Una marcia organizzata per ricordare Violeta Senchiu a Sala Consilina, il 25 novembre 2018.

Ritorno sul luogo di un delitto dimenticato

Una marcia organizzata per ricordare Violeta Senchiu a Sala Consilina, il 25 novembre 2018.
04 febbraio 2019 10:05

Il giorno che il suo compagno ha incendiato casa mentre lei era dentro con i tre figli, Violeta Senchiu, 32 anni, non ha chiamato sua madre come faceva ogni mattina, quando lui era fuori o al lavoro. Lo aveva fatto la sera prima e per questo Dumitra Ungureanu, che tutti chiamano Lilli, non si è preoccupata. Negli ultimi tempi sua figlia non parlava tanto con lei, diceva solo di sentirsi stanca, tanto stanca. Spesso le raccomandava di non dire nulla che potesse irritare il compagno, Gimino Chirichella, 48 anni, così da evitare che poi lui se la prendesse con lei, una volta soli. Una strategia che, a quanto pare, non sempre funzionava. “Nonna, sapessi quante volte litigavano per te”, ha detto a Lilli uno dei tre nipoti .

Senchiu non ha chiamato neanche quando Chirichella, intorno alle 13.30 di sabato 3 novembre 2018, è uscito di casa, al secondo piano di una palazzina nuova nella parte bassa di Sala Consilina, nel sud della Campania. La ragazza, secondo la ricostruzione della madre, non voleva che il compagno andasse a pranzo con alcuni colleghi del Consorzio di bonifica, dove lavorava come operaio “trattorista”. Lui non deve averla presa bene, anche se non sappiamo con certezza cosa sia successo. Fatto sta che a quel pranzo non ci è mai andato.

Mezz’ora dopo, alle 14, era a Silla, una frazione del comune di Sassano che condivide con Sala Consilina una stazione ferroviaria abbandonata, terreni sempre meno coltivati e uno sviluppo urbano disordinato. Le telecamere di una stazione di servizio lo hanno inquadrato mentre riempiva due taniche di benzina da cinque litri ognuna. Non era solo. C’era un’altra persona con lui.

A sorprendermi con questa rivelazione è il titolare del bar Colpo grosso, dove i due sono entrati dopo aver sistemato le taniche nell’auto. Nessuno mi aveva parlato di un secondo uomo. “Hanno preso un caffè, salutato alcune persone e sono andati via, senza mostrare alcun segno di nervosismo”, racconta. La videocamera della stazione di servizio conferma le sue parole.

Il bar
Il bar Colpo grosso si trova al pianterreno di un edificio incompiuto con i pilastri di cemento armato lasciati scoperti ad annunciare un primo piano mai realizzato. Si affaccia sul distributore di benzina, vicino a una strada provinciale.

Accanto al locale c’è una sala giochi, una delle tante disseminate in questa vallata incuneata tra il Cilento e la Basilicata. Per capire quanto facciano parte del panorama e della vita locale, bisogna tenere a mente qualche numero. Secondo le dichiarazioni Irpef del 2016 il reddito medio dei 64mila abitanti della zona, chiamata Vallo di Diano e divisa in una quindicina di comuni, è di 1.200 euro al mese. La media delle giocate alle slot machines, secondo i dati del 2016 elaborati dal gruppo editoriale Gedi, a Sala Consilina raggiunge i 1.261 euro pro capite all’anno. A Sassano sfiora i 2.800 euro, più di due stipendi.

Chirichella era un cliente abituale della sala slot del Colpo grosso. In passato aveva avuto più di un guaio con la giustizia, ma il barista assicura che nel suo locale non aveva mai creato problemi. Eppure, quando tra le 15 e le 16 qualcuno ha chiamato la caserma dei carabinieri di Sala Consilina per segnalare un incendio a casa sua, nessuno dei militari ha pensato che si trattasse di un incidente.

