Cheikh Fall, conosciuto in Africa sotto lo pseudonimo cypher007.

L’avanguardia del ciberattivismo africano

Cheikh Fall, conosciuto in Africa sotto lo pseudonimo cypher007.
13 luglio 2018 10:13

“La ricchezza della nostra generazione è che siamo individui per metà digitali: un po’ reali, un po’ virtuali. Ma la nostra parte virtuale sta diventando più reale di quella reale. Questo perché passiamo sempre più tempo su internet, la maggior parte delle nostre azioni si svolge in rete”. Cheikh Fall è più conosciuto in Africa sotto lo pseudonimo cypher007, account Twitter seguito da più di 60mila persone: “Programmatore informatico di formazione, blogger, citizen journalist, esperto di media e consulente internazionale”.

Così si definisce questo senegalese di 35 anni diventato, negli ultimi anni, uno dei ciberattivisti più influenti del continente. Ideatore della campagna #sunu2012 (un sistema di monitoraggio cittadino delle elezioni presidenziali in Senegal del 2012) e della prima Rete dei blogger senegalesi, la sua ultima creatura è AfricTivistes, la Lega africana di blogger e web attivisti per la democrazia. Una piattaforma unica nel suo genere nata nel 2015 su impulso di cinque ragazzi africani per proteggere l’incolumità dei dissidenti digitali minacciata da regimi pseudodemocratici.

In Senegal, pur avendo solo una decina d’anni, l’accesso a internet ha già attraversato diverse fasi: “Tra il 2006 e il 2008 siamo passati dai telecenter, dove si poteva solo telefonare, agli internet café; nel 2010 c’è stata l’apoteosi del web con i cibercafé di lusso, computer a schermo piatto, processori Pentium3 e una connessione che cominciava a essere decente; poi, nel 2014, abbiamo conosciuto il ‘tempo dei blogger’, con i primi cittadini che, grazie a internet, hanno preso la parola per denunciare i loro problemi quotidiani; nel 2015, infine, sono state aperte le piattaforme aggregative Mondo Blog e Atelier des medias, supportate dai media francesi Rfi e France24, attraverso cui i blogger hanno cominciato a confrontarsi con un pubblico internazionale”.

L’attivismo online sta cercando di passare dall’antagonismo a una maggiore interazione con le istituzioni

Cheikh, in abito tradizionale azzurro e cappellino di lana nonostante il caldo, li chiama “pionieri africani del social web” e sostiene che la loro peculiarità stia nell’interessamento a temi politici quali, per esempio, cittadinanza attiva, sensibilizzazione collettiva e impegno civico. “In Africa come ovunque nel mondo ci sono tantissimi blog di cucina, di viaggi, di moda, di musica e di sport. Ma qui, quando si parla di blogger, si pensa subito ai ciberattivisti. Questi”, continua Cheikh Fall, “hanno creato tutte le comunità virtuali nate successivamente, in Senegal come nel resto dell’Africa occidentale”.

Oltre duecento attivisti e blogger provenienti da tutto il continente (ma anche da Haiti e dalla Spagna) si sono ritrovati il 22 e 23 giugno a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, per il secondo forum di AfricTivistes. Il primo era stato organizzato nel 2015 a Dakar.

“All’epoca alcuni dei nostri erano in carcere e diversi partecipanti, al ritorno in patria dopo il forum, sono stati perseguitati e costretti all’esilio. A Ouagadougou, invece, la cerimonia inaugurale è stata addirittura presieduta dal presidente burkinabé Roch Marc Christian Kaboré” racconta Cheikh senza nascondere la fiducia nella nuova traiettoria imboccata dal suo gruppo.

L’incontro intitolato “La democrazia digitale Africa: quale meccanismo di collaborazione fra governo e attori della società civile?”, infatti, è frutto del sofferto tentativo della blogosfera africana di passare dall’antagonismo intransigente a una maggiore interazione con le istituzioni per cercare di veicolare un cambiamento dall’interno, meno strillato, più efficace e profondo.

