Una piantagione di avocado nella provincia di Petorca, Cile, aprile 2017.

L’avocado che lascia senz’acqua migliaia di cileni

Una piantagione di avocado nella provincia di Petorca, Cile, aprile 2017.
24 luglio 2017 10:11

A Cabildo, nel cuore della provincia cilena di Petorca, Veronica Vilches annaffia con acqua insaponata alcuni alberi di limone che ha piantato davanti a casa. Attivista, minacciata per le sue battaglie, Vilches non può permettersi di usare la poca acqua pulita che ha, così apre la cisterna dove finisce lo scarico del lavandino e della doccia, riempie un secchio e lo svuota alla base delle piante, creando grandi bolle che alla fine scoppiano in una pozzanghera color arcobaleno.

“Sono anni che le piantagioni di avocado si impossessano dell’acqua che dovrebbe essere di tutti”, dice rassegnata. “E ora i fiumi si sono prosciugati, così come le falde acquifere. La gente si ammala per colpa della siccità: ci ritroviamo a dover scegliere tra cucinare o lavarci, fare i nostri bisogni in latrine o dentro sacchetti di plastica e bere acqua contaminata, mentre i grandi imprenditori agricoli guadagnano sempre di più”.

A tre ore di autobus a nord di Santiago del Cile ci si ritrova completamente immersi nelle piantagioni di avocado, quasi tutte della varietà Hass. La provincia di Petorca è un’immensa distesa di alberi che dalla valle si arrampicano sulle pendici circostanti, facendo brillare di un verde acceso quella che altrimenti sarebbe un’aspra montagna terrosa. Il color smeraldo contrasta con il grigio polvere della terra secca dove un tempo scorreva un fiume che oggi non esiste più.

“Qui ci sono più avocado che persone, solo che alla gente manca l’acqua, mentre all’avocado non manca mai”, si lamenta Veronica mentre continua ad annaffiare i suoi alberi.

Per produrre un solo chilo di avocado servono circa duemila litri d’acqua. Quattro volte in più rispetto alla quantità necessaria per un chilo di arance, secondo il Water footprint network; e addirittura dieci volte in più rispetto a quella che serve per un chilo di pomodori.

“Questa è una zona molto arida, dove praticamente non piove mai, così per ogni ettaro coltivato servono circa centomila litri d’acqua al giorno, una quantità che corrisponde al fabbisogno giornaliero di mille persone”, afferma Rodrigo Mundaca, agronomo e attivista di Modatima, organizzazione nata nel 2011 in difesa dei residenti e dei piccoli produttori della zona.

Dal Cile all’Italia
Per quanto Petorca ci possa sembrare lontana, quello che succede lì ci riguarda. La quantità di avocado cileno che arriva in Europa è in continuo aumento: dal 2015 al 2016 si è passati da 62mila tonnellate a 91mila (dati Eurostat). Il 61 per cento viene proprio dalla regione di Valparaíso, dove si trova Petorca.

In Italia si registra un incremento continuo delle importazioni, con una crescita del 28 per cento rispetto all’anno scorso: l’avocado più venduto è quello con la buccia verde, ma oggi sta aumentando anche la richiesta del tipo Hass a buccia nera, quello che arriva appunto dal Cile.

“In Italia siamo ignoranti in materia”, spiega Giorgio Mancuso, distributore di frutta esotica ed esperto del commercio di avocado. “Preferiamo le qualità a buccia verde solo perché sono più grandi e più gradevoli alla vista, ma meno gustose, mentre siamo abituati ad associare la buccia nera e rugosa tipica dell’Hass a un prodotto andato a male. Le cose però stanno cambiando”.

La maggior parte dell’avocado cileno venduto in Italia passa per la Spagna o per i Paesi Bassi: gli esportatori cileni parlano quindi con gli importatori spagnoli o olandesi, che a loro volta vendono ai grandi importatori italiani di frutta esotica.
Questi ultimi trattano direttamente con i supermercati o, nel caso della piccola distribuzione, con grossisti che poi portano gli avocado nei mercati ortofrutticoli, dove li vendono ai commercianti al dettaglio.

Gli avocado percorrono circa 15mila chilometri per arrivare sugli scaffali dei nostri supermercati, lucidati ed esposti in ordine. Per conservarsi hanno bisogno di una temperatura di cinque gradi, perciò il trasporto avviene dentro celle frigorifere.

L’attivista Veronica Vilches annaffia alberi di limone con acqua insaponata davanti alla sua casa a Cabildo, Cile, aprile 2017.

