Un’ex dipendente del centro distribuzione di Amazon a Passo Corese, in provincia di Rieti, il 12 marzo 2019. (Francesco Alesi per Internazionale)

Storie e denunce di chi smista i pacchi Amazon a Passo Corese

Un’ex dipendente del centro distribuzione di Amazon a Passo Corese, in provincia di Rieti, il 12 marzo 2019. (Francesco Alesi per Internazionale)
18 marzo 2019 13:01

B. è convalescente da qualche mese. Dopo appena un anno di lavoro come picker, a prelevare libri e altri oggetti, la sua mano sinistra era paralizzata dal dolore. B. lavorava nel centro di distribuzione aperto da Amazon nel settembre 2017 a Passo Corese – poco più di seimila abitanti tra le verdeggianti colline della Sabina, trenta chilometri a nord di Roma.

“La mano si è bloccata per la tensione muscolare causata dai movimenti ripetitivi”, dice, preferendo che non si faccia il suo nome.

Lavora per Amazon dal giorno in cui ha aperto, il 24 settembre 2017, prima con un contratto a termine con un “monte ore garantito” – “ma in realtà ho lavorato da subito a tempo pieno” – e poi, qualche mese dopo, con un contratto a tempo indeterminato. Mima il gesto, sempre lo stesso, ripetuto cinquecento volte all’ora – “ma si arrivava anche a seicento”, ricorda – per sette ore e mezza di lavoro, intervallate da una pausa di mezz’ora, e per cinque giorni consecutivi alla settimana, che diventavano sei quando c’erano i picchi di ordinazioni.

Il suo racconto fa tornare alla mente il Gian Maria Volontè di La classe operaia va in paradiso – il film di Elio Petri che, in pieno capitalismo fordista, mostrò le condizioni di lavoro alla catena di montaggio in fabbrica arrivando a vincere il festival di Cannes nel 1972 – anche se qui siamo in uno dei santuari della più grande piattaforma di ecommerce al mondo, con una capitalizzazione a Wall street di più di mille miliardi, seconda solo ad Apple.

Qui non si produce, si smercia. Quello di Passo Corese, con i suoi duemila dipendenti, che durante i picchi di ordinazioni arrivano a sfiorare i tremila, è destinato a diventare il principale snodo merci italiano di una multinazionale che in Italia ha investito 1,6 dei 27 miliardi destinati all’Europa, come ha ricordato in un’intervista a Forbes la country manager Mariangela Marseglia, una donna di origini pugliesi che si è fatta le ossa nel quartier generale dell’azienda a Seattle.

Per costruire il centro hanno spianato una collina di ulivi sopra e intorno un parco archeologico

Il centro di distribuzione (un rettangolo multipiano per complessivi 65mila metri quadrati) l’hanno costruito – con tecnologie all’avanguardia ed ecologicamente corrette basate sull’efficienza energetica, sulla riduzione di emissioni di CO2, sul controllo del consumo di acqua, su materiali a basso impatto ambientale e sull’isolamento termico e sonoro – in una posizione strategica, a un passo dall’autostrada Roma-Milano e dalla ferrovia che porta direttamente, con corse ogni quarto d’ora, alla capitale e all’aeroporto di Fiumicino.

Per farlo, hanno spianato una collina di uliveti cresciuti sopra e intorno a un parco archeologico composto di quattro ville romane – ciò che è stato finora ritrovato dell’antica città sabina di Cures – e altrettanti siti paleolitici, come ha rivelato un libro bianco curato dall’associazione Sabina Futura, formata da ambientalisti e attivisti locali che si opponevano agli espropri e alla cancellazione di 500 ettari di terreni agricoli e oliveti.

Le proteste non furono prese in considerazione né dal governo né dai politici locali. Alla presentazione, nel febbraio 2017, all’interno della nuovissima struttura, accanto al vicepresidente di Amazon Europa Roy Perticucci c’erano l’allora ministro delle infrastrutture e dei trasporti, Graziano Del Rio, e il presidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti, entrambi di centrosinistra.

