03 marzo 2020 11:32

È il “lunedì puro” a Lesbo, la fine del carnevale per gli ortodossi: è festa, non si lavora, si organizzano dei picnic con la famiglia, si mangia pane azzimo e si fanno volare degli aquiloni colorati. Ai bordi delle strade di Mitilene, il capoluogo dell’isola, gli ambulanti vendono pesci volanti di carta, soli colorati con le code, ma a fianco dei venditori camminano dei militari in mimetica con i mitra spianati e i cani al guinzaglio che pattugliano le strade e le spiagge. Sull’isola, che nel 2015 ha accolto migliaia di profughi siriani, l’atmosfera è cupa.

Le auto della polizia sono ferme a ogni angolo e gruppi di autoproclamati vigilantes bloccano le auto dirette al centro di detenzione di Moria. Gruppi di uomini vestiti di nero prendono a sassate gli operatori umanitari e i giornalisti, distruggono le loro macchine prese a noleggio che riconoscono dalla targa, aggrediscono i profughi che si muovono ormai solo in gruppo. Secondo gli attivisti, si tratta di militanti vicini ad Alba dorata, la formazione di estrema destra che insieme agli abitanti dell’isola da settimane protesta contro la costruzione di nuovi centri di detenzione a Lesbo.

Il gruppo neonazista, nato tra gli hooligans ad Atene negli anni novanta, ha sempre compiuto azioni contro gli immigrati nelle periferie delle città greche e ora sembra riprodurre le stesse tecniche anche sulle isole del mar Egeo, dove vivono 44mila profughi, senza che ci siano strutture e servizi adeguati per accoglierli. “La questione è politica”, assicura Maria, un’attivista del Pikpa camp, un campo autorganizzato per migranti vicino all’aeroporto della città. “Si vuole spaventare gli attivisti e allontanarli”.

Le ong sotto attacco
Il 1 marzo un centro di accoglienza nel nord dell’isola è stato dato alle fiamme da ignoti, molti attivisti per ragioni di sicurezza hanno sospeso le loro attività di sostegno ai profughi che a Lesbo sono ventimila, bloccati da mesi o addirittura da anni in attesa che la loro richiesta di asilo sia valutata. Lo stesso giorno alcuni manifestanti volevano impedire a un gommone carico di profughi di sbarcare sulla spiaggia di Thermis, proprio vicino all’hotel Votsala che nel 2015 è stato uno dei centri nevralgici dell’accoglienza sull’isola.

“In questo momento ho molta paura”, racconta Josep, un altro volontario spagnolo del Pikpa camp, arrivato da quindici giorni sull’isola. “I profughi mi hanno cominciato a dire che ricorda l’atmosfera della guerra”, continua il ragazzo. “Non ho mai visto niente del genere”, assicura Efi Latsoudi, un’abitante di Lesbo che lavora al Pikpa. “Sono stata minacciata sotto gli occhi dei poliziotti”, continua, spiegando che tutti quelli che si avvicinano alle spiagge per aiutare i gommoni che arrivano dalla Turchia rischiano di essere aggrediti. Due auto dei volontari del campo sono state danneggiate. Anche Eric e Philippa Kempson, un pittore britannico e sua moglie, che vivono nell’isola dalla fine degli anni novanta e hanno offerto ospitalità ai profughi a partire dal 2015, hanno sospeso le loro attività e hanno ricevuto telefonate minatorie.

“Prima di aprire l’ospedale di Medici senza frontiere a Moria ogni mattina facciamo una riunione per valutare le condizioni di sicurezza, con lo stesso grado di allerta che usiamo di solito nelle zone di guerra”, racconta Marco Sandrone, coordinatore della missione di Msf sull’isola, originario della provincia di Cuneo e con una lunga esperienza alle spalle anche in contesti difficili come il Sud Sudan e Haiti. Sandrone definisce la situazione sull’isola “un far west”.

Migranti protestano vicino al campo di Moria, sull’isola di Lesbo, 2 marzo 2020. (Angelo Tzortzinis, Afp)

Ma il fatto che le organizzazioni non governative stiano sospendendo le loro attività per il timore di essere attaccate ha delle conseguenze drammatiche sulla condizione dei profughi che vivono sull’isola.