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“A Ouagadougou temi come corruzione, meritocrazia e trasparenza – nelle elezioni, negli appalti pubblici, nelle concessioni minerarie, nell’utilizzo dei fondi pubblici come negli accordi internazionali – sono stati al centro del dibattito, perché i giovani del continente chiedono ai loro leader di essere più integri, responsabili e attenti ai bisogni dei cittadini”.

Trovare interlocutori politici affidabili, però, non è semplice. Anche per questo AfricTivistes negli ultimi mesi sta portando a termine una formazione digitale gratuita incentrata sulla sicurezza dei dati e degli internauti che coinvolge più di 500 persone del mondo dell’informazione e della società civile in dieci paesi dell’Africa occidentale.

“Abbiamo scelto di stare dalla parte della popolazione. Se la nostra attività di blogger è recepita dai governi come un’opposizione politica quando, in realtà, non facciamo politica attiva, allora vuol dire che c’è un problema”.

Nonostante riconosca che il Senegal negli ultimi anni sta attraversando un periodo di parziale libertà d’espressione – “diversamente da molti altri paesi” – Cheikh ritiene che ci sia ancora molta strada da fare. “La democrazia senza il rispetto delle libertà individuali è solo una chimera. Dov’è la tanto sbandierata libertà di espressione quando giornalisti, blogger e attivisti sono ancora censurati, perseguitati e intimiditi?”.

L’università è un crocevia
Nella lista delle vittime della repressione stilata da Cheikh Fall compaiono anche gli studenti universitari. In stato di agitazione quasi perenne, i collettivi di studenti senegalesi oggi usano nuovi mezzi di comunicazione per contrastare la narrazione giornalistica dominante che, controllata dal governo, ignora e distorce le loro rivendicazioni.

“L’università è un crocevia, è questa la sua forza: ci sono studenti che vengono da tutte le regioni che parlano tutte le lingue del Senegal, è rappresentato l’insieme delle differenti etnie”, dice Aida Thiao, studente dell’università Cheick Anta Diop di Dakar (Ucad), la più grande del Senegal con oltre 90mila iscritti. “I mezzi d’informazione nazionali, quando trattano notizie che potrebbero imbarazzare il potere, sono parziali. Così abbiamo deciso di diventare noi stessi i vettori della nostra informazione. E quando gli studenti si mettono in testa che un messaggio deve passare, passa. Grazie ai social network un’informazione lanciata da uno studente qualunque raggiunge subito i quattro angoli del paese, dalla capitale ai villaggi più sperduti”.

Questa giovane appassionata è leader del collettivo di studenti della facoltà di medicina, farmacia e odontologia e presidente dell’Associazione nazionale degli studenti di scienze e sanità del Senegal. Una sua fotografia, con gli occhiali da sole alzati sopra il velo griffato, è affissa all’entrata della mensa studentesca, dove “si servono piatti biologici”. “Ci vengono a mangiare perfino molti professori” si compiace Aida, passeggiando nel cortile della facoltà e mostrando le altre conquiste della sua presidenza: l’aula studenti, “l’unico cibercafé autogestito rimasto integro in tutta l’Ucad”, e lo splendido giardino “per ripassare”, con tavoli e panchine fatte di pneumatici e colorati materiali di recupero all’ombra di grandi alberi. Un’oasi di pace e studio nel cuore della caotica metropoli. Un luogo libero violato dall’irruzione, a più riprese, della polizia durante i giorni caldi delle mobilitazioni di aprile e maggio.

In quel periodo gli universitari di tutto il paese stavano manifestando contro i ritardi nel pagamento delle borse di studio da parte dello stato. All’Università Gaston-Berger di Saint-Louis, gli studenti, dopo aver bloccato i corsi, hanno decretato le “giornate senza biglietto”, in cui tutti, non ricevendo da mesi i soldi delle borse, accedevano alle mense universitarie senza pagare il ticket.