La sede di Amazon a Passo Corese, il 12 marzo 2019. (Francesco Alesi per Internazionale)

“Dovremmo invitare quelli di Amazon alla direzione del Pd per vedere i risultati che si ottengono con lo spirito di squadra”, aveva dichiarato Del Rio. Il futuro segretario del Partito democratico ne aveva approfittato per inaugurare la bretella di collegamento con l’autostrada e con la via Salaria, la consolare che porta dritto al cuore di Roma, mentre il sindaco Davide Basilicata, 35 anni, eletto nel 2011 con il Partito della libertà, per “celebrare il nostro grande progetto” aveva citato una massima del fondatore di Amazon, il miliardario americano Jeff Bezos: “La cosa peggiore è non evolvere”.

I dolori di B.
“Per quello che faccio io devi piegarti per sette ore e mezza. All’inizio hai dolori dappertutto, poi però ti abitui, magari prendi qualche antidolorifico e vai avanti, fino a quando cominci a fare le visite mediche e scopri i malanni”, racconta B. Il suo non è un caso isolato. Tra i lavoratori di Passo Corese circola una battuta: “Qui dentro ci vorrebbe il dispenser di Oki”, uno dei più potenti antinfiammatori in circolazione.

L’azienda lo sa e per questo ha stipulato convenzioni con palestre e centri di fisioterapia, mentre all’interno sono a disposizione un medico, un infermiere e pure uno psicologo.

Gli ordini vanno consegnati nel tempo previsto, e perché tutto proceda è necessario che il lavoratore sia efficiente e in buona salute

Nella scala delle priorità di Amazon, la sicurezza sul lavoro si trova in cima, immediatamente dopo la soddisfazione del cliente. Ma tutto è finalizzato a questo secondo obiettivo. Gli ordini (dei clienti) vanno eseguiti nel tempo di consegna previsto, e perché tutto proceda senza intoppi è necessario che il lavoratore sia efficiente e in buona salute. “Work hard, have fun, make history”, è il motto scritto a caratteri cubitali nella sala che nel settembre 2018, per festeggiare il primo anno di vita dello stabilimento di Passo Corese, ha ospitato il cantante spagnolo Álvaro Soler, star del talent show Tu sì que vales, che si è esibito davanti ai dipendenti che facevano la ola.

La multinazionale di Bezos, tra i cinque uomini più ricchi del pianeta e primo filantropo al mondo nel 2018 secondo l’annuale classifica stilata da Chronicle of Philantropy grazie a una donazione di due miliardi di dollari per assistere senzatetto e bambini in difficoltà, istruisce i suoi dipendenti a un rispetto quasi maniacale delle misure di prevenzione. Nei parcheggi interni il limite di velocità per le vetture è di 15 chilometri orari, tutte le auto vanno rigorosamente parcheggiate in retromarcia e allineate negli appositi spazi per evitare incidenti all’uscita dei turni e consentire un ordinato deflusso.

Federico Mattei, ex dipendente di Amazon, nel parcheggio di Passo Corese, il 12 marzo 2019. (Francesco Alesi per Internazionale)

È vietato parcheggiare negli spazi riservati alle auto elettriche, che si possono ricaricare alle apposite colonnine. Chi non rispetta una sola di queste prescrizioni riceve un feedback negativo, una sorta di ammonizione che peserà sul giudizio finale. Una volta dentro, bisogna salire le scale tenendosi ai corrimano e seguire gli appositi percorsi pedonali ed è vietato entrare nell’area dove i robot vanno avanti e indietro con i pacchi.

La regola ferrea
Al primo piano c’è quella che viene chiamata “area Pic”. Qui gli stower riempiono gli scaffali della merce proveniente dall’inbound al pianterreno e i picker preparano le ceste con le ordinazioni dei clienti. Una volta pronte, le spediscono di nuovo in basso all’outbound, dove saranno impacchettate e caricate sui furgoni per essere consegnate dai corrieri nei tempi annunciati agli acquirenti. Ogni pomeriggio ci sono sette partenze, mentre la mattina e la notte sono cinque, per un totale di almeno seicentomila pezzi al giorno che aumentano fino a un milione a Natale o per il black friday. “Lavoro in una gabbia metallica affacciata sul floor, eseguo gli ordini che mi arrivano dal computer e non parlo con nessuno, se non con i controllori che passano a verificare il mio lavoro”, spiega B. “D’altronde non ne avrei neppure il tempo”, aggiunge.

