06 agosto 2020 09:35

Una donna ha le convulsioni e viene portata a terra su una barella poco dopo l’attracco della motovedetta, un uomo vomita sangue davanti al medico del poliambulatorio allo sbarco. Il funzionario di polizia che sorveglia le operazioni discute con il medico che non vuole trasportare il ragazzo sull’ambulanza per paura che abbia il covid-19. Sotto la statua della madonnina di Lampedusa, a due passi dalla strada principale dell’isola affollata di turisti, è appena attraccata una motovedetta della guardia costiera italiana che ha scortato in porto due imbarcazioni, una partita da Zuara, in Libia, e una partita da Sfax, in Tunisia.

È l’ora di cena di lunedì 3 agosto e ai tavolini dei bar e dei ristoranti i turisti non si accorgono di quello che sta succedendo a pochi metri da loro, sotto alla caserma della guardia costiera. Mentre i poliziotti discutono con gli operatori sanitari, bardati con le protezioni anticovid, Bassim e Ghazi, due minorenni tunisini, sono saliti sul pulmino che li porterà nel centro di accoglienza di contrada Imbriacola. Sono felici di aver toccato terra dopo più di venti ore di navigazione a bordo di una piccola imbarcazione di legno, ma sono anche stravolti dal mal di mare. Sono partiti dalle isole Kerkenna, nella provincia di Sfax, insieme ad altri sette ragazzi. Hanno speso 3.500 dinari tunisini (mille euro) a testa per fare la traversata e arrivare a “Lambadusa”, uno dei posti di cui hanno sentito parlare di più in vita loro.

Una delle canzoni cantate nelle strade di Tunisi durante la rivoluzione dei gelsomini nel 2011 era H’biba ciao, la versione tunisina di Bella ciao, che non parla di guerre né di mondine, ma di un migrante che prova ad attraversare il mare per arrivare a “Lambadusa”. “Sia che vediamo quel paradiso coi nostri occhi – bella ciao – sia che affoghiamo e moriamo senza sepoltura, la mia anima tornerà da te a nuoto”, dice la canzone. A nove anni dall’unica primavera araba che ha prodotto una transizione democratica, per i tunisini è arrivato il tempo della disillusione. La crisi economica e politica nel paese era profonda anche prima che arrivasse il nuovo coronavirus, ma la pandemia ha ulteriormente aggravato una situazione già compromessa. E così negli ultimi mesi sono aumentate le barche che di notte prendono il largo da Zarzis, da Sfax, da Mahdia, con la complicità della guardia costiera locale.

Accordi e minacce
Secondo un rapporto dell’African development bank (Afdb), la Tunisia va incontro a una delle recessioni più gravi dall’indipendenza nel 1956. “Nessuno di noi ha un futuro lì, spero di riuscire ad arrivare in Francia”, afferma Ghazi, 17 anni, originario di Sidi Bouzid, una delle aree più povere del paese. Ma a Lampedusa quelli come lui non sono benaccetti: “I turchi”, li chiamano. Come se fossero invasori, come se fossero pirati o soldati della flotta ottomana. Eppure nelle vie del centro e lungo le spiagge affollate di turisti non si vedono, se non di rado. Il centro di prima accoglienza è nascosto agli occhi dei locali e dei visitatori, nell’entroterra dell’isola. Ma i tunisini sono sinonimo di invasione per i lampedusani e muovono sentimenti di ostilità.

Nel 2020 i tunisini sono il gruppo più numeroso tra i migranti arrivati in Italia. Su 14mila persone approdate via mare da gennaio, 5.909 (cioè il 40 per cento) sono tunisini. Quasi tutti con piccole imbarcazioni, attraccate direttamente sulle coste di Lampedusa o della Sicilia. Sono lontani i numeri raggiunti nel 2011 – l’anno della rivoluzione tunisina – quando in pochi mesi a Lampedusa arrivarono tra le 11mila e le 15mila persone. Tuttavia è bastato che aumentassero gli arrivi nella piccola isola italiana per fare andare il tilt il sistema di accoglienza, ridimensionato dal primo decreto sicurezza del 2018.

Dal 2011 la Tunisia ha firmato un accordo con l’Italia per il rimpatrio dei migranti irregolari: a Tunisi arriva un volo a settimana con sessanta tunisini. Ma spesso chi viene rimpatriato, dopo qualche anno o addirittura pochi mesi prova a partire nuovamente. “La storia si ripropone, abbiamo assistito a diverse ondate di arrivi di tunisini negli ultimi quindici anni”, spiega Sara Prestianni, ricercatrice e responsabile immigrazione dell’ong EuroMed rights. “Le cause delle partenze sono le condizioni economiche e sociali del paese, uno dei pochi settori ancora attivi come il turismo è stato messo in ginocchio dalla crisi sanitaria e quindi il sistema economico già debole sta definitivamente collassando”, continua Prestianni.