Nelle piantagioni le casse vengono caricate su grandi camion che le portano direttamente ai porti cileni, per la maggior parte Valparaíso e San Antonio, dove nella rada sostano decine di navi che aspettano il loro carico.

Il viaggio per mare dura tre settimane: i cargo costeggiano il Perù, l’Ecuador, la Colombia, attraversano il canale di Panamá e poi l’Atlantico prima di arrivare in Europa, nei porti di Algeciras in Spagna o Rotterdam nei Paesi Bassi.

Lì l’avocado viene stoccato per un periodo che va dai quattro ai sette giorni in celle riscaldate dove può essere usato anche l’etilene, un gas che si diffonde nei tessuti del frutto e che ne accelera artificialmente la maturazione. Quando il frutto è pronto viene spedito con i camion in Italia, dove viene venduto come se fosse stato appena raccolto, anche se ormai è passato un mese da quando è stato staccato dall’albero.

Le conseguenze
A Petorca le immense piantagioni di avocado, oltre a danneggiare l’ambiente e causare un danno irreversibile all’ecosistema, stanno distruggendo il tessuto sociale e l’identità culturale del territorio. È ormai diventato impossibile mantenere un campo coltivato o allevare animali, così le persone stanno lasciando la loro terra per rifarsi una vita altrove.

“La nostra provincia sta diventando sempre più vecchia, i giovani si trasferiscono in città e molti uomini se ne vanno a cercare lavoro nelle miniere del nord”, racconta Vilches, che tra l’altro è responsabile di uno dei Sistema de agua potable rural (Apr). Ha sempre ripetuto di non voler lasciare la sua terra, ma ora è costretta ad ammettere che “la vita sta diventando insopportabile”.

Trovandosi con la rete idrica a secco, gli abitanti sono costretti a usare l’acqua trasportata da camion cisterna pagati dallo stato. Ognuno ha diritto a cinquanta litri al giorno, “una quantità che spesso non è sufficiente a soddisfare tutti i nostri bisogni”, continua Vilches. “In più la qualità è pessima, l’acqua spesso è gialla o mista a terra, oppure altre volte ha un fortissimo odore di cloro. Loro dicono che è potabile ma la gente si ammala quando la beve, e così siamo costretti a bollirla o a comprare acqua in bottiglia”.

In pochi anni le piantagioni qui saranno molte di più. Ma con quale acqua le irrigheranno?

Vilches nel 2014 ha commissionato un’analisi dell’acqua trasportata dai camion. È risultato che la quantità di coliformi (batteri presenti anche nelle feci) era molto al di sopra dei limiti di legge. “I coliformi sono indicatori del livello di inquinamento dell’acqua”, spiega Veronica. “Per portare dei buoni avocado agli europei, insomma, finiamo letteralmente per bere acqua con dentro la cacca”.

Un’inchiesta del centro di investigazione Ciper rivela che negli ultimi sei anni lo stato cileno ha speso 92 miliardi di pesos (circa 122 milioni di euro) per comprare camion per trasportare acqua alla popolazione di cinque regioni, tra cui Valparaíso. In particolare, nella provincia di Petorca ci sono stati, secondo il Ciper, fornitori che si sono aggiudicati contratti con il governo regionale per più di un miliardo di pesos ognuno.

La privatizzazione dell’acqua
Le grandi aziende agricole che producono avocado hanno potuto impossessarsi dell’acqua della zona in maniera del tutto legale, ottenendo dallo stato i diritti di uso gratuito e perpetuo. Infatti, con il codice dell’acqua cileno approvato nel 1981 dal regime militare di Augusto Pinochet, le fonti e i diritti di gestione dell’acqua sono stati privatizzati e l’acqua è diventata un bene di mercato soggetto a proprietà privata.

“Quando si parla di acqua come bene comune, il Cile è l’esempio di tutto ciò che non bisogna fare”, afferma l’attivista di Modatima, Mundaca. “Il codice ha permesso e incentivato il sistema di sottrazione dell’acqua, che così è perfettamente legale. Ora è in discussione al parlamento una riforma della legge, ma è un progetto inconsistente, che continua a garantire la proprietà privata dell’acqua”.

