Dalla serie A place to stay, Roma, 2007-2011. (Alessandro Imbriaco)

Nella città invisibile dei senzatetto

Dalla serie A place to stay, Roma, 2007-2011. (Alessandro Imbriaco)
09 settembre 2019 10:03

I cetacei, gli uccelli migratori e alcuni rettili riescono a dormire tenendo chiuso solo un occhio. Se l’occhio chiuso è quello destro, significa che la parte sinistra del cervello sta riposando, mentre la destra sta facendo la guardia. Questo sistema consente ai delfini di poter rimanere all’erta fino a quindici giorni consecutivi e ai rondoni di volare per chilometri e chilometri senza mai posarsi.

Secondo gli scienziati, quando non si sentono del tutto al sicuro, anche gli esseri umani si addormentano mantenendo vigile uno dei due emisferi. Secondo Salvo, un ex carcerato finito a vivere per strada, è quello che succede a Godstime in piazza dei Siculi a Roma.

Steso ai piedi di una delle quattro panchine della piazza, metà a terra e metà su un’aiuola, Godstime è uno dei senza dimora che dorme qui, a un chilometro dalla stazione Termini, nel quartiere di San Lorenzo. È un ragazzo sui trent’anni arrivato dalla Nigeria qualche tempo fa, soffre di disturbi mentali e si alza quasi solo per fare i suoi bisogni. L’inverno l’ha passato rannicchiato nel vano di una porta che affaccia su via dei Salentini. Una notte della scorsa primavera, come un fantasma arrivato da chissà quale epoca e mondo, ha svegliato il quartiere con le sue urla. Alla fine gli hanno fatto un trattamento sanitario obbligatorio e lo hanno portato in ospedale. Dopo una settimana è ricomparso e ha preso posto in uno degli angoli della piazza.

Tempo fa un operatore della sala operativa sociale (sos) del comune di Roma mi ha detto che ogni volta che passa di qui gli sembra di trovarsi di fronte a un reparto psichiatrico a cielo aperto. Quello vero, ospitato in uno dei padiglioni dell’ospedale Umberto I, si trova a poche centinaia di metri e ha venti posti letto, come previsto dalla legge 180 del 1978 per evitare le sofferenze dell’ammasso dei vecchi manicomi. Nel giro di un paio di chilometri le persone che vivono per strada e che soffrono di malattie psichiatriche sono tante quanto quelle ricoverate all’Umberto I, se non di più.

Tutto l’anno riescono a confondersi nello sferragliare delle città. Ma d’estate è come se l’iceberg di cui hanno fatto parte – una massa composta da più di 50mila persone senza dimora in tutta Italia, e tra le 14mila e le 16mila solo a Roma – si squagliasse e lasciasse nell’oceano delle macchie d’olio. Quelle increspature sono le persone più fragili tra tutte quelle che vivono per strada. Tante in estate vanno a lavorare nei campi dell’Italia del sud, qualcuno torna a casa in Romania o in Polonia, qualcun altro cerca fortuna sulle coste. Loro no. Spesso hanno delle dipendenze forti, o delle disabilità fisiche, oppure delle psicosi che gli impediscono anche solo di immaginare un’alternativa.

Il pensiero comune è che sia l’inverno la stagione più terribile per i senzatetto. Ci si immagina che gelo e pioggia possano spezzare un cuore: ed è vero, ma solo a metà. L’estate, se possibile, può essere ancora più feroce. I centri d’aiuto rallentano le loro attività, i volontari diminuiscono il loro impegno e le persone spesso restano sole, torturate e sfinite dal caldo, dalle malattie e dall’impotenza. È per capire le conseguenze di tutto questo che ho spiegato a Omar – un ragazzo che vive per strada e che conosco da anni – di voler passare una notte e un giorno per le strade di Roma e gli ho chiesto di accompagnarmi. Il suo nome, così come alcuni dettagli della sua storia, sono stati cambiati.

Sera, Omar

Lo incontro un giovedì sera di fine agosto lungo le mura Aureliane che dividono San Lorenzo dalla stazione Termini. Visto che le panchine di piazza dei Siculi quando arriva il bel tempo sono sempre occupate da altri e nuovi senza dimora – e dal momento che a lui non piace troppo la compagnia – è qui che dorme per ora. Sono le nove e siamo entrambi sudati: ci sono 28 gradi e il 50 per cento di umidità nell’aria. Il marciapiede su cui ci sediamo sembra la piastra di un ferro da stiro.

