c’è troppo silenzio, è troppo isolato, mi sembra ancora azzeccata.

Quella italiana non è un’immigrazione che fugge dalla guerra, ma non sempre vive bene in un paese così diverso

Pochissimi parlano russo, ma lo svedese è rimasto, ufficialmente, la seconda lingua della nazione, come si evince anche dalla doppia segnaletica, nelle strade e nei luoghi d’arte. Nell’elegante e borghese quartiere di Töölo si concentra il più alto numero di studi dove analisti e psicologi ricevono i loro pazienti. L’equivalente degli analisti ebrei di Manhattan è qui l’alta percentuale di psicologi di origine svedese, eredi dell’antica aristocrazia dell’impero, comportamentisti o freudiani.

A sorpresa c’è anche un milanese, Giorgio Tricarico, che lavora con una quindicina di pazienti italiani. Gli italiani in Finlandia sono circa duemilacinquecento, piccoli numeri rispetto al Regno Unito o alla Francia. Giorgio è anche l’unico junghiano del quartiere, e in tutta la nazione gli junghiani sono soltanto tre, tutti maschi, più sei (fra cui tre donne) della vicina Estonia. Decisamente, le minoranze sono il suo forte.

Il museo di arte contemporanea di Helsinki, il 16 gennaio 2014.

Vado a trovarlo nel cuore di Töölö, incuriosita dalla sua storia e convinta che possa offrirmi uno sguardo su un altro tipo di immigrazione: la nostra. Un’immigrazione che non fugge dalla fame e dalla guerra, dunque privilegiata, ma che non sempre vive bene il trapianto in un paese così diverso. Figura di riferimento degli italiani a Helsinki è Nicola Rainò, insegnante di musica e cultura, traduttore di tutti i più importanti scrittori contemporanei da Arto Paasilinna a Kari Hotakainen e direttore della rivista La rondine, che conta migliaia di abbonati e crea un filo comunitario di solidarietà e scambi nel silenzio dei lunghi inverni.

La comunità italiana

Tutto ciò che può interessare a un italiano che vive in Finlandia passa per questa webzine creata e gestita in modo spontaneo e volontario, eppure di altissima qualità. Alla Rondine, Giorgio deve addirittura la ripresa del lavoro: classe 1970, una moglie finlandese e due bambini, nel 2009 si è spostato a Helsinki con la famiglia. “Milano non è una città facile se non hai le spalle coperte, e io sono un proletario di nascita”, si presenta subito. In Finlandia è più facile? “All’inizio no, ma dopo un’intervista di Nicola Rainò è partito il tam tam e ho cominciato a essere contattato da italiani, uno dopo l’altro”.

Prima di entrare nel suo studio devo togliermi le scarpe, come si usa in tutte le case finlandesi per evitare di portar dentro sassi e fanghiglia nevosa. In questo periodo la città è grigia, sta perdendo la candida patina invernale, ma non sono ancora comparsi la luce ininterrotta e il verde e azzurro della primavera. La parola che mi sono sentita ripetere più spesso è slippery, sul ghiaccio persistente ma sottile dei marciapiedi tutti slittano, cascano, prendono storte, anche gli indigeni. È la stagione scivolosa, la stagione di mezzo. Stranamente, non sono mai caduta.

Lo studio di Giorgio è piccolo ma confortevole, mi spiega che il divano tradizionale è un’eredità della dottoressa freudiana appena andata in pensione: dopo averlo condiviso negli ultimi anni gli ha lasciato l’appartamento in affitto, una vera fortuna considerato il prezzo meno proibitivo rispetto alla media della zona. Gli affitti, a Helsinki, sono carissimi.

Il tema delle radici è complesso, non ti senti più a casa in Italia e non ti sentirai mai a casa nel nuovo posto

Chiacchierare sul divano incute timore e suscita anche un certo disagio profanatorio, quindi in un tacito accordo usciamo a camminare per Töölö, mangiamo una torta di lamponi artici, ogni tanto mi guardo i piedi per essere sicura che il ghiaccio non mi freghi, e intanto Giorgio mi racconta com’è fare lo psicologo degli immigrati. Ha qualche paziente finlandese che cercava proprio un dottore junghiano, ma per la maggior parte del tempo lavora con pazienti italiani che desiderano trascorrere un’ora a parlare dei propri problemi nella madrelingua. Chi si trasferisce a tempo determinato, per questioni di studio o lavoro, soffre la precarietà; chi ha sposato un finlandese sente il peso di una cultura avvertita come ostica e diversa, soprattutto nell’educazione dei figli.

Il clima, l’inverno, il cibo, secondo Giorgio spesso sono alibi per non parlare di altro. Il tema delle radici è complesso, non ti senti più a casa in Italia e non ti sentirai mai a casa nel nuovo posto in cui vivi: è la stessa situazione del dottore, ci si intende subito. E se il paziente torna in Italia? “Se la terapia non è finita proseguiamo via Skype, cominciare senza la vicinanza fisica non si può, ma continuare un rapporto già avviato invece sì”. I nove junghiani di Tallin e Helsinki si uniranno a breve per trasformare in un’associazione ufficiale il loro Jung Club. Per il momento i tre finlandesi si vedono una volta al mese e offrono seminari per farsi conoscere.

Appena arrivato in Finlandia, nei mesi in cui non lavorava, Giorgio ha cominciato un romanzo, oggi pubblicato per Golem. Si intitola Oltre l’uomo ed è il dialogo, nel centro della capitale, tra due uomini. Si sono appena incontrati e discutono della vita e della morte, ma uno dei due viene da molto lontano, addirittura dall’inferno, e costringerà l’altro a rivedere le sue certezze. Elaborando il rapporto nascente con la nuova città, Giorgio, immigrato pure lui, ha tirato fuori il faccia a faccia con un’alterità oscura che omaggia Bulgakov ma fa pensare a Camus, rovesciando ancora una volta la mia prospettiva su quanto varia e complessa sia la parola “straniero”.

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