Il compare
Al bar l’uomo era andato per abitudine, o forse per crearsi un alibi. Sarebbe stato più semplice, per lui, fare benzina a un distributore che si trova giusto dietro a casa sua. A piedi sono più o meno duecento metri e non avrebbe avuto bisogno di farsi accompagnare da nessuno. Invece, ha chiamato un amico e gli ha chiesto di accompagnarlo fino alla pompa davanti al bar Colpo grosso.

Non era la prima volta che Chirichella si rivolgeva a quello che ora è un testimone chiave dell’inchiesta. Ha anche fatto da padrino al figlio. Gli inquirenti finora non ne hanno rivelato l’identità, ma lo chiamano “il compare” per indicare l’esistenza di un rapporto più solido e più profondo dell’amicizia.

Per spiegare fino a che punto i due fossero legati, Lilli racconta che una volta Chirichella l’ha tirato giù dal letto alle 3 del mattino, dopo l’ennesima sfuriata con la moglie. Forse è stata l’abitudine a questi suoi gesti, o magari un’eccessiva sudditanza psicologica, a non fargli immaginare che qualche tempo dopo Chirichella avrebbe rovesciato la benzina sul pavimento di casa o direttamente sulla compagna – questo lo stabiliranno i periti dell’inchiesta – e avrebbe appiccato il fuoco.

Dando credito all’ipotesi della premeditazione avanzata dal pubblico ministero Rossella Maria Colella, si potrebbe pensare che Chirichella abbia usato il compare come copertura, sapendo che sarebbe stato l’unico testimone della scena, o addirittura che abbia voluto renderlo complice del delitto. Quel che è certo è che non si è curato delle conseguenze del suo gesto: né sull’amico, né sulla moglie, né sui tre figli – due dei quali della donna, di tredici e di undici anni, e uno avuto insieme, di tre anni – che quel pomeriggio del 3 novembre scorso erano a casa. Proprio come se avesse voluto trascinare nel suo baratro tutte le persone che gli erano più vicine.

I magistrati della procura di Lagonegro non escludono neanche l’ipotesi, meno accreditata, che il compare conoscesse i propositi omicidi di Chirichella. Non sappiamo cosa si siano detti durante il tragitto in auto da casa sua alla pompa di benzina del bar Colpo grosso, cinque chilometri tra andata e ritorno che si percorrono in pochi minuti. Di certo non hanno fatto nulla per nascondersi. Si sono comportati normalmente, anche se qualcuno al bar sostiene di aver sentito dire a Chirichella “oggi faccio la fine del mondo”.

A casa, poco dopo le 15, sono entrati entrambi. Senchiu stava fumando una sigaretta vicino al camino. Si sono salutati e poi il compare dice di essersi girato. Questione di un attimo e avrebbe sentito urlare la donna. È stato lui, mentre le fiamme divampavano, a mettere in salvo i bambini. Due vicini di casa sono corsi per dare una mano, hanno domato le fiamme che intanto avevano raggiunto Senchiu e chiamato i soccorsi.

Sulla scena del delitto
Non erano ancora le 16 quando Lilli ha sentito squillare il telefono che aveva taciuto in maniera inconsueta per tutta la mattina. La donna abita poco lontano. Per stare più vicina alla figlia e ai nipoti si era trasferita dal centro storico – dove gli affitti sono più bassi perché tra le scalinate e le viuzze è vietato l’uso dell’automobile e le case sono spesso fatiscenti – nella parte bassa del paese, quella più nuova.

È arrivata dopo pochi minuti e si è trovata di fronte a una scena agghiacciante. C’era fumo dappertutto. La prima persona che ha visto a terra è stato il genero, silenzioso. “Gli ho chiesto subito cosa fosse accaduto, ma lui mi ha guardata senza rispondermi”, racconta. Lilli rimane in silenzio qualche istante come a raccogliere i ricordi, poi aggiunge un dettaglio: “Non dimenticherò mai il suo sguardo impassibile”.

La madre di Violeta Senchiu mostra la foto della figlia. Sala Consilina, 23 novembre 2018.