Omar chiede se ho mangiato e gli spiego che sono dovuto andare a Termini. Erano le otto e a quell’ora le mense della Caritas in via Marsala e quella dell’esercito della salvezza in via degli Apuli erano già chiuse. Non restava che andare alla stazione.

In piazza dei Cinquecento c’era una piccola folla. Le persone giravano come formiche intorno a quattro stand della Tanghetti&Chiari, una fondazione che da dieci anni – durante l’estate o le feste – dà da mangiare a chi ne ha bisogno. Camicia vecchia e jeans tagliati al ginocchio, mi sono messo in fila con gli altri, davanti a un cartello che diceva: “No tourists”.

Ho preso una busta con del cibo, un bicchiere d’acqua e sono andato a sedermi su un muretto dove c’era solo un’altra persona. Ci siamo fatti un cenno con la testa e abbiamo guardato entrambi il contenitore della pasta: sembrava scotta, ma era ancora calda ed era l’unica cosa che avevamo da mangiare a parte un panino gommoso con del formaggio spalmabile, una merendina al cacao e una mela. Dopo le prime forchettate ho chiesto al mio vicino come gli sembrava. Alto due metri, bandana rossa, camicia azzurra e pantaloni cachi tirati su fino al ginocchio, ha sorriso e ha detto che era buona. Gli ho dato la mia.

Mentre mangiavamo, abbiamo scambiato qualche parola. Ha detto di chiamarsi Aiva, di avere 35 anni e di venire dalla Guinea: “Un piccolo villaggio al confine con il Senegal, molto povero”. Nel 2011 è arrivato in Italia dopo un lungo viaggio che è passato anche dalla Libia. “Non avevo i soldi per partire, a Tripoli c’era la guerra e Gheddafi sembrava impazzito, tutti sembravano impazziti, così ho chiesto ai miei familiari se potevano aiutarmi e sono salito su una barca”. Deve ancora restituire i soldi che ci sono voluti per fargli attraversare il Mediterraneo. “Ho lavorato a Foggia, a Gioia Tauro, a Vittoria. Ma quest’anno non sono riuscito a partire, la notte non dormo, vomito spesso, mi sento debole”.

Finito di mangiare abbiamo fatto un po’ di strada insieme. Aiva dormiva in via Marsala, sotto ai neon accesi di una clinica dentaria privata. Prima di sdraiarsi ha steso dei cartoni a terra, si è tolto le scarpe e si è messo a pregare.

Dalla serie A place to stay, Roma, 2007-2011. (Alessandro Imbriaco)

Sotto a un balcone che d’inverno lo ripara dai temporali e d’estate dal sole del mattino, anche Omar ha steso la sua coperta – grigia, sottile, nera nei punti in cui le sigarette l’hanno bruciata – e sopra ci ha messo il sacco a pelo.

Alto quasi due metri, camicia azzurra a maniche corte, jeans neri e sneakers bianche, porta sul viso gli indizi delle sue origini: gli occhi sono chiari, come quelli del padre tedesco; la pelle è olivastra, come quella della madre marocchina. I due si sono lasciati quando lui era ancora piccolo e il dolore per quella separazione non lo ha mai lasciato, così come quello per la morte del padre. All’epoca aveva diciotto anni e studiava all’istituto francese di Palma di Maiorca, città dove i genitori si erano trasferiti prima di divorziare.

Da allora, Omar dice che il suo cuore è in preda a dolori e torture, causati da persone che lo perseguitano. Ne sente le voci e le offese. Ogni giorno lotta perché non prendano il sopravvento. In due occasioni ha provato a uccidersi. “Era un periodo tremendo, ero a Tangeri, mi sentivo solo, abbandonato da tutti”, mi ha detto una volta. Da allora ha vissuto dei periodi in clinica, altri dagli zii in Germania, altri ancora per strada a Madrid e a Parigi, e da quattro anni è a Roma.

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Lo scorso aprile è andato al policlinico Umberto I per farsi ricoverare, accompagnato dallo psichiatra Andrea Figà Talamanca e da alcuni operatori della sos. Il fatto che ci abbia messo piede volontariamente è stato allo stesso tempo una misura della sua disperazione e un tentativo di placarla. Ha fatto una doccia dopo più di un anno, ha tagliato barba e capelli, e ogni settimana incontra Talamanca al centro di salute mentale di via Palestro. Ha una rete di persone di cui si fida – volontari della Comunità di Sant’Egidio, operatori della sos, abitanti di San Lorenzo – e oggi sulle sue labbra compaiono sempre più spesso un sorriso e una dolcezza di cui prima si poteva solo sospettare.

“Non avere paura per stanotte”, dice, “la strada qui è tranquilla”. La paura è un sentimento che