Il business dell’avocado è semplice: i grandi imprenditori comprano a poco prezzo terre brulle sulle pendici delle montagne, distruggono la flora e la fauna locali e piantano gli alberi di avocado, ottengono i diritti di uso dell’acqua così non pagano per irrigare i campi e poi vendono la frutta a un costo elevato, con guadagni stellari. Girando in auto per la valle di Petorca, di frequente si vedono ruspe che scavano canaloni sulle pendici delle montagne per piantare nuovi filari di alberi. “In pochi anni le piantagioni qui saranno molte di più. Ma con cosa le irrigheranno? Con quale acqua?”, si chiede Mundaca.

Un camion cisterna che trasporta l’acqua potabile agli abitanti di Cabildo, nella provincia di Petorca, Cile, aprile 2017.

Negli ultimi tempi, comunque, alcuni grandi imprenditori sono stati condannati per estrazione non autorizzata e per usurpazione di acqua. Nel maggio 2011 la direzione generale dell’acqua, che si occupa di applicare le leggi e di controllare che non vengano violate, ha pubblicato i risultati di un’indagine satellitare che mostra almeno 65 drenaggi illegali che corrono sottoterra e che portano acqua dai fiumi alle piantagioni private.

“Le grandi aziende agricole sembrano intoccabili. Anche se ci sono le prove molto raramente vengono portate in tribunale e, anche quando viene emessa una condanna, le multe sono molto basse”, dice Mundaca. “Nel frattempo, mentre la popolazione è profondamente colpita dalla siccità, le grandi piantagioni sono dotate di enormi bacini di accumulazione, che raccolgono acqua per averla disponibile in ogni momento per gli alberi”.

Ma chi sono i grandi imprenditori dell’avocado? Molti sono imparentati tra loro e si dice che siano tutti un’unica grande famiglia. Alcuni sono politici di rilievo, come Eduardo Cerda García, ex deputato del parlamento eletto nella provincia di Petorca, la cui famiglia è proprietaria dell’Agrícola Pililen, condannata per violazione del codice, così come anche è stata condannata l’agrícola El Cóndor di Edmundo Pérez Yoma, ex ministro dell’interno nel primo governo di Michelle Bachelet, e l’agrícola Los Graneros di Osvaldo Jünemann Gazmuri, genero di Pérez Yoma.

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L’accusa che più tocca gli imprenditori è quella di rubare l’acqua. “Non neghiamo di essere stati multati per illeciti minori su questioni procedurali”, dice Ana María Cerda Lecaros dell’Agrícola Pililén, “ma non ci sono sentenze per furto d’acqua”. Sono parole che ricorrono spesso nelle dichiarazioni delle aziende dopo un’inchiesta del collettivo di giornalisti Danwatch. Tutte parlano di “errori amministrativi”.

“Ciò che è stato sanzionato è l’estrazione d’acqua da un punto non regolamentato”, è la posizione dell’Agrícola Los Graneros. Mentre per Pérez Yoma dell’Agrícola El Cóndor il problema è stato l’aver “installato un tubo in un pozzo”, non “l’estrazione illegale d’acqua”.

“Il fatto indiscutibile è che ci sono persone a cui non arriva una goccia d’acqua e a fianco ci sono piantagioni verdissime irrigate in abbondanza”, commenta Patricio Fernández, direttore del giornale cileno The Clinic. “A Petorca si sta combattendo una grande guerra per l’acqua e in questa storia sono coinvolti anche alcuni politici, da tempo in lotta contro gli abitanti della zona che rivendicano i propri diritti”.

Le minacce agli attivisti
In Danimarca, dopo la pubblicazione dell’inchiesta di Danwatch, alcuni supermercati hanno deciso di smettere di vendere l’avocado proveniente dalle aziende della provincia di Petorca. Pochi giorni dopo gli attivisti Veronica Vilches e Rodrigo Mundaca hanno ricevuto minacce di morte. Anche Amnesty international si è occupata del caso e ha lanciato un appello per sostenerli.

“Attaccano noi perché siamo gli esponenti più in vista nella lotta per il diritto all’acqua”, sospira Veronica. “Sono venuti davanti a casa mia con un’auto dai vetri oscurati e mi hanno insultato, poi mi hanno detto che se non la smetto mi ammazzano. Hanno provato anche a offrirmi soldi per stare zitta, ma io continuo per la mia strada, non possono comprare la mia dignità”.

Negli ultimi anni con Modatima hanno organizzato diverse proteste per denunciare quello che sta succedendo a Petorca. In un caso è intervenuta anche la polizia, che ha interrotto la manifestazione con idranti e getti d’acqua.

