Amatrice, il 9 novembre 2016.

Dopo il terremoto Amatrice prova a ripartire ma si sente abbandonata

Amatrice, il 9 novembre 2016.
12 novembre 2016 10:40

Scrivo a cavallo delle scosse di terremoto che il 26 e il 30 ottobre hanno di nuovo colpito il centro Italia. La situazione che descrivo di Amatrice e del suo comprensorio è estendibile a ogni altra zona rurale del cratere sismico la cui economia sia fortemente legata alla terra e all’allevamento di bestiame.

Ora bisogna far ripartire l’economia”, continua a ripetere Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice. E lo ripete perché “il tessuto economico era la forza del loro comune”, era ciò che gli permetteva di esistere, e dunque di resistere al destino svilente a cui vanno incontro i paesi dell’Appenino: lo spopolamento, l’abbandono.

Oltre a una sessantina tra attività commerciali e di ristorazione, Amatrice e il suo territorio vantavano 1.200 posti letto tra alberghi, agriturismi e b&b, un turismo in lenta ma costante crescita, un’ottantina di aziende zootecniche, svariate imprese edilizie e di raccolta di legname.

Il marchio che faceva da traino a tutto il sistema, ovviamente, era l’amatriciana. I prodotti locali rifornivano tramite un filo diretto, spesso parentale, i ristoranti di Roma. Le esportazioni cominciavano ad avere il loro peso, e i mercati gastronomici di paesi come Stati Uniti, Germania e Giappone avevano cominciato a interessarsi.

A maggio, l’accordo tra il comune e la Saizeriya, azienda leader nella ristorazione, aveva permesso all’istituto alberghiero di ospitare una delegazione di chef giapponesi. Non è un caso se proprio dal Giappone sia arrivata la prima donazione, di 900mila euro, per la ricostruzione, appunto, dell’istituto alberghiero.

La filiera partiva dalla terra e arrivava sulla tavola, trascinandosi dietro il settore turistico

Sonia Santarelli è un’avvocata, è titolare di un agriturismo e di un’azienda zootecnica ed è una dei fondatori del Comitato civico 3.36. La cosa di cui va più fiera è l’esser stata nominata – mi mostra la targa appesa dietro di lei – “ambasciatore per l’agricoltura del Lazio” nel 2008. Sonia mi riceve nel suo studio, che sta di fronte alla stalla danneggiata dove tuttavia i suoi anziani genitori stanno lavorando anche ora. È pomeriggio. La sua casa e l’agriturismo sono stati dichiarati agibili. Torrita, la frazione in cui vive, ha una zona rossa e la chiesa completamente distrutta.

Le chiedo qual era la situazione del settore agricolo prima del terremoto e il quadro che mi dipinge è di una realtà che, nonostante le note difficoltà (la concorrenza con i mercati esteri, le politiche europee e la scarsa difesa dei marchi di origine controllata), riusciva a cavarsela piuttosto bene. Le aziende zootecniche, dalle grandi (cento capi), alle medie (quaranta/cinquanta), alle piccole, vendevano pressoché la totalità dei loro prodotti, latte e carne, agli opifici della zona; anche se poi queste, per necessità di mercato, erano costrette a integrare con materie prime provenienti dall’estero. “È il comparto che tirava tutta l’economia”, dice Sonia. La filiera partiva dalla terra e arrivava sulla tavola, trascinandosi dietro il settore turistico.

Oggi questo microsistema è fortemente compromesso. Crollati ristoranti e negozi, però, non tutto il sistema produttivo locale si è bloccato. A differenza dell’Aquila, per esempio, capoluogo che vive di terziario e di rendita immobiliare, ad Amatrice una fetta della struttura redditizia, le aziende zootecniche, non si è fermata, ha continuato a lavorare “anche la mattina del terremoto”, dice Sonia. Sono danneggiate le stalle, i capannoni per le rimesse, i silos, le abitazioni degli allevatori, ma gli animali, con pochissime eccezioni, si sono salvati: il 24 agosto dormivano ancora all’aperto.

Già nei primi giorni dopo il sisma, davanti agli allevamenti sventolavano le bandiere gialle della Coldiretti. E il 19 settembre, proprio la Coldiretti, alla presenza del suo presidente Roberto Moncalvo e del ministro alle politiche agricole Maurizio Martina, ha inaugurato una tensostruttura nella frazione di Sommati per la distribuzione di mangimi e foraggio. In quell’occasione il ministro aveva dichiarato: “Dobbiamo fare pochi annunci e fare cose concrete”.