Sua figlia era a terra vicino al divano, ancora viva. “Mi ha detto: ‘Pensa ai bambini, io non ce la faccio più’”. Poi ha chiesto quando arrivava l’ambulanza, perché soffriva di dolori lancinanti. I soccorritori hanno detto che la ragazza ha urlato durante il tragitto di quasi due ore verso l’ospedale Cardarelli di Napoli. Non ha perso coscienza e, a quanto se ne sa, non ha accusato il compagno.

È morta la mattina di domenica 4 novembre 2018 alle 7, dopo venti ore di agonia. Quando l’ha vista all’obitorio, a sua madre è sembrato che fosse morta “con la parola sulla bocca”, come in un ultimo sforzo per dire qualcosa, magari quello che fino a quel momento non era riuscita a denunciare e che avrebbe spezzato la lunga catena di silenzi di cui questa storia è piena.

Lilli e la figlia
Quando sono andato a trovarla, un pomeriggio di fine novembre, Lilli mostra di avere voglia di parlare, ma è visibilmente impaurita. Comprensibile, per una donna che ha visto morire in maniera atroce sua figlia in un paese che conosce molto bene perché ci vive da 19 anni, ma dove agli occhi degli altri rimarrà sempre una straniera.

I romeni sono la principale comunità straniera nel Vallo di Diano. Gli uomini lavorano in agricoltura e nell’edilizia, mentre le donne sono soprattutto badanti o domestiche. Qualcuno comincia ad aprire piccole attività commerciali e in generale la convivenza è pacifica. C’è stato però un periodo in cui gli scontri tra italiani e romeni – spesso causati da motivi banali come uno sguardo di troppo su una ragazza o l’offesa a una barista – erano frequenti. Il 22 febbraio 2010 c’è stata una vera e propria rappresaglia dopo una lite in un bar: sono finiti in ospedale due romeni e due italiani, che si sono presi a sprangate e coltellate. Forse anche per questo, nonostante sia rincuorata per il sostegno e l’affetto ricevuti da tanti a Sala Consilina, Lilli teme ritorsioni.

“Io vivo da sola, capisci?”, dice. Non si fida della giustizia italiana, ha paura che Chirichella possa essere scarcerato, finire ai domiciliari e prendersela con lei, o che addirittura possa farlo qualcun altro al posto suo. Vuole proteggere i nipoti, anche dall’eventuale ritorno dei padri, che finora sono stati assenti, ma che secondo lei potrebbero venire a riprendersi i figli.

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Lilli ha 55 anni ma sembra più giovane. Si veste come una ragazza e questo rende più facile immaginare, attraverso di lei, la figlia. Diciannove anni fa l’aveva lasciata con il fratello più piccolo a Slobozia, una cittadina a metà strada tra Bucarest e il mar Nero. Dei nipoti si sarebbe occupata la nonna, visto che lei aveva accettato l’offerta di un italiano che le prometteva un lavoro nel basso salernitano. Quando andò via non sapeva dove sarebbe finita, né se quell’uomo avrebbe mantenuto la parola.

Aveva perso il lavoro in un grande magazzino fallito, e scappava da un sistema patriarcale che l’aveva costretta a sposarsi a 21 anni. “Ero ancora vergine, mio suocero aveva comprato una camicia da notte bianca perché la prima notte di nozze si vedesse bene il sangue”, racconta. Aveva litigato con la madre perché “non voleva che partissi”. Si buttò alle spalle il passato e finì sola, “disperata” e spaventata a Sala Consilina. “Durante il viaggio non sapevo dove mi avrebbero portata, non parlavo l’italiano, temevo che mi avrebbero costretta a fare chissà che cosa”.

Alcune donne pensano che l’amore possessivo e violento sia l’unico modo con cui possono essere amate

Tuttavia, l’uomo che l’aveva reclutata ha mantenuto le promesse. Lilli ha lavorato in nero come badante ed è stata impiegata per alcuni anni in una piccola fabbrica di buste di plastica. Per quasi sette anni, fino al giorno in cui la Romania è entrata nell’Unione europea, il 1 gennaio 2007, ha dovuto nascondersi dai carabinieri, cambiare strada quando incontrava una pattuglia o far finta di niente sperando che non la fermassero e le chiedessero i documenti.

