Arena dello stretto. Lungomare Falcomatà, Reggio Calabria, gennaio 2018.

A Reggio Calabria si specchiano i problemi del sud

Arena dello stretto. Lungomare Falcomatà, Reggio Calabria, gennaio 2018.
19 febbraio 2018 10:20

Da mesi Reggio Calabria è scossa dal rischio di chiusura che incombe sull’aeroporto dello stretto. Può sembrare una storia locale, e invece può essere presa come una cartina di tornasole del collasso economico e sociale di larga parte dell’Italia del sud. Per leggerla, bisogna fare un passo indietro e tornare al marzo 2017.

In quelle settimane, Alitalia aveva annunciato lo stop dei voli a causa di perdite consistenti – sei milioni di euro solo nel 2016. La decisione aveva provocato la rabbia dei sindaci dello stretto, tanto che si erano detti pronti ad andare a Roma tutti insieme per protestare. Giuseppe Falcomatà – eletto con il Partito democratico nel 2014 a 31 anni sull’onda del commissariamento per mafia dell’amministrazione di centrodestra e della nostalgia per la “primavera reggina” guidata da suo padre Italo – aveva minacciato di “riconsegnare al governo le chiavi della città”. L’emergenza era rientrata solo grazie all’intervento del ministro dei trasporti Graziano Delrio, che era riuscito a convincere Alitalia a garantire almeno i collegamenti con Roma e Milano.

Dieci mesi dopo, come in un gioco dell’oca, l’aeroporto si trova al punto di partenza: l’ex compagnia di bandiera valuta di nuovo se abbandonare lo scalo, mentre Blu Panorama dimezza i voli. E ancora una volta, c’è stato bisogno dell’intervento del ministero per calmare le acque. Dopo un incontro con i vertici dell’azienda che gestisce lo scalo intitolato a Tito Minniti – aviatore decapitato in Etiopia nel 1935 e onorato con la medaglia d’oro al valor civile da Benito Mussolini – i voli sono stati confermati. Ma solo per la stagione estiva: da settembre, a elezioni concluse ed equilibri politici modificati, si vedrà.

Al di là di quello che succederà, le cifre parlano chiaro: nel 2017 solo 380mila passeggeri sono passati dall’aeroporto di Reggio Calabria, il 21,4 per cento in meno rispetto al 2016. Tra chi arriva e chi parte, si contano in media poco più di trentamila passeggeri al mese. Per fare un paragone, a Lamezia Terme (a poco più di cento chilometri da Reggio Calabria) nel dicembre scorso sono stati 162mila, più di due milioni e mezzo nell’intero 2017.

I prezzi salgono, i passeggeri diminuiscono
Mi accorgo della portata della crisi appena atterrato: il bar oltre i metal detector ha le serrande abbassate, nell’aeroporto c’è poca gente e il sito web dello scalo avvisa che il bus verso la stazione ferroviaria è “momentaneamente sospeso”. Volendo, si può salire sulla navetta gratuita che porta all’aliscafo per Messina, un servizio voluto dai sindaci delle due città, Renato Accorinti e Giuseppe Falcomatà. Una soluzione utile per chi deve raggiungere la Sicilia, ma secondaria per chi vive a Reggio Calabria o in provincia, al di là dell’Aspromonte.

Se l’aeroporto è deserto è perché così com’è non va bene a nessuno: i messinesi preferiscono volare da Catania, mentre i reggini scelgono di percorrere un’ora e mezza in autostrada per imbarcarsi da Lamezia Terme. I motivi li indica una petizione che ha raccolto 14mila firme: le compagnie aeree che volano su Reggio Calabria sono solo due, Alitalia e Blue Panorama, entrambe hanno ridotto i voli e i prezzi sono saliti alle stelle.

Per il comitato che si batte per salvare l’aeroporto dello stretto – che non si fida della proroga pre-elettorale dei voli e ha organizzato una manifestazione il 24 febbraio – si tratta di “un ulteriore schiaffo alla nostra terra, mentre la Calabria viene considerata dal New York Times tra le regioni più belle da visitare”.