Le persone devono fare i conti anche con le sostanze chimiche che vengono usate nei campi

“Mettersi contro i grandi dell’avocado è una scelta molto rischiosa”, spiega Mundaca. “Abbiamo subìto diverse intimidazioni e in alcuni casi qualcuno ha perso il lavoro per aver protestato contro l’estrazione illecita di acqua. Così quasi nessuno vuole parlare o schierarsi, le persone preferiscono non sapere, non vedere”.

Oltre alla paura, a far sì che le bocche rimangano chiuse sono gli “aiuti” che le grandi aziende danno alla comunità: “Sono tanti quelli che appoggiano il padrone perché gli dà lavoro”, continua Mundaca, “e in più ci sono zone povere dove gli imprenditori dell’avocado hanno costruito chiese, centri comunitari, campetti da calcio e così si sono guadagnati l’appoggio della gente. Quando le persone si lamentano per la mancanza d’acqua arrivano le minacce di togliere questi benefici, e in breve tempo torna tutto a posto”.

Pesticidi, erbicidi e ormoni
La popolazione deve fare i conti anche con le sostanze chimiche che vengono spruzzate nelle piantagioni e che si diffondono nell’ambiente: pesticidi, erbicidi, fertilizzanti e ormoni che inquinano e danneggiano la salute degli abitanti, oltre a essere un possibile rischio per il consumatore che quell’avocado se lo mangia.

Tra i pesticidi più diffusi c’è il Lorsban, che altro non è che il clorpirifos etile, ammesso in Europa ma entro certi limiti, visti i rischi che comporta per i contadini e le comunità, inclusa la correlazione con danni cerebrali nei bambini, come evidenzia una ricerca dell’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente (Epa). Come erbicida si usa soprattutto il Roundup, a base di glifosato, il diserbante più diffuso del mondo, nonostante sia stato classificato come probabile cancerogeno dall’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), anche se per altre istituzioni non è pericoloso.

Ma si usano anche sostanze vietate in Europa, come l’uniconazolo, non approvato dall’Ente europeo per la sicurezza alimentare, e dichiarato pericoloso. L’uniconazolo è alla base di prodotti come il Sunny o il Sumagic, ormoni che bloccano la crescita dell’altezza dell’albero e incanalano tutte le sostanze nutritive nella produzione del frutto, che così matura prima e diventa molto più grosso, prendendo la forma di una palla e arrivando a pesare fino a 600 grammi.

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Infine ci sono i fertilizzanti: l’uso massiccio di prodotti molto economici e con un’alta percentuale di azoto, tra cui il più comune è l’Urea, comporta il rischio di dispersione di nitriti o ammoniaca e il conseguente inquinamento delle falde acquifere. Recenti analisi dimostrano che l’acqua dei pozzi della zona presenta appunto un’alta dose di nitriti, che si ipotizza derivino proprio dall’uso prolungato di questi fertilizzanti.

“In Cile tutto questo è legale. Così le imprese, attraverso aerei privati, fumigano le sostanze e non hanno neanche il dovere di avvisare la gente”, dice Mundaca. Per colpa delle frequenti fumigazioni molte persone hanno deciso di andarsene e hanno venduto la casa a prezzo bassissimo. È ciò che è successo anche alla famiglia Valencia, che abitava da sempre a Chincolco, paesino della provincia di Petorca, in una casa circondata dalle piantagioni di avocado.

“Per colpa delle fumigazioni i componenti della famiglia avevano avuto problemi di respirazione, forti bruciori agli occhi, a volte sono dovuti andare all’ospedale”, racconta ancora l’attivista. “Per prima se n’era andata la figlia dei Valencia con i suoi figli, i bambini si ammalavano spesso e non potevano restare qui. Invece il vecchio signor Valencia e sua moglie erano rimasti”.

Oggi la casetta in legno dei signori Valencia è muta, le tendine sono tirate e il tetto in lamiera è arrugginito. Il grande cancello azzurro è chiuso con un catenaccio e a fianco, sul muro, campeggia una scritta fatta a mano che dice “vendesi”, insieme al numero di telefono. Mundaca scuote la testa: “Alla fine se ne sono andati anche loro, abbiamo perso”.

Da sapere

Nel 2010 le Nazioni unite hanno inserito l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari tra i diritti umani essenziali. La risoluzione è stata approvata con il voto favorevole di 122 paesi, tra cui quello del Cile. Nel testo si ricorda che “l’accesso a un’acqua potabile sicura è parte integrante della realizzazione di tutti i diritti umani”.

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