Non riesce a trattenere le lacrime quando pensa alle relazioni della figlia con gli uomini. La ragazza aveva raggiunto la madre in Italia nel 2007. Stava con un ragazzo romeno, avevano avuto una bimba, ma poco dopo essere arrivati a Sala Consilina, lui l’aveva lasciata per un’altra donna, anche lei romena, che viveva con Lilli. Senchiu aveva diciott’anni e poco dopo aveva scoperto di essere di nuovo incinta. Il padre era un altro ragazzo romeno. Andarono a sposarsi in Romania e tornarono a Sala Consilina. “Per un periodo hanno vissuto con me, poi mi hanno detto che avrebbero cercato una casa in affitto”, racconta Lilli. Non durò a lungo neanche stavolta. “Lui era un bravo ragazzo, ma è stato rovinato dalle cattive amicizie, ha cominciato a giocare alle macchinette, chissà cos’altro faceva”, dice Lilli. Chiedeva soldi in continuazione, non lavorava e quando un giorno rubò una collanina d’oro al figlio, Senchiu lo cacciò di casa e non volle più saperne di lui. “L’ho ospitato per tre mesi perché speravo che tornassero insieme”, ricorda Lilli. Ma nella vita della figlia sarebbe presto entrato Chirichella.

Chirichella
Non è chiaro come si fossero conosciuti. Lui aveva sedici anni più di lei. All’epoca era già stato condannato a sette anni di reclusione per violenza sessuale e sfruttamento della prostituzione, e a due anni e quattro mesi per spaccio di droga in un processo contro un cartello di narcotrafficanti.

Lilli dice che non gli è mai piaciuto. “Quando ho saputo chi era, mi è caduto il mondo addosso”, dice. Il giorno in cui la figlia le ha detto di essere incinta di lui, “mi è caduta un’altra tegola in testa”, prosegue. Solo allora ha provato ad accettarlo, ha pensato che forse si era sbagliata e che aveva ragione sua figlia quando le diceva “mamma, non è vero quello che dice la gente, è una brava persona”.

Crede che la ragazza ne fosse sinceramente innamorata. All’inizio, almeno in apparenza “sembravano una coppia perfetta, Gimino si comportava bene con i bambini e mia figlia metteva anima e cuore nella relazione. Li chiamavo la sacra famiglia perché stavano sempre insieme”, conclude Lilli.

La relazione
Tuttavia, dopo che i due si erano messi insieme, Senchiu è stata vista sempre meno a Sala Consilina. Aveva smesso di lavorare, non era più uscita senza il compagno e non era stata più vista neppure fuori della scuola dei figli. Aveva smesso di farsi vedere anche alla cooperativa sociale Iskra – dove ogni tanto andava a dare una mano, forse per ricambiare il sostegno a sua volta ricevuto. “Aiutavamo lei e sua madre perché non avevano nulla”, dice Olga Miserendino, una delle responsabili della cooperativa, che si occupa prevalentemente di sostegno agli stranieri.

In un crescendo di paranoia possessiva, Chirichella non aveva voluto iscrivere il figlio più piccolo all’asilo per evitare che Senchiu rimanesse sola a casa. La suocera lo descrive come un uomo apparentemente mite e affettuoso con i bambini, anche i due più grandi, ma allo stesso tempo geloso al punto da controllare ogni gesto o movimento della compagna molto più giovane e bella.

I due avevano aperto un circolo al pianterreno di casa loro. Lo avevano chiamato “Il gatto e la volpe”, ma non è durato a lungo. A giudicare dall’insegna mai rimossa, doveva trattarsi di una sala giochi. Hanno avuto un bambino. Chirichella ha avuto pure un serio problema cardiaco, risolto con un lungo e delicato intervento chirurgico. Al rientro dalla convalescenza, quando aveva scoperto che al lavoro gli avevano cambiato le mansioni, si era presentato nella sede del Consorzio di bonifica con quattro bombe carta, minacciando alcuni impiegati e i superiori.