Ora il governo italiano minaccia di usare gli aiuti allo sviluppo come arma di ricatto: “Il ministro degli esteri Di Maio è arrivato a dire che taglierà 6,5 milioni di fondi per gli aiuti, ma questo potrebbe solo acuire i problemi e spingere altre persone a partire. Nelle politiche dell’immigrazione in Italia sembra che non si guardi a quello che succede dall’altra parte del Mediterraneo”.

Il centro di accoglienza al collasso
Sulla barca partita da Zuara, in Libia, hanno viaggiato in trenta. Sette donne, undici uomini e dodici bambini di diverse nazionalità (palestinesi, gambiani, ivoriani, marocchini, libici). Nelle ultime settimane sono arrivate anche trecento persone al giorno sull’isola. Da qualche anno Lampedusa, simbolo della frontiera, ritratta da decine di film e romanzi, era scomparsa dalle cronache, perché dal 2013 e fino alla fine del 2016 i migranti sono stati soccorsi al largo dalle autorità italiane e dalle navi umanitarie, per poi essere portati nei diversi porti italiani per lo sbarco.

Dal 2017 questo sistema di ricerca e soccorso, coordinato dal governo italiano, è stato smantellato e sono ricominciati i cosiddetti sbarchi autonomi. Infine, con la stagione estiva e con la fine del lockdown in Tunisia, sono aumentati gli arrivi dalla Tunisia e alle tensioni politiche per la gestione dei flussi migratori si sono sommate a quelle per la pandemia. Così da qualche mese Lampedusa è ritornata a essere protagonista assoluta del dibattito: la frontiera è arretrata di nuovo fino a coincidere con le spiagge cristalline dell’isola italiana e le lancette dell’orologio sembrano essere tornate improvvisamente indietro di un decennio.

La nave Azzurra di Gnv attraccata nello scalo di Cala Pisana, Lampedusa, il 4 agosto 2020. (Dario Pignatelli, Afp)

Il centro di accoglienza di contrada Imbriacola ha di nuovo dimostrato di essere uno dei nodi problematici del sistema di prima accoglienza, con la sua capienza che non supera i duecento posti e un intero padiglione dormitorio dismesso e ancora in attesa di essere ristrutturato. Nelle ultime settimane la struttura, da gennaio gestita da un’organizzazione a scopo di lucro e senza una chiara missione sociale, la trevigiana Nova facility (la stessa società che gestisce la caserma Serena a Treviso), è arrivata a ospitare anche mille persone, che sono state ammassate su materassi stesi a terra anche all’aperto, tra l’immondizia.

I trasferimenti sulla terraferma con le navi della guardia costiera e della guardia di finanza dovrebbero essere continui, ma sono stati sporadici, anche per le proteste dei sindaci e degli amministratori regionali siciliani, e questo ha prodotto una situazione esplosiva nel centro di Lampedusa, sovraffollato e lontano dagli standard minimi di igiene, soprattutto in un momento di crisi sanitaria. Il sindaco dell’isola Salvatore Martello ha chiesto che sia dichiarato lo stato di emergenza, dicendo che le strutture di accoglienza sull’isola sono al collasso: “Ci sono 1.300 persone in due strutture: l’hotspot che era pieno con 1.100 persone e altre duecento persone in una struttura della chiesa, perché all’interno del centro accoglienza non entrava materialmente più nessuno”.

Ma sembra che sull’isola non si riesca a uscire dalla logica dell’emergenza e che questo impedisca di essere preparati davanti a nuove crisi migratorie. “Nel 2007 l’apertura del centro di contrada Imbriacola doveva essere esemplare, quel centro era stato pensato per diventare un modello, perché era stato costruito per rispondere alle inchieste giudiziarie che c’erano state sul vecchio centro di accoglienza vicino all’aeroporto, poi chiuso”, spiega Tareke Brhane, ex operatore del centro di accoglienza, oggi a capo del Comitato 3 ottobre.

“Negli anni la situazione è peggiorata, le persone rimangono per mesi dentro a una struttura pensata per ospitarle al massimo due giorni: ci sono state proteste, incendi”. Nel 2009 il centro di prima accoglienza è diventato un centro per il rimpatrio, poi di nuovo centro di accoglienza e nel 2015 è stato trasformato in un hotspot, cioè in un centro di prima accoglienza e identificazione. Rimangono però i problemi di una struttura progettata per una permanenza transitoria, che è costretta a ospitare un numero di persone cinque volte superiore a quello consentito per periodi molto più lunghi del previsto. “Ci dovrebbe essere una nuova inchiesta parlamentare per capire come sono spesi i soldi che il governo versa agli enti gestori (32 euro al giorno per persona) e perché il personale è così ridotto e i servizi così scarsi”, conclude Brhane.