La regola ferrea, una volta superati i tornelli con il green badge del lavoratore precario o con quello blu di chi è assunto a tempo indeterminato, è di rispettare i tempi e la quantità previsti, in una catena di montaggio 2.0 nella quale l’errore è sempre tracciabile e imputabile. La pressione è costante, “hai di continuo gente che passa, ti fa domande e ti dà consigli”, dice B. Nulla è espressamente vietato, eccetto portare con sé telefonini, chiavi e altri effetti personali, che vanno lasciati in un armadietto all’ingresso. I tempi sono però contingentati al punto che pure andare in bagno più di una volta può significare il fallimento dell’obiettivo di consegna giornaliera.

A Passo Corese i lavoratori sindacalizzati si contano sulla punta delle dita e le voci critiche fanno fatica a organizzarsi

Un risultato negativo che puntualmente viene fatto notare. “Una volta mi hanno chiesto conto del perché fossi andata troppe volte in bagno, ho dovuto mostrare l’assorbente per far vedere che avevo le mestruazioni”, ricorda Giorgia Nescatelli, una ex dipendente. “È una condizione usurante dal punto di vista psicologico”, spiega B.

Il gergo di Amazon è rigorosamente anglofono e ascoltarlo da lavoratori provenienti da tutto il centrosud italiano suona come una sorta di neolingua dalle cadenze partenopee o romanesche. “Gli instructor ti insegnano i movimenti smart, ora stanno introducendo la job rotation per cercare di alleviare la stanchezza, però poi ti chiedono ritmi insostenibili ed è chiaro che finisci per sbagliare postura”, conclude la mia interlocutrice.

Un’auto parcheggiata in una piazza di Montopoli di Sabina, vicino alla sede di Amazon a Passo Corese, il 12 marzo 2019. (Francesco Alesi per Internazionale)

Nescatelli ha resistito invece ventiquattro giorni. Si è dimessa senza neppure attendere la scadenza del contratto. “Mi sono resa conto che il modo in cui si lavorava lì dentro non faceva proprio per me”, dice ora. Non ce l’ha fatta a sopportare, più che i ritmi di lavoro, quell’ordine quasi militaresco, la sensazione di essere sempre sotto controllo e il coinvolgimento forzato nello spirito dell’azienda.

Non ultima, la gestione dei tempi di lavoro, il fatto che “ogni minuto di ritardo viene detratto dalla busta paga” e per questo “devi essere lì almeno cinque minuti prima dell’inizio del turno per passare il badge in tempo, mettere gli effetti personali nell’armadietto, superare il metal detector e arrivare puntuale al briefing”, racconta. Quest’ultimo dura appena due minuti e a suo parere è la parte più “bella” del lavoro in Amazon, con il manager che legge il piano della giornata al ritmo di una musica “scelta appositamente per caricarti”.

La più gettonata, ricorda ridendo, è Eye of the tiger, dalla colonna sonora del film Rocky con Sylvester Stallone. Avrei voluto assistervi, ma l’azienda, che organizza visite guidate nella struttura per gruppi e scolaresche, non ha neppure risposto all’email con la quale chiedevo di poter accedere con un fotografo.

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Dopo il briefing c’è quello che chiamano fast start. Nescatelli lo traduce così: “Siccome pensano che sei fresco e puoi dare il meglio di te, devi cominciare il più velocemente possibile”. Seguendo le strisce pedonali con quello che la compagnia stessa definisce “passo Amazon” – “svelto, veloce ma mai di corsa”, spiegano i lavoratori – “raggiungi la tua postazione e ti dedichi all’obiettivo di giornata”, prosegue Nescatelli. “Se non lo raggiungi lo rimarcano, e se sei precario questo inciderà sul tuo rate e in buona sostanza, allo stesso modo dei feedback, sulla valutazione al momento dell’assunzione”, dice ancora.

“Se vuoi sperare di essere confermato, il tuo rate deve essere alto, e questo scatena una competizione perversa tra i precari”, aggiunge Federico Mattei, 24 anni, uno studente universitario di antropologia che ha lavorato quattro mesi a Passo Corese. Si fa di tutto per superare gli obiettivi e ingraziarsi i manager, una sorta di capoarea, o i leader, che stanno un gradino sotto i primi. Andare in bagno non è sanzionato, ma ogni perdita di tempo rischia di far abbassare il rate. Ogni volta che si interrompe il lavoro, infatti, bisogna pulire la postazione e “sloggarsi” con il badge, tutte operazioni che fanno perdere tempo prezioso ed espongono all’immancabile controllo.