Quel deposito però, mi dice Sonia (e mi confermano anche gli allevatori della zona che ho intervistato), il pomeriggio stesso, scemata l’attenzione mediatica e fatta la prima distribuzione, avrebbe chiuso i battenti per riprendere la sua attività solo a singhiozzo, in non più di un paio di occasioni.

Amatrice, il 9 novembre 2016.

Proprio il ministro Martina, già i primi di settembre, aveva promesso “la rapida attivazione della misura 5.2 del Programma di sviluppo rurale 2014/20 dedicata al ripristino del potenziale produttivo agricolo danneggiato da calamità naturali e da eventi catastrofici”, alla quale avevano “già assegnato un’importante dotazione finanziaria, di ben 18 milioni di euro”. Siamo però a fine ottobre e la misura 5.2 è ancora ferma al ministero in attesa che sia predisposto il relativo bando. “Se c’è una cosa da denunciare a gran voce”, mi dice Sonia, “sono i tempi”. L’inverno è alle porte.

Per garantire alle aziende zootecniche di poter continuare a svolgere dignitosamente la loro attività anche nei mesi invernali, le istituzioni hanno promesso l’installazione di “tunnel” per il ricovero del bestiame. I tunnel sono dei grossi capannoni di plastica con intelaiatura in ferro che dovrebbero fungere da stalle provvisorie. Per chi ha subìto danni alle strutture e ancora oggi tiene le bestie all’aperto, sono vitali: le vacche, infatti, rischiano di ammalarsi e il limite climatico massimo che possono sopportare è legato proprio alla comparsa della neve, che in queste zone arriva presto e abbondante.

Una scatola cinese
Ogni allevatore che ho incontrato, sui tunnel si è espresso allo stesso modo: sono sì, necessari, ma potrebbero non essere adeguati alle particolari necessità. Sarebbero, infatti, preziosi per la conservazione del fieno e dei mangimi, ma poco adatti all’attività principale, la mungitura, dovendo essere grandi abbastanza e sufficientemente attrezzati da contenere oltre al bestiame, la mungitrice, il sistema di trasporto del latte, la corsia di alimentazione e il nastro trasportatore del letame.

“Vanno bene solo per metterci il fieno, o gli attrezzi, ma per mungerci le vacche è un’utopia”, dice Sonia. Senza contare che per garantire un minimo di funzionalità e un’adeguata igiene dei capi, questi tunnel dovrebbero essere forniti di luce e di acqua, nonché montati su una base di cemento, dando così origine a una serie di problemi legati alla localizzazione e all’urbanizzazione delle aree scelte. Chi infine debba affrontare i costi di urbanizzazione è tutt’altro che chiaro, non si capisce se questi oneri andranno a ricadere sulle spalle dei singoli allevatori o se saranno le regioni a farsene carico.

A oggi, con oltre il 50 per cento delle stalle dichiarate inagibili, si brancola nel buio. Il bando per reperire l’azienda fornitrice dei primi ricoveri temporanei risulta aperto – l’annuncio è stato dato sempre il 19 settembre dall’assessore all’agricoltura del Lazio, Carlo Hausmann –, ma dopo quasi due mesi non si hanno ancora notizie certe sul loro effettivo arrivo. “Li consegneranno insieme al panettone”, dice ironica Sonia.

Connesse alla conservazione del foraggio si aprono, come in una scatola cinese, altre due delicate questioni: quella delle aflatossine e quella dell’amianto. Gran parte degli allevatori di Amatrice, il 24 agosto, aveva già predisposto le scorte per affrontare l’inverno.

Il sisma ha danneggiato i tetti dei depositi e anche una piccola infiltrazione di pioggia può generare enormi problemi. Nel foraggio, infatti, possono formarsi delle muffe, in particolare le aflatossine. Una mucca che ingerisce una quantità troppo elevata di queste tossine produrrà latte contaminato (il limite stabilito dall’Unione europea è di 50 parti per trilione, cioè 5 milionesimi di grammo per ogni chilo di latte), latte che non può essere ritirato dai caseifici, i quali in caso hanno addirittura il potere, per contratto, di sospendere l’assegno mensile all’allevatore.