“Le ong, che fino a oggi erano il principale fornitore di servizi per i richiedenti asilo, si trovano nella condizione di non avere accesso al campo, devono riconsiderare la propria capacità di stare sul terreno e di muoversi sull’isola. Se già prima i servizi erano inadeguati, oggi ci troviamo in un contesto ancora peggiore perché la mancanza di sicurezza non permette più alle organizzazioni non governative di svolgere il loro ruolo: è inquietante che il governo non sia in grado di garantire la sicurezza e la legalità”.

Le proteste hanno impedito anche alle persone appena arrivate sull’isola di essere trasferite nel campo di Moria, per questo molti si sono accampati nel nord, a Skala Sikamia o vicino al porto di Mitilene. “Stiamo cercando un posto per dormire, ma per il momento passiamo la notte fuori, con i bambini”, conferma Ahlan Khali, un afgano di 21 anni, in viaggio con la famiglia di sua sorella. “Abbiamo sentito alla tv turca che i confini erano aperti e siamo partiti”, racconta Hussein, 18 anni, afgano, in viaggio con suo fratello.

Lesbo è sempre più una prigione a cielo aperto per ventimila persone tra cui settemila bambini, e dallo scorso settembre il governo greco trasferisce poche persone alla volta sulla terraferma. A causa delle proteste dei residenti, anche gli ultimi arrivati non sono trasportati nell’hotspot di Moria, come prevederebbe il protocollo. Ma sono lasciati a dormire all’addiaccio. A Skala Sikamia, nel nord dell’isola, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha allestito qualche tenda, ma alcuni hanno dovuto dormire sulla battigia, perché non c’erano posti per tutti. Si tratta soprattutto di famiglie di afgani che vivevano in Turchia da qualche anno.

La prima vittima
Il lunedì di festa a Lesbo è segnato soprattutto dalla notizia della morte di un bambino siriano di quattro anni, annegato mentre attraversava il mare con la famiglia e altre 48 persone a bordo di un gommone che è affondato: è la prima vittima di una situazione esplosiva che peggiora di ora in ora, dopo che il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha annunciato l’apertura delle frontiere ai profughi siriani. Erdoğan minaccia di spingere migliaia di persone a lasciare il paese, che ospita 3,7 milioni di profughi siriani, se non si troverà un accordo su una tregua a Idlib, nel nord della Siria, dove i bombardamenti russi e siriani hanno provocato 900mila sfollati.

In un giorno sulle isole greche sono arrivate 1.300 persone via mare, solo a Lesbo ne sono arrivate seicento, mentre 9.877 persone sono state respinte dalle motovedette della guardia costiera greca, che pattuglia un tratto di mare largo appena cinque miglia e ha cominciato a sparare contro i gommoni. I respingimenti da parte della guardia costiera greca non sono una novità, ma dopo l’annuncio di Erdoğan la Grecia ha fatto sapere di voler rafforzare la militarizzazione della frontiera e sospendere il diritto d’asilo per un mese, minacciando di respingere tutti quelli che attraversano il confine in maniera illegale.

Un video diffuso da alcuni attivisti mostra una motovedetta della guardia costiera greca al largo di Kos che sperona un gommone di profughi, spara in acqua verso il gommone. Il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis ha chiesto a Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne, di far scattare il dispositivo d’emergenza e di mandare alle frontiere greche altri uomini e mezzi. Il 3 marzo si svolgerà una riunione d’emergenza dei ministri dell’interno dell’Unione per decidere misure urgenti sulla situazione in Grecia.

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A quattro anni dall’accordo dell’Unione europea con la Turchia per chiudere la rotta dell’Egeo, sta succedendo quello che in molti avevano previsto: il presidente turco ha usato i profughi come arma per ricattare l’Europa. È bastato diffondere la notizia che la polizia di frontiera turca non avrebbe più arrestato chi provava a partire. Così almeno 14mila persone si sono incamminate verso nord per raggiungere Edirne e poi Evros. Sulle isole greche, già in difficoltà per il gran numero di persone trattenute da anni in condizioni disumane, sono ricominciati gli arrivi, mentre l’Europa volta le spalle ai suoi princìpi fondamentali, come il diritto d’asilo, e non riesce a trovare un accordo permanente sul ricollocamento dei richiedenti asilo, schiacciata dalla paura dell’invasione e dalla propaganda dell’estrema destra.