Lilli mostra di dare per buona la testimonianza del compare, anche se non è chiaro se ci creda fino in fondo. Il racconto non riesce a chiarire le reali intenzioni di Chirichella, che è rimasto a sua volta ferito dalla vampata e da allora si è rinchiuso nel silenzio, senza difendersi né rivendicare il gesto. Ci ha pensato il suo avvocato a perorare la versione dell’incidente: la benzina doveva servire per rifornire una motosega, che però si trovava in soffitta quando è scoppiato l’incendio. I magistrati non hanno dato credito a questa tesi.

Il silenzio
Al centro antiviolenza Aretusa, nato nel 2016 ad Atena Lucana, a otto chilometri da Sala Consilina, nessuno conosceva la storia di Violeta Senchiu prima che morisse. Al contrario, una settimana prima dell’incendio, le operatrici erano intervenute in un caso che riguardava un familiare di Gimino Chirichella. Quando parlo con loro, mi dicono che “in quella famiglia la violenza era pane quotidiano” e che pensano che più di un familiare fosse al corrente di quello che accadeva a casa di Chirichella e Senchiu. Ho provato a parlare con qualcuno di loro, ho cercato uno dei quattro fratelli di Chirichella, ma non ho mai ricevuto una risposta.

La sede di Aretusa è al piano seminterrato di una scuola elementare. Qui, dieci operatrici e un’avvocata lavorano a pieno ritmo su tutto il territorio del Vallo di Diano, soprattutto in quei comuni piccoli e isolati, nei quali è più difficile sfuggire al condizionamento familiare e sociale. Per convincere le donne a chiedere aiuto e a denunciare, lasciano il loro numero verde, attivo 24 ore su 24, sulle panchine di ogni paese, in modo che chi vuole può chiamare anche anonimamente. Il loro è un lavoro fatto di incontri riservati e appuntamenti sotto copertura. Nelle situazioni più a rischio attivano un programma di protezione per le vittime, trasferendole in strutture lontane dai luoghi di residenza.

Quest’anno hanno affrontato 59 casi di violenze domestiche, ma a loro parere è “solo la punta dell’iceberg”. La gran parte delle donne non parla con nessuno, subisce le violenze psicologiche a volte senza neppure riconoscerle come tali, ha paura e spesso è schiacciata, prima ancora che dal marito o compagno, dai retaggi culturali e dai condizionamenti familiari. La difficoltà più grande, mi spiegano, è quella di far capire alle vittime di essere tali, specie quando la violenza non è esplicita. A complicare le cose, c’è il fatto che tanti uomini che picchiano le donne “fuori di casa non sono violenti”, spiega Caterina Pafundi, la responsabile del centro Aretusa, che sta aiutando Lilli e i suoi nipoti.

Come detto, Chirichella era già stato condannato per violenza sessuale e sfruttamento della prostituzione. Chi lo ha incrociato con la compagna però non ha notato nulla di particolare. Tuttavia, lei sembrava sempre più trascurata. Nella spirale della violenza di genere elaborata dall’associazione Differenza donna, la svalorizzazione operata dall’uomo su una donna è un gradino sopra l’isolamento e a uno dalla segregazione. “Il problema è che quello che lui ti dice diventa legge, si tratta di una violenza psicologica forte che ti induce a trascurarti”, dice Pafundi.

Il centro di Sala Consilina, il 22 novembre 2018.

Il sindaco di Sala Consilina Francesco Cavallone – alla guida di una giunta di centrosinistra che ha garantito un sostegno economico a Lilli e ai nipoti – ritiene che Senchiu abbia taciuto “per proteggere i bambini”. Pafundi spiega che “il fatto che non abbia mai chiesto aiuto forse è dovuto al fatto che non sapesse neanche a chi chiederlo, che non avesse neanche l’idea di un mondo che si batte contro le violenze sulle donne”.