Se i danni riguardano strutture fabbricate in eternit, va da sé che il fieno e i mangimi che contenevano non saranno più utilizzabili. Non solo, andrebbe anche valutata, e con una certa sollecitudine, la possibilità di bonificare quelle aree, sia nell’immediato, per non mettere a rischio la salute del bestiame e degli allevatori stessi, sia nel lungo periodo, per impedirne la dispersione nell’ambiente.

A Sonia chiedo anche del decreto legge numero 189 approvato il 17 ottobre 2016, che al secondo capo parla di “Misure per il sistema produttivo e lo sviluppo economico”, ma purtroppo lei mi dice di non aver ancora avuto modo di studiarlo a fondo. In attesa della conversione in legge e dei decreti attuativi, effettivamente è arduo esprimere un giudizio in merito e Sonia non si sbilancia neanche in un’opinione. Intanto, però, con le nuove violente scosse e il conseguente allargamento del cratere sismico, tutto è cambiato.

Da valutare c’è anche il secondo decreto, la cui uscita in Gazzetta Ufficiale è prevista nei prossimi giorni.

Un problema per gli allevatori e le loro famiglie che sembra in via di risoluzione è quello dell’emergenza abitativa. Dopo settimane di tensioni e dopo il rischio di una denuncia per abusivismo, il 27 settembre il comune di Amatrice è riuscito a raggiungere un accordo con i vertici della protezione civile, che in un primo momento aveva bocciato la richiesta del sindaco in quanto “non sono state previste deroghe alla legge urbanistica”.

A ogni nucleo familiare è stato destinato un modulo abitativo dove “gli allevatori potranno continuare a vivere accanto ai loro capi e alle loro aziende, mantenendo viva la loro capacità economica e senza mettere a repentaglio ciò che fornisce loro il sostentamento”. E girando per le frazioni ho potuto vederne molti di questi container. Chiedendo ai diretti interessati però, mi è stato detto che non tutti i moduli sono stati donati dalla protezione civile.

Accorgimenti strategici
In diversi casi, infatti, gli allevatori già si erano organizzati per conto proprio, tramite donazioni oppure acquistando privatamente container, camper o roulotte, dunque la loro condizione è stata semplicemente sanata. A preoccupare è invece la situazione di chi aveva la casa agibile e ci era tornato a vivere. Oltre alla paura che inevitabilmente ha accompagnato le nuove scosse, purtroppo si sono registrati ulteriori danni e quindi tutti gli edifici della zona dovranno essere nuovamente sottoposti alle verifiche di agibilità. Se le abitazioni dovessero aver perso i requisiti di agibilità, queste persone saranno costrette ad attivarsi ora, con il freddo che incombe, per trovare una soluzione abitativa che gli permetta di passare l’inverno.

“Insomma”, chiedo a Sonia, “cosa servirebbe fin da subito alle aziende zootecniche per ripartire?”. “Il mondo agricolo non ha bisogno di ripartire, ma di poter continuare a lavorare”, mi risponde. Per farlo servono meno promesse e più fatti. “Non chiediamo miracoli, ma solo pochi accorgimenti strategici”.

Oltre a una sistemazione abitativa, per gli allevatori è necessario un approvvigionamento continuo di foraggio, fieno ed erba medica di primo o secondo taglio, e di un posto asciutto per conservarlo. I tunnel possono essere la soluzione ideale, almeno per proteggere il bestiame e la loro alimentazione, ma dovrebbero essere costruiti in tempi brevi; metà dicembre, come sembra, potrebbe essere troppo tardi. Insieme ai tunnel, servirebbe uno spazio da adibire alla mungitura dei capi e allo stoccaggio dei macchinari e degli attrezzi.

Fuori dei canali istituzionali diverse realtà si stanno muovendo per garantire aiuto alle aziende zootecniche

Infine, bisognerebbe provvedere immediatamente al ripristino della viabilità, quantomeno delle strade principali: la via Romanella, allargata dopo il 24 agosto per consentire al traffico di aggirare il centro storico di Amatrice, è già fatiscente per il transito continuo; il tratto di strada che attraversa la frazione di Retrosi non è stato asfaltato e spesso rimane chiuso quando piove; sempre a Retrosi, il ponte costruito dal genio civile con assi di legno rimovibili, in caso di neve, diventerebbe una trappola, mi hanno detto gli allevatori; il tragitto che collega la frazione di Saletta a quella di San Lorenzo dovrebbe essere messo in sicurezza dalle abitazioni danneggiate che incombono sulla strada.