Se entri in una qualsiasi casa reggina, noterai una o due stanze chiuse: sono quelle dei figli che sono andati via

In effetti, i turisti aumentano, ma è un turismo mordi e fuggi, come mi spiega Piervincenzo Canale. Giornalista e direttore del sito Africanews, Canale per sbarcare il lunario ha ristrutturato due appartamenti di famiglia in pieno centro e li ha riconvertiti in b&b. “Ma chi arriva qui è solo di passaggio”, dice, “si ferma al massimo qualche ora per visitare i Bronzi di Riace e poi riparte”. Nei suoi appartamenti al momento non c’è neanche un turista. “Ed è così per dieci mesi all’anno”, dice, “solo in estate va un po’ meglio”.

Incrociando i dati elaborati dalla camera di commercio e quelli del ministero per i beni culturali, si riesce a capire la situazione paradossale del turismo a Reggio Calabria. Tra il 2013 e il 2016 il numero di visitatori del nuovo museo archeologico nazionale, dove si trovano i Bronzi di Riace, è salito da 11mila a 210mila, mentre le presenze straniere nel 2017 sono state 62mila. Tuttavia, i consumi sono diminuiti e i pernottamenti sono rimasti sostanzialmente stabili: tra il 2015 e il 2016 sono passati da 607mila a 617mila.

Tonino Perna, economista e sociologo, ex presidente del parco nazionale dell’Aspromonte, elenca le meraviglie che potrebbero attirare i visitatori: dall’antico borgo di Pentedattilo alle piste da sci con vista sul mare. Ma il problema, spiega, è che la maggior parte di questi luoghi è raggiungibile solo ed esclusivamente con l’auto, perciò molti rinunciano.

La battaglia politica
L’aeroporto, dunque, è solo un pezzo di un sistema in crisi. Eppure, sono molti i politici che ne hanno fatto un cavallo di battaglia, soprattutto tra i cinquestelle e la destra. Quest’ultima ha candidato al senato Massimo Ripepi, secondo in lista con Fratelli d’Italia dopo Isabella Rauti, figlia del segretario del Movimento sociale italiano.

Consigliere comunale a Reggio Calabria, Ripepi è pastore di un movimento evangelico nato nel quartiere di Gallico alla fine degli anni novanta chiamato Gesù Cristo è il Signore. In perfetto tono biblico, ha definito l’aeroporto dello stretto un “sepolcro imbiancato”, e ha accusato i deputati calabresi di sinistra di non fare nulla per farlo crescere come merita.

Il palazzo di giustizia, Reggio Calabria, febbraio 2014.

La deputata dei cinquestelle Federica Dieni, in corsa per essere rieletta alla camera, ha chiesto alla compagnia che gestisce lo scalo “un piano industriale ed economico-finanziario” per garantirne la sostenibilità. Mentre il Pd, incassata la proroga dei voli di Alitalia fino a settembre, preferisce non risollevare una questione che rischierebbe di vederlo sul banco degli imputati.

Il perché l’aeroporto sia un campo di battaglia così movimentato, si capisce solo se si abbassa lo sguardo dagli aerei in volo alle sale d’attesa. Di qua dalle finestre, genitori, fratelli, sorelle, fidanzate, fidanzati, amici ed ex colleghi guardano partire i loro affetti in numeri sempre crescenti. Un bacino di voti prezioso per la politica, uno specchio in cui si riflette un altro dei problemi che coinvolge l’intero meridione.

I nuovi emigranti e il pendolarismo dei genitori
Secondo i numeri della fondazione Migrantes, nel 2016 si sono iscritti all’anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) 744mila siciliani, 486mila campani e 350mila pugliesi. I calabresi che hanno lasciato la propria regione sono stati 400mila, il 6,3 per cento in più rispetto al 2015. Ad andar via sono soprattutto ragazze e ragazzi diplomati e laureati. E lo fanno per scappare da una regione che secondo l’Eurostat ha il più alto tasso di disoccupazione giovanile d’Europa (il 58,7 per cento), battuta solo dalle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla.