La nave da quarantena Azzurra
Il 4 agosto di prima mattina è attraccata nello scalo di Cala Pisana la nuova nave da quarantena, la terza da aprile, affittata dal governo italiano con una spesa di quattro milioni di euro. Si tratta di una nave di 170 per 27 metri, un palazzo galleggiante di proprietà di Grandi navi veloci (Gnv), del gruppo Compagnia di navigazione italiana (ex Tirrenia), come la nave Rubattino e la Moby Zazà, usate per la stessa mansione. L’imbarcazione ha ormeggiato nello scalo di Cala Pisana, costruito nel 2011 dal governo Berlusconi per far attraccare i traghetti che trasferivano i tunisini sulla terraferma, e quasi mai usato da quel momento.

Alle 7.30 è cominciato il trasferimento di 360 migranti dall’hotspot sulla nave Azzurra di Gnv. Anche Bassim e Ghazi sono portati a bordo, dove saranno sottoposti a tampone e dovranno rimanere per 14 giorni, anche se dovessero risultare negativi al test. La decisione d’impiegare una nuova struttura galleggiante per la quarantena al largo ha suscitato molte critiche, perché nelle esperienze dei mesi scorsi non sono mancati i problemi e perché le imbarcazioni sono considerate dagli esperti dei possibili moltiplicatori del contagio da covid-19.

Il 20 maggio un ragazzo è morto gettandosi dalla Moby Zazà per raggiungere la terraferma a nuoto e sono scoppiate diverse proteste a bordo. Per la nave Azzurra era previsto che a bordo salissero anche forze di polizia, insieme al personale medico della Croce rossa, ma per ora la soluzione è stata osteggiata da una parte delle organizzazioni coinvolte, perché potrebbe favorire ulteriormente tensioni, proteste e risse a bordo. In tanti si chiedono come mai siano stati spesi così tanti soldi per gestire la quarantena dei nuovi arrivati, che avrebbe potuto essere allestita a terra.

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Dalle interrogazioni parlamentari presentate dal deputato Riccardo Magi di Più Europa è emerso che per far fare la quarantena a 180 persone sulla nave Rubattino siano stati spesi 423 mila euro, mentre per i 680 che l’hanno fatta sulla Moby Zazà sia stato pagato più di un milione di euro. “La Azzurra ripropone il modello fallimentare delle altre navi, così come della Captain Morgan a Malta, modello che La Valletta ha dovuto interrompere per le situazioni drammatiche che si presentavano all’interno. Tuttavia, sembra che l’importante sia dare il messaggio che i migranti sono stati isolati, tenuti lontano dal resto delle persone, senza nessuna valutazione sulla sicurezza di queste operazioni”, commenta Sara Prestiani di EuroMed rights.

Mentre alle dieci del mattino la nave Azzurra chiude il portellone e prende il largo per cominciare una lenta e indefessa circumnavigazione intorno all’isola, alcuni lampedusani venuti a vedere le operazioni di imbarco commentano: “Speriamo che affondi”. Non è un commento raro da ascoltare tra gli abitanti dell’isola, sempre più divisi tra chi difende il carattere accogliente di ogni comunità di marinai e pescatori e chi si dice esasperato dalla presenza degli immigrati. “È una specie di dissociazione che riscontriamo nei lampedusani, perché l’aumento degli sbarchi autonomi dalla Tunisia ha coinciso con l’inizio della stagione turistica. Quindi i lampedusani da una parte rassicurano i turisti sul fatto che i migranti sono invisibili e per altro verso sono molto aggressivi verso gli stessi migranti, sono preoccupati che possano portare il covid-19, nonostante siano sottoposti a tampone, ma non sono preoccupati che a portare il virus siano i turisti che arrivano in aereo senza controlli”, spiega Lorenzo Alunni, antropologo e ricercatore all’Ecole des hautes etudes en sciencessociales di Parigi, che sta conducendo uno studio sull’isola.

“La sera in via Roma, o nei vari locali, i villeggianti sono tutti molto vicini e nessuno indossa la mascherina, ma questo spaventa molto meno dei ragazzi tunisini che arrivano con le barche”. Questa specie di dissociazione, secondo l’antropologo, in parte è frutto di un trauma che non è stato elaborato: “Quello dell’arrivo nel 2011 di migliaia di tunisini, senza che ci fosse un sostegno da parte del governo italiano. Molte delle risposte attuali sembrano un’elaborazione di quel momento, che è ancora impresso nella memoria collettiva e alimenta un senso di abbandono e di isolamento introiettato dai lampedusani”.

Le preoccupazioni per il nuovo coronavirus hanno acuito questa reazione. In generale sembra che l’isola e chi la amministra fatichi a immaginarsi come luogo di transito: “Lo stesso fenomeno lo riscontriamo a Calais o sulle Alpi. C’è una difficoltà strutturale della politica a relazionarsi con le persone che transitano, con chi è di passaggio. Sembra che ci sia un deficit di immaginazione rispetto all’elaborazione di strategie e soluzioni per far fronte a un fenomeno strutturale”, conclude Alunni.