Fuori dei canali istituzionali, c’è da dire, diverse sono le realtà che si stanno muovendo per garantire aiuto alle aziende zootecniche. Su internet ho trovato la donazione di 450 quintali di foraggio da parte di una cordata di imprenditori ferraresi, mentre nelle scorse settimane ho avuto modo di parlare con Alessandro Novelli, allevatore aquilano e presidente dell’associazione I Patrignonesi, che insieme alla Danae di Cesaproba, già nei primi giorni aveva portato ad Amatrice carichi di fieno. In queste settimane, mi ha detto, hanno organizzato sette viaggi di foraggio, reperito tra aziende aquilane, teramane e marchigiane, che è stato donato a una decina di allevatori in difficoltà. E altri carichi sono in programma in futuro.

Un contributo importante lo sta dando l’Istituto italiano di permacultura di Cuneo, mi racconta Sonia, che in collaborazione con la Reseda onlus e Transition Italia in principio aveva creato una task force per partecipare attivamente alla prima fase di ricostruzione delle aziende agricole del comprensorio amatriciano. Dopo i primi sopralluoghi, però, i volontari si sono resi conto che le difficoltà degli allevatori sono molto più urgenti, legate appunto all’alimentazione del bestiame. Con il sostegno del Movimento 5 stelle della Valle d’Aosta hanno quindi realizzato un ponte di aiuti che sta garantendo carichi di foraggio continui ma soprattutto mirati, per evitare che si crei addirittura un effetto perverso: una disparità di trattamento che con l’andare del tempo potrebbe creare perfino delle distorsioni nel mercato agricolo locale. Alcuni allevatori sostengono infatti che la Coldiretti abbia fatto l’opposto, oltretutto in maniera sporadica.

Amatrice, il 9 novembre 2016.

Pietro Ranaglia vive a Casale. Con i figli gestisce un’azienda zootecnica di sessanta capi. È sfiduciato, non ha granché voglia di parlare. Ha ricevuto una volta qualche sacco di mangime dalla Coldiretti, ma anche lui denuncia che i pochi aiuti, distribuiti a pioggia e non secondo le reali necessità, aumentano i problemi più che risolverli. Hanno sufficiente fieno per l’inverno, ma il piano superiore della stalla dove è stivato ha subìto danni (che si sono aggravati dopo le ultime scosse, mi ha detto successivamente per telefono Jacopo, uno dei figli) e dovrebbe almeno essere messo in sicurezza, puntellato. Anche un tunnel, che gli è stato promesso per dicembre, sarebbe sufficiente.

Il mangime, ora, lo sta comprando dal suo solito fornitore, mi dice, ma ha problemi anche solo a trasportarlo a causa dello stato delle strade. Dormono in roulotte e di giorno si appoggiano nella loro casa dichiarata agibile. Con il terremoto del 30 ottobre, però, si sono aperte altre crepe più profonde. Hanno bisogno di un modulo abitativo, mi dice Jacopo, ma in attesa delle nuove verifiche di agibilità, oltre a non sapere se a loro spetterà, ignorano quali potrebbero essere i tempi di consegna. Intanto non entrano in casa. Intanto si lavano a una fontana.

Il peso delle difficoltà
Paolo Gianni lo incontro nell’azienda dei suoi nipoti, a Tino, frazione di Accumoli. Mi dice che lui dà solo una mano e che per fortuna, a Roma, ha un altro lavoro, ma si capisce da come si guarda intorno, da come parla ai due dipendenti romeni, chi è che davvero gestisce l’azienda. Ha lo sguardo triste ma determinato e la voce pacata del padre di famiglia che sa di dover reggere il peso delle difficoltà. È di ritorno dal magazzino, dove si è recato con i vigili del fuoco per prendere un po’ di fieno e mangime; li deve chiamare ogni volta che ha bisogno di accedervi perché le case intorno sono crollate. Anche il magazzino è danneggiato, e temono per quando arriverà la neve. Ha una ventina di capi, trenta pecore, trenta capre e galline, oche, tacchini. Non ha ricevuto nessun tipo di aiuto, dal 24 agosto.