“Se entri in una qualsiasi casa reggina, noterai una o due stanze chiuse: sono quelle dei figli che sono andati via”, spiega Aldo Varano, ex giornalista dell’Unità e oggi direttore di un giornale web, Zoom sud. Reggio Calabria, dice, è una città di genitori orfani dei loro ragazzi. Genitori che a loro volta diventano pendolari. Il sociologo Perna definisce questo fenomeno con una formula convincente, lo chiama “pendolarismo dei genitori”.

È l’altra faccia della nuova emigrazione. Ragazze e ragazzi della classe media emigrano verso l’Italia del nord o all’estero per studiare, e il padre e la madre li seguono. Li raggiungono nei weekend e nei periodi festivi, investono stipendi e risparmi nella loro formazione, pagano rette universitarie e costosi corsi privati nella speranza di garantirgli un futuro accettabile. Tutto questo, mettendo in conto gli affitti alti di città come Roma o Milano, dove a volte provano a comprare casa. In alcuni casi, se si tratta di persone in pensione, può capitare addirittura che si trasferiscano per seguire i figli.

Il sud è ancorato in una spirale in cui si rincorrono bassi salari, bassa produttività e bassa competitività

Secondo una ricerca del dipartimento di economia dell’università di Messina, contenuta nel libro Buongiorno mezzanotte, due terzi dei giovani tra i 18 e i 32 anni nati e cresciuti a Reggio Calabria o in provincia vive fuori della regione e torna a casa solo per l’estate o durante le feste. Tra le conseguenze inevitabili, c’è il crollo delle iscrizioni all’ateneo cittadino: nel 2015 erano il 46 per cento in meno rispetto al 2011, un numero unico in Italia.

È una vera e propria fuga che da queste parti ha un solo precedente: l’emigrazione degli anni cinquanta. Secondo Perna, però, questa volta è “molto peggio”, non solo perché ad andar via è la “meglio gioventù”, con l’effetto di un impoverimento del territorio, quanto perché un tempo gli emigranti conservavano un legame forte con i luoghi di provenienza e con le loro rimesse alimentavano l’economia locale. Oggi accade il contrario: dal sud si scappa e “i genitori pagano per vedere i figli realizzati altrove, impoverendo ulteriormente l’economia locale”, conclude Perna.

A confermare questi dati è anche l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (Svimez): negli ultimi quindici anni, 1,7 milioni di persone sono emigrate dal sud, il 72,4 per cento ha meno di 34 anni. Cifre che, per gli economisti messinesi, sono stime al ribasso perché si basano su chi ha trasferito la residenza, mentre la maggioranza dei nuovi emigranti la conserva per anni nel luogo d’origine.

Rientri per fallimento
Quel che lo Svimez inquadra con chiarezza è il problema di fondo: il sud è ancorato in “una spirale in cui si rincorrono bassi salari, bassa produttività, bassa competitività, ridotta accumulazione e in definitiva minor benessere”.

Le prospettive non incoraggiano a rimanere: per l’Italia del sud si prefigura un ventennio di “crescita zero”, “con conseguenze nefaste sul piano economico e sociale”. Per questo chi può va via, in una sorta di “darwinismo sociale al contrario”, come dice Perna.

Tuttavia, c’è anche chi ritorna. Un milione di persone negli ultimi quindici anni, dice lo Svimez. Perna li definisce “rientri per fallimento”. Si tratta in gran parte di persone che non sono riuscite a trovare quello che cercavano fuori della Calabria e a 35-40 anni “sono costrette a tornare a vivere con i genitori”, spiega ancora il professore. Molti finiscono per accettare lavori pagati poche centinaia di euro, e la rabbia e la frustrazione crescono.

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Per Aldo Varano, se il circuito perverso che comincia con una crescita economica bassa, passa per la riduzione dei salari e finisce con le persone che fanno le valigie per andarsene, la Calabria va incontro a un futuro “socialmente desertificato”.