Le operatrici sono convinte che la ragazza da sola non ce l’avrebbe mai fatta a parlare e, come spesso accade in relazioni del genere, piuttosto che denunciare il compagno avrà pensato di poterlo cambiare. Lilli conferma: “Mi diceva: ‘Mamma, farò di lui un angelo’”.

“Alcune donne pensano che l’amore possessivo e violento sia l’unico modo con cui possono essere amate”, dice lo psicanalista Sarantis Thanopulos, che ai femminicidi ha dedicato il libro La solitudine della donna. “Quando arriva il momento in cui scoprono che dietro quella possessività c’è la morte, può essere molto tardi”.

Il funerale e la manifestazione
La mattina del 14 novembre 2018, durante il funerale di Violeta Senchiu, la chiesa era affollata di italiani e romeni, e c’erano pure i familiari di Gimino Chirichella. La messa è stata celebrata con doppio rito, cattolico e ortodosso, e alla fine il parroco Vincenzo Gallo ha avuto il coraggio di dire quello che fino a quel momento tutti avevano taciuto: “Se fosse stato il contrario, lei italiana e lui straniero, forse ci sarebbe stata una risonanza diversa, avremmo avuto lo stesso un dramma, ma con interpretazioni diverse”.

È quello che denuncia anche un post su Facebook che in poche ore è stato condiviso da migliaia di associazioni e persone in tutta Italia. Poche righe, ma più efficaci di tante cronache: “Violeta Senchiu era rumena. Tre figli. Il suo compagno, un italiano, sì, un italiano, di quelli che vengono prima, le ha dato fuoco. È morta dopo indicibile sofferenza. Niente articoli sui giornali. Nessuna troupe televisiva, nessun tweet, nessun corteo di Forza Nuova. Niente”.

Dopo il funerale, Senchiu è stata seppellita in un’area del cimitero dove non ci sono lapidi o statue o altri orpelli. Sulla croce di legno conficcata nel terreno la foto è la stessa che compare sui manifesti funebri e sulla homepage del sito In quanto donna, che tiene il conto dei femminicidi commessi ogni giorno in Italia: 108 nel 2018, con la Campania al terzo posto tra le regioni, secondo i dati della commissione parlamentare d’inchiesta.

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La consulta delle donne amministratrici del Vallo di Diano e Tanagro, un’associazione che “promuove azioni finalizzate al riconoscimento della differenza di genere e a favore delle pari opportunità”, si è chiesta come sia stato possibile che “nessun docente o compagno di scuola” abbia percepito “un disagio dei figli o della madre”, come mai “i canali di assistenza non hanno mai intercettato il disagio di questa donna? Le forze dell’ordine in nessun’altra azione hanno visto la brutalità di quel mostro?”, giungendo alla conclusione che “abbiamo fallito tutti perché abbiamo voltato le spalle e non abbiamo saputo guardare”.

È per reagire a questo fallimento che la mattina del 25 novembre, una domenica, mentre pioveva a dirotto, centinaia di persone si sono date appuntamento davanti all’ex tribunale di Sala Consilina. Hanno deciso di sfilare in silenzio per Violeta Senchiu, nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Portavano con loro solo una rosa rossa, senza bandiere, striscioni o slogan.

Hanno sfilato per le strade del paese e hanno posato il fiore su una panchina nella piazza principale del centro storico. Gli uomini si contavano sulla punta delle dita, e a differenza che ai funerali la comunità romena ha disertato il corteo, complici la domenica e il maltempo. In prima fila c’erano le operatrici di Aretusa. Caterina Pafundi ha tenuto un breve discorso. Teresa Paladino, presidente dell’associazione Un fiore per Lucrezia, ha ammesso la passività e l’inerzia con la quale la politica ha assistito alla “tragedia di una donna e dei suoi figli, vittime di un uomo padrone”. Erminia Pinto dell’associazione Ipazia si è detta addolorata e arrabbiata per quanto accaduto.

Un lungo applauso dei presenti ha rotto il silenzio, mentre in tutte le case ci si preparava, come di consueto, al pranzo domenicale.

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