Mi dice che sono venuti in tanti a vedere la sua azienda, ma più che altro si preoccupavano per i gatti, che scorrazzano qua e là numerosi. Avrebbe bisogno di un deposito temporaneo per spostare le scorte del magazzino, ma soprattutto di un gruppo elettrogeno, perché la corrente va e viene in continuazione. Cercando notizie su Tino, trovo un video di youreporter.it in cui un giornalista intervista il signor Gianni: ha un’impresa edile, da anni si occupava della ristrutturazione del suo paese, ora dovrà ricominciare da capo.

A Faizzone, dentro un modulo abitativo donato dalla onlus Via del Sale, vivono Luca Guerrini e i suoi anziani genitori. Con lui ci sono anche due volontari dell’Istituto italiano di permacultura che stanno progettando per Luca una stalla temporanea in base alle regole della loro disciplina. Sono loro che mi spiegano l’impegno dell’istituto e di come è nata casualmente la collaborazione con i cinque stelle. Luca Guerrini ha perso la casa, la stalla, il fienile e il magazzino con i mangimi. Le sue diciannove vacche dormono all’aperto. “Sono a rischio costante”, mi dice, per il freddo, le malattie, la difficoltà di mantenere un’igiene decente in queste condizioni.

È molto critico nei confronti della Coldiretti: “Bisogna distinguere tra chi ha davvero bisogno e chi vuole fare il furbo; gli aiuti dati senza logica, drogano il mercato, danneggiano la concorrenza”. Sui tunnel, mi conferma quanto detto da Sonia: devono essere attrezzati per la mungitura e devono anche prevedere la divisione del bestiame, “perché le vacche fanno branco e può esserci il rischio che si feriscano tra loro”. È determinato e combattivo, Guerrini, e lucido nei giudizi. Lo lascio al suo lavoro, non prima di aver fotografato un poster affisso alla mungitrice a carrello che ha dovuto comprare con i suoi risparmi, “Con il latte Amatrice riparte”, c’è scritto. “Se moriamo noi”, dice Guerrini “qui finisce tutto”.

Il terremoto di nessuno
L’ultimo allevatore che incontro è Antonio Di Marco, titolare di un’azienda molto grande: un centinaio di bovini e forse più del doppio di ovini. Ho saputo da Alessandro Novelli che ha già ricostruito a proprie spese il tetto della stalla a Rocchetta e che ha conservato la fattura con la speranza che un domani sia rimborsato. Toccanti sono le sue parole in questo video del Fatto Quotidiano. Quando però lo raggiungo a Patarico, frazione dove tiene le pecore e vivono i suoi genitori, mi accoglie in modo brusco, dicendo che lui non ha tempo per le interviste, che deve lavorare. “Nell’articolo scrivici solo che io rimpiango Berlusconi e Bertolaso. Stop!”.

Mi dice che lo stato è assente, che non ci sono tecnici che sappiano gestire davvero l’emergenza, che ad Amatrice, dal terremoto, si vive in un immobilismo vergognoso. Da terremotato aquilano che ha vissuto sulla sua pelle il decisionismo dell’ex premier e dell’ex capo della protezione civile, cerco di dirgli che non sempre le loro scelte si sono rivelate azzeccate, anzi. “Ma è meglio fare qualcosa di sbagliato che non fare niente, non ti pare?”, m’incalza Di Marco. Resto interdetto. “Voi di sinistra…”, inizia ancora a dire, e io capisco che deve avermi scambiato per un giornalista con un preciso schieramento politico.

Il seguito della nostra conversazione ha poco a che fare con la situazione delle aziende zootecniche, è più uno scontro di prospettive tra terremotati. E pur non cedendo la mia posizione sulla postemergenza aquilana, devo ammettere che è vero, qui ad Amatrice si sente la mancanza dello stato, uno stato la cui presenza, invece, nella mia città è stata fin troppo asfissiante. È presto per stabilire quale approccio sia più giusto. Credo però che in previsione della ricostruzione sociale, importante quanto, se non più di quella delle case, la mancanza di sostegno politico, di qualsiasi schieramento, rischia di essere un grave ostacolo per la rinascita del senso di comunità in tutto il cratere sismico del centro Italia. Il senso di abbandono lacera più delle macerie. “Il vostro sembra il terremoto di nessuno”, dico a Di Marco prima di andar via. “È il terremoto di nessuno”, mi risponde. E ci stringiamo la mano.

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