L’antropologo calabrese Vito Teti sostiene che si tratta di un processo irreversibile. “L’emigrazione ha cessato di essere una risorsa o un elemento di trasformazione positiva della realtà: non importiamo più saperi, ma se mai li trasferiamo altrove”, scrive in Quel che resta.

Nel torpore preelettorale reggino, l’argomento dei giovani che scappano e del malessere di chi resta è una traccia che attraversa i discorsi. Il rischio, però, com’è già accaduto nella storia del Mezzogiorno, è che chi va via sia presto dimenticato. Eppure sono gli emigrati una delle incognite della campagna elettorale: torneranno o alimenteranno l’astensionismo?

Invece di provare a rispondere a questa domanda, la politica locale, e i suoi rappresentanti in parlamento, concentrano l’attenzione sulle eterne grandi opere da realizzare per permettere al sud di risollevare la testa – e che finora, però, sono state occasioni mancate o promesse durate il tempo di una campagna elettorale.

Grandi opere e dissesti
La querelle sull’aeroporto ha fatto sì che nessuno sollevasse, per una volta, il tema che ha agitato ogni campagna elettorale degli ultimi quarant’anni a Reggio Calabria, ovvero la costruzione del ponte sullo stretto di Messina. Unico a parlarne, in questo inizio d’anno, è stato il neopresidente di centrodestra della regione Sicilia, Nello Musumeci, che ha annunciato la posa della prima pietra “entro il 2023”.

Da questa parte dello stretto, tutto tace. Nella sala liberty dei Lampadari di palazzo San Giorgio, l’edificio che ospita l’amministrazione comunale, si preferisce puntare su quella che la giunta definisce “la madre di tutte le grandi opere”: il palazzo di giustizia. Il sindaco Falcomatà ci investe parecchio.

Attraverso la realizzazione dell’opera, pensa di risollevare le sorti di una campagna elettorale che vede il suo partito, il Pd, malconcio ai blocchi di partenza. E così ha annunciato lo sblocco di 26 milioni di euro per completare i lavori del nuovo tribunale, fermi da anni, e il completamento del teatro nel quartiere popolare di Gallico, un’altra opera che attende da vent’anni di essere finita. Per almeno 720 giorni, il tempo previsto per la realizzazione, quello del palazzo di giustizia sarà il più grande cantiere edile in città.

Politeama Siracusa, uno dei più antichi teatri privati di Reggio Calabria. Da gennaio 2018 ha riaperto come galleria commerciale.

E offrirà un po’ di lavoro. Parola che da queste parti è un miraggio, se è vero che proprio a Reggio Calabria, secondo l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, nel 2017 è stato registrato il più basso tasso di occupati al livello nazionale, il 37,1 per cento delle persone in età lavorativa.

Che il Pd punti tutte le sue carte sui lavori pubblici per recuperare il consenso traballante è testimoniato dalla foto che ritrae il sindaco Falcomatà con Matteo Renzi sul cantiere di un’altra grande incompiuta: il waterfront progettato da Zaha Hadid. È stata scattata il 24 ottobre 2017, quando l’ex premier ha fatto tappa a Reggio Calabria durante il suo tour elettorale in treno, scegliendo proprio la risistemazione del lungomare nell’area sud della città come simbolo della rinascita.

Era il 2009 quando fu firmato a Londra il contratto da cento milioni di euro, e l’archistar angloirachena scriveva: “La costruzione sarà una sorta di paesaggio sull’acqua che collegherà i due edifici, dove l’esterno entrerà all’interno con una serie di aperture e cortili affacciati sull’acqua”.

