Fadel Barro (secondo da sinistra), leader del collettivo senegalese Y’en a marre, e Oscibi Johann (secondo da destra), del movimento civile del Burkina Faso Balai citoyen, durante una conferenza stampa a Kinshasa, Repubblica Democratica del Congo, marzo 2015.

I giovani africani si organizzano per cambiare i loro paesi

Fadel Barro (secondo da sinistra), leader del collettivo senegalese Y’en a marre, e Oscibi Johann (secondo da destra), del movimento civile del Burkina Faso Balai citoyen, durante una conferenza stampa a Kinshasa, Repubblica Democratica del Congo, marzo 2015.
09 agosto 2018 10:00

Si chiama Afrikki Mwinda (Luce d’Africa, dall’unione dell’antico nome del continente con il termine mwinda, che significa luce in lingua lingala), è appena nato e promette che farà parlare di sé. Il “nuovo movimento sociale africano” è stato lanciato in occasione della prima edizione dell’Università popolare dell’impegno cittadino (Upec), incontro di autoformazione organizzato dagli attivisti di più di trenta paesi africani dal 23 al 28 luglio a Dakar, uno dei centri nevralgici della rinnovata partecipazione giovanile che sta attraversando buona parte del continente.

“I movimenti sociali africani, gli artisti e gli intellettuali impegnati d’Africa e delle sue diaspore hanno preso la ferma decisione di unire le loro energie, le loro voci e le loro forze per portare avanti le aspirazioni dei propri popoli alla libertà e alla dignità”. Comincia così il documento di cinque pagine passato di mano in mano alla fine dell’ultimo giorno d’incontri. “È solo per i giornalisti”, ripetono giovani volontari con la maglietta bianca dell’Upec, reduci da una lunga riunione per decidere collegialmente, parola per parola, il manifesto del nuovo movimento.

Di giornalisti, in realtà, ce ne sono ben pochi. Il dinamismo africano, piaccia o meno, non fa (ancora) notizia. I telefoni dei partecipanti, sempre accesi, sopperiscono alla scarsa visibilità concessa dai mezzi d’informazione all’evento, immortalando ogni giornata dell’Upec.

Un approccio pragmatico
Programma fitto e ospiti internazionali (ricercatori, dottorandi e professori universitari). La sei giorni dal tema “cittadinanza e diritto di decidere”, completamente gratuita per i partecipanti, è stata un susseguirsi di conferenze, performance, dibattiti, proiezioni e tavole rotonde fra i protagonisti e gli ideologi di diversi collettivi. Obiettivo condiviso: andare oltre il confuso movimentismo dell’epoca dei Social forum di Bamako (2006), Dakar (2011) e Tunisi (2015) per dotare diversi nuclei che operano su base nazionale di un’unica piattaforma strategica che fornisca solidarietà e appoggio legale e finanziario alle lotte in corso nel continente. Un approccio pragmatico per fare “un salto di qualità” nella partecipazione democratica e nella formazione di una società civile africana indipendente.

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Secondo i leader di Afrikki Mwinda, i nemici dichiarati di tale “battaglia di emancipazione delle coscienze per una reale liberazione dal neocolonialismo” sono:

  • la burocrazia elefantiaca, anticamera della corruzione che pervade ogni strato della società;
  • le multinazionali straniere che si accaparrano a suon di mazzette risorse locali e ampie fette di mercato;
  • i grandi gruppi finanziari che strangolano l’economia informale;
  • le ex potenze coloniali che continuano a interferire nella vita politica ed economica di paesi ancora considerati subalterni;
  • l’Unione europea occupata a fare i propri interessi (controllo dei flussi migratori ed esternalizzazione della sicurezza comunitaria, soprattutto) a scapito del reale benessere delle popolazioni africane;
  • i nuovi partner economici, come gli Stati Uniti, la Turchia, la Cina, l’India, il Canada, la Corea del Sud, l’Australia e il Sudafrica, che cercano a ogni costo di scalfire i privilegi delle ex potenze coloniali per sostituirsi a esse;
  • le classi dirigenti irresponsabili che permettono lo sfruttamento e la militarizzazione dell’Africa sotto l’emblema della lotta al terrorismo globale.

Evento d’apertura dell’Upec è stato un grande concerto, il 23 luglio, nella simbolica place du Souvenir africain di Dakar, luogo in cui si è svolto l’intero incontro. Alla serata hanno partecipato diversi artisti, soprattutto rapper ma anche cantanti reggae e di musica tradizionale africana, che appoggiano apertamente i gruppi dissidenti. Il matrimonio tra attivismo politico e mondo dello spettacolo è caratteristico del nuovo movimentismo africano e comincia a fare tendenza, dentro e fuori il continente.