Successivamente, fuori e dentro i campus, sono scoppiati violenti scontri con le forze dell’ordine. Il pugno di ferro del governo di Macky Sall contro la protesta universitaria ha portato, il 15 maggio scorso, alla morte di Fallou Sène, studente di lettere moderne poco più che ventenne. Il giorno successivo tutte le università del paese hanno decretato la chiusura immediata di corsi ed esami.

Prima i cittadini per far sentire la propria voce avevano bisogno di un leader che li rappresentasse, oggi non ce n’è più bisogno

“È il secondo compagno che perdiamo. E sempre per la questione delle borse di studio”. Nel 2014, quando Bassirou Faye fu ucciso da un poliziotto all’interno di un campus dell’Ucad, Aida Thiao frequentava il secondo anno di medicina. Anche allora gli studenti erano scesi in piazza per la stessa ragione. Insieme ad altri del collettivo, Aida è stata “invitata a palazzo” dal presidente Macky Sall per negoziare “una soluzione definitiva del problema delle borse”.

“È inaccettabile che oggi, a quattro anni di distanza, ci troviamo a piangere un altro studente ucciso in circostanze analoghe!”. Nei mesi scorsi i video degli scontri con la polizia raccolti e fatti circolare dagli studenti sui social network, hanno soffiato sulla brace dell’indignazione nazionale. La pressione esercitata sul governo è sfociata nella dichiarazione pubblica di Macky Sall di voler far luce sull’accaduto, per trovare e punire i responsabili materiali della morte del giovane. “È una mascherata. Come la cena a cui il presidente ha invitato i rappresentanti degli studenti”.

Questa volta Aida Thiao e il collettivo di medicina hanno deciso di non partecipare. “Chiediamo giustizia per il nostro compagno, morto affinché nessun altro debba più morire per vedere riconosciuti i propri diritti. Noi studenti siamo le uniche speranze delle nostre famiglie e non possiamo diventare gli agnelli sacrificali”, conclude Aida. E oggi, mentre le indagini sulla morte di Fallou Sène stagnano, file interminabili e nervosismo palpabile agli sportelli delle banche limitrofe all’Ucad sono tornate all’ordine del giorno.

“Dopo la morte del ragazzo, il governo ha subito pagato le borse agli studenti senegalesi. Vuol dire che i fondi erano disponibili anche prima! Questa è una palese mancanza di rispetto, un insulto, una forma di menefreghismo di stato verso i cittadini che pagano gli stipendi dei politici e ne legittimano il potere”.

Quando s’infervora, Cheikh Fall brandisce il telefono, specchiandosi nello schermo del computer sempre aperto davanti a lui. “Prima i cittadini per far sentire la propria voce avevano bisogno di un leader che li rappresentasse, oggi non ce n’è più bisogno. Perfino un venditore di arachidi può catturare un’immagine e montarci attorno una causa che diventa virale sui social”.

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Per Cheikh i ciberattivisti africani devono essere “avanguardisti” e aiutare le proprie società a non subire la rivoluzione digitale. “Altrimenti succederà come durante la rivoluzione industriale: in Africa siamo rimasti a guardare gli altri e oggi abbiamo dei minerali preziosi che non riusciamo a sfruttare per il nostro benessere. Oggi non siamo in grado di costruire un aereo, o un aeroporto, perché all’epoca non abbiamo acquisito le competenze necessarie, lasciando fare ad altri e restando semplici utilizzatori e consumatori”.

Antidoto contro gli errori del passato è, secondo cypher007, un mix d’invenzione e creatività. La stessa formula che giovani come Aida e gli universitari del Senegal stanno usando nella propria lotta. “Avere il coraggio di reinventare il futuro”. “Essere responsabili del proprio destino”. Frasi che continuano a essere cinguettate, di questi tempi, dalla blogosfera africana.

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