A testa bassa
Dopo quattro ore e mezza senza interruzioni, c’è una pausa di mezz’ora. Ci si può rilassare, fumare una sigaretta, telefonare o andare a mensa, anche se “molti non lo fanno perché il tempo a disposizione è troppo poco e i ritardi non sono tollerati”, confermano tutte le persone interpellate.

Nella casa di Federico Mattei, ex dipendente di Amazon a Passo Corese, il 12 marzo 2019. (Francesco Alesi per Internazionale)

Dopo la pausa, ci sono altri due minuti di briefing con musica, manager e obiettivi. Poi si riparte a testa bassa per la seconda parte del turno. Che sia di mattina dalle 6 alle 14 per una settimana al mese, di pomeriggio dalle 14,30 alle 22,30 per due settimane, o di notte dalle 22.30 alle 6 per una settimana di fila, non cambia nulla. “Lì dentro è sempre giorno, come in un aeroporto”, dice Nescatelli. C’è chi accetta la ferrea disciplina e non si lamenta, come una ragazza che ci ha lavorato per qualche mese senza essere confermata – “me l’hanno detto l’ultimo giorno, comunque avevo già deciso che non sarei rimasta” – e che chiede di non essere menzionata con nome e cognome, e chi come Nescatelli è scoppiata in poco tempo perché “questo modo di lavorare mi stressava troppo”.

“Qui non ci sono sindacati”
Mattei è stato impiegato quattro mesi a Passo Corese. Come il 40 per cento dei lavoratori di Amazon, è originario di uno dei paesi della Sabina, Montopoli, dove il sogno americano ha fatto breccia pure tra i cittadini, che hanno visto nell’arrivo della multinazionale una possibilità di rilancio economico per il territorio, di dare un lavoro ai propri figli e di evitare lo spopolamento che affligge l’Italia appenninica.

Nell’estate scorsa si è presentato all’ufficio dell’Adecco, un’agenzia interinale che ha aperto uno sportello in paese per accaparrarsi una fetta del business delle assunzioni temporanee. Dopo tre giorni di formazione, ha ottenuto un contratto di quattro mesi al settore inbound. Il primo giorno di lavoro, racconta, gli hanno mostrato un video nel quale si mostrano gli effetti traumatizzanti su due bambine della spedizione di altrettante bambole sbagliate, per spiegare come un errore nella spedizione potrebbe danneggiare il cliente, a maggior ragione se è un minore d’età.

Mattei si presenta con un elenco di problemi da denunciare, inviatogli su WhatsApp da alcuni suoi ex compagni di lavoro che ci tengono a far sapere innanzitutto che “in questo stabilimento non esistono i sindacati”, uno dei temi al centro dell’incontro pubblico del 16 marzo 2019 indetto dal gruppo autorganizzato Conflitti.

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In meno di due anni di vita, i lavoratori di Passo Corese non hanno mai scioperato né si sono organizzati per far valere le loro richieste, com’è invece accaduto nell’altro grande hub italiano, quello di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza. Qui, in occasione del black friday, nel novembre 2017, i lavoratori si sono astenuti dal lavoro. Un anno dopo, i sindacati Cgil, Cisl, Uil e Ugl hanno proclamato lo stato di agitazione per chiedere l’assunzione dei 1.951 lavoratori a termine utilizzati oltre il dovuto l’anno precedente, come aveva accertato l’ispettorato del lavoro. La percentuale dei contratti a termine non potrebbe infatti superare il 38 per cento di quelli a tempo indeterminato, che nel centro di distribuzione padano sono 1.651.

Il 26 febbraio, alla protesta dei driver di Amazon a Milano è intervenuto il neosegretario della Cgil Maurizio Landini. “Come consumatori, ci dobbiamo interrogare sulle condizioni di lavoro di coloro che fanno il servizio che abbiamo richiesto”, ha detto.

A Passo Corese i lavoratori sindacalizzati si contano invece sulla punta delle dita e le voci critiche fanno fatica a organizzarsi. Chi non regge i ritmi di lavoro o li contesta, come Giorgia Nescatelli o Federico Mattei, abbandona prima del tempo o non viene confermato. Chi si infortuna tace o, come B., preferisce raccontare senza mostrarsi.

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