Negli ultimi dieci anni sono state chiuse 320 imprese edilizie e sono stati persi più di quattromila posti di lavoro

Quasi dieci anni dopo, non si vede nulla di tutto ciò. Il progetto, voluto dal sindaco Giuseppe Scopelliti, ha seguito le sorti della sua giunta. Scopelliti, finito al centro di più di un’inchiesta giudiziaria, è stato considerato il responsabile del dissesto finanziario del comune e il waterfront è rimasto al palo. La stagione della “Reggio da bere” si è conclusa con lo scioglimento per infiltrazioni mafiose della giunta guidata dal successore di Scopelliti, Demetrio Arena. Il commissariamento ha poi portato alla vittoria di Falcomatà e del Pd renziano. Il waterfront è rimasto una costante. Insieme all’avveneristico tapis roulant che collega la parte bassa del centro con quella alta, in funzione a sprazzi, è la testimonianza più evidente di una città “perennemente in difficoltà e strutturalmente dolente”, come la definisce Aldo Varano.

Un altro segno di questa perenne difficoltà è Ecolandia, il parco ludico e tecnologico voluto dal padre di Falcomatà. Chiuso da Scopelliti, dopo una lunga querelle amministrativa è stato riaperto sulla collina che domina Villa San Giovanni e lo stretto. È un’oasi di tranquillità tra i casermoni fatiscenti di Arghillà, un quartiere che ricorda Scampia. Ci sono un parco giochi per bambini, orti biodinamici, una piccola centrale di biogas ricavato da una pianta selvatica, un forte piemontese ristrutturato e tante piccole piante di olivo piantate quando la struttura è stata riaperta e si è scoperto che era stato bruciato tutto. Ora, faticosamente, il consorzio che ne ha preso la gestione tenta di farla ripartire.

Per il segretario della Cgil Gregorio Pitritto, l’edilizia “è il vero motore economico di questo territorio”, per questo “la strada da intraprendere per fare uscire Reggio Calabria dal baratro” è il rilancio delle opere pubbliche. La verità è che negli ultimi dieci anni sono state chiuse 320 imprese e sono stati persi più di quattromila posti di lavoro, il 52 per cento del totale. I lavori sul lungomare, quelli per realizzare il teatro di Gallico e il nuovo palazzo di giustizia, secondo il sindacato sono una boccata di ossigeno.

Il “partito dell’edilizia”, al quale a metà degli anni novanta lo storico Gaetano Cingari imputava lo sfascio della città, è dunque pronto a ripartire, ma ora deve fare i conti con il crollo dei prezzi delle case e con la fine delle rimesse degli emigrati. Perciò i cantieri pubblici sono la boa a cui aggrapparsi.

La ’ndrangheta ancora forte
Naturalmente, fanno gola anche alla criminalità organizzata. Nonostante le numerose inchieste giudiziarie che l’hanno colpita, la ’ndrangheta reggina è ancora considerata la mafia più potente d’Italia.

La “borghesia criminale”, come dimostra il maxiprocesso Gotha sulle connessioni tra ’ndrangheta, massoneria e politica, non ha smesso di fare affari, gestisce ancora molte risorse e condiziona la vita pubblica. Tanto che all’inaugurazione dell’anno giudiziario, il 28 gennaio scorso, il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho ha chiesto ai politici di non accettare i voti e la “protezione” dei mafiosi calabresi.

Nella sua relazione, il presidente della corte d’appello di Catanzaro, Domenico Introcaso, ha parlato di 2.086 affiliati nel solo distretto di Reggio Calabria. Calcolando fiancheggiatori e piccoli malavitosi, le cifre lievitano ulteriormente.

Ma le cosche non investono più in città. Preferiscono riciclare i soldi nella finanza o in attività commerciali a Roma e nell’Italia del nord. La confisca di supermercati, bar e altre attività commerciali in mano alle cosche ha fatto perdere posti di lavoro, sia pur malpagati. E non è raro, gironzolando in alcune zone della città, sentire affermare che “quando c’erano i boss, almeno i soldi giravano”.

Sanità classista
I soldi non girano più come un tempo neppure nella sanità che dopo l’edilizia è il secondo motore dell’economia cittadina. Per questo, dopo una visita ai cantieri, faccio un giro all’ospedale, dove mi colpiscono le pettorine gialle dei “volontari”. Impiegati soprattutto come barellieri o portantini, sono tanti ed è anche grazie a loro che la struttura riesce a far fronte alla carenza di organico e ai malati che arrivano dagli altri ospedali regionali, colpiti dai tagli.