Emblema regionale di questa nuova generazione di artisti impegnati è il rapper burkinabé Smockey, portavoce del movimento civile Balai citoyen che nel 2014, in Burkina Faso, attraverso un’insurrezione popolare non violenta, ha fatto cadere Blaise Compaoré dopo 27 anni di regime. “Sono la faccia cool del movimento”, scherza Fadel Barro, leader del collettivo senegalese Y’en a marre (ne abbiamo abbastanza) promotore dell’Upec, prima di lasciare il palco ai musicisti. Il concerto è gratuito e centinaia di ragazze e ragazzi sono accorsi per ascoltare i loro beniamini: Smockey, il senegalese Ismael Lo, il rapper maliano Master Soumy e molti altri. A chiudere la serata è Tiken Jah Fakoly, artista reggae ivoriano di fama internazionale che ha infiammato il pubblico con le parole di uno dei suoi pezzi più amati: “Quand nous serons unis… ça va faire mal! (Quando saremo uniti… farà male!)”.

Attivisti e cittadini continuano a essere perseguitati, incarcerati e uccisi solo per aver espresso pubblicamente la loro opposizione

Appaiono uniti, per ora, gli attivisti dei movimenti che hanno partecipato a questa prima edizione dell’Upec. Ragazze e ragazzi avvolti in bandiere dei propri paesi che sfilano uno dopo l’altro, nello scrosciare degli applausi del pubblico. Spicca la figura di Fadel Barro. Questo intellettuale senegalese smilzo e occhialuto con un passato da giornalista è considerato uno dei leader d’opinione più influenti dell’intero continente. Prima l’ex presidente del Senegal Abdoulaye Wade, poi quello attuale Macky Sall gli hanno offerto il posto di ministro della gioventù e della cultura. Ma Fadel ha sempre rifiutato.

“Hanno cercato di controllarci, di comprarci, di corromperci. Quando hanno capito che non eravamo intenzionati a occupare le loro poltrone, hanno cercato di intimidirci, di spaventarci, di imbavagliarci. Ma anche questa volta hanno fallito”. Nel discorso di Barro il morale e la determinazione risultano rinforzati dagli attacchi dei governi, ma attivisti e semplici cittadini africani continuano a essere perseguitati, incarcerati e uccisi solo per aver espresso pubblicamente – spesso attraverso i social network – critiche nei confronti di regimi nepotistici e dispotici.

Siate forti
L’ultimo nome ad aggiungersi alla lunga lista delle vittime della repressione è stato, cronologicamente, quello di Luc Nkulula, anima del movimento Lucha (Lotta per il cambiamento), d’opposizione a Joseph Kabila, al potere in Repubblica Democratica del Congo dal 2001. Nkulula, 33 anni, particolarmente attivo durante le recenti manifestazioni di malcontento in Rdc, è morto bruciato nella sua abitazione di Goma nella notte tra il 9 e il 10 giugno 2018. Un toccante video commemorativo è stato proiettato durante la serata inaugurale dell’Upec. Fadel Barro, i compagni di Nkulula e gli altri giovani leader di domani hanno assistito alle immagini tenendosi abbracciati, il pugno destro alzato, le bandiere verdi di Lucha sulle spalle. “Non abbiamo bisogno di altri martiri, ma dobbiamo prendere esempio dagli amici caduti per trovare la forza di elaborare strategie di lotta più efficaci e sicure”, ha commentato Barro, commosso, sul palco.

Insieme ad altri compagni di Y’en a marre, del Balai citoyen e di Lucha, anche lui ha sperimentato la repressione di stato. Nel marzo 2015 è stato arrestato e detenuto senza processo a Kinshasa per aver supportato il collettivo congolese Filimbi. Da quel momento Barro è sorvegliato speciale dei servizi di sicurezza senegalesi.

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E dire che, a giugno 2013, aveva avuto l’onore d’incontrare l’ex presidente statunitense Barack Obama, in viaggio ufficiale in Senegal. “Dopo aver visitato la casa degli schiavi dell’isola di Gorée si è detto felice di conoscere i ragazzi di Y’en a marre. Io gli ho detto che, in quanto primo presidente nero degli Stati Uniti, doveva sentire la responsabilità di non abbandonare i movimenti sociali africani e di non tradirli come hanno fatto i suoi predecessori”. La foto della stretta di mano tra i due uomini appare dappertutto nella sede di Y’en a marre a Parcelles Assainies, quartiere popolare di Dakar. Barro si sistema il berretto di lana con la spilla a forma di stella da cui non si separa mai. “Congedandosi, Obama mi ha stretto la mano e mi ha detto: ‘Be strong’”.

Le nuove Afriche illuminate hanno il volto di Fadel Barro, di Luc Nkulula e dei giovani di Afrikki Mwinda che, nel silenzio dei mezzi d’informazione internazionali, stanno coraggiosamente sfidando il potere costituito per riscrivere dal basso la storia della loro terra.

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Claudia Grisanti