Uno di loro dice di venire da un paesino della provincia, di aver fatto un corso di formazione e di essere pagato da un’associazione che presta servizio all’interno dell’ospedale, attraverso un “rimborso spese”: 12 euro al giorno, che diventano 17 se si fa la notte. Ha più di cinquant’anni e accetta le condizioni capestro perché spera prima o poi di essere stabilizzato. Suo malgrado, è un esempio del nuovo clientelismo che, rispetto al vecchio, è ancora più ignobile perché tutto giocato al ribasso per mancanza di risorse.

Lungomare Falcomatà, Reggio Calabria, gennaio 2018.

Alla facoltà di architettura c’è una conferenza sullo smantellamento dello stato sociale in Europa. Esperti internazionali provenienti da quaranta università mettono a confronto i modelli: il nordico socialdemocratico, il liberale anglosassone e quello dei paesi del sud in cui lo stato agisce soprattutto a tutela dell’occupazione. Flavia Martinelli, docente di politiche e strategie per la coesione territoriale all’università di Reggio Calabria, affronta il “caso Italia”: a suo parere, la regionalizzazione della sanità – cavallo di battaglia del federalismo leghista – ha ulteriormente contribuito a distruggere i servizi.

Il rapporto dell’Osservatorio civico sul federalismo in sanità le dà ragione: la Calabria non garantisce neppure il rispetto dei livelli essenziali di assistenza, è in fondo alla classifica degli screening mammografici, delle liste d’attesa e pure della rapidità dei soccorsi. Con il risultato che si muore di più che nel resto d’Italia e che chi può va a curarsi negli ospedali del centro-nord, alimentando una sorta di pendolarismo sanitario che si aggiunge a quello dei genitori al seguito dei figli in fuga.

Un fenomeno così rilevante al punto che il 3 febbraio il sindaco Falcomatà ha scritto ai vertici della regione e delle aziende sanitarie locali, sostenendo che “la fruizione delle cure specialistiche di qualità non può e non deve essere appannaggio solo ed esclusivamente di chi è dotato delle risorse economiche necessarie per accedere alla sanità privata e per sostenere i costi di continui viaggi verso altre aree del paese”.

Una bonaccia
In una città dove ha un lavoro regolare meno di una persona su due e il divario di genere è di quasi venti punti percentuali, a prosperare è l’economia sommersa. Il segretario della Cgil Pititto spiega come questa abbia “fatto cassa sulla crisi”, dimezzando i salari medi da 16 a 8 euro all’ora e peggiorando le condizioni dei lavoratori. “Tutto ciò non riguarda solo gli immigrati impiegati nelle raccolte stagionali o le badanti, ma anche giovani laureati, stagisti e precari”, dice.

È una situazione potenzialmente esplosiva dal punto di vista sociale. Ma Pantaleone Sergi, ex inviato di Repubblica e scrittore, anch’egli profondo conoscitore delle vicende calabresi, è perentorio: “Da quando ho cominciato a vendere parole per vivere sento dire che la Calabria è una polveriera pronta a esplodere, che il disagio sociale rischia di travolgere tutto, ma non accade mai nulla”, dice. A suo parere, da queste parti “solo la mafia mostra dinamismo” e dalle elezioni non c’è da aspettarsi alcun terremoto.

Tonino Perna crede che oggi sia ancora peggio che in passato. “La gente non vede più il nesso tra la propria vita e la politica”, sostiene, e la disillusione potrebbe gonfiare le vele dell’astensionismo. Aldo Varano vede l’ennesima alternanza di quello che chiama “il pendolo calabrese”: una tornata elettorale al centrosinistra, la successiva al centrodestra, con poco spazio per i cinquestelle. Su una cosa concordano più o meno tutti: chiunque vincerà, sarà ancora “bonaccia”. Ma è una bonaccia che non fa bene a questa terra, inaridisce gli animi e le intelligenze, secca le speranze, e inghiotte una fetta di paese sempre più ampia.

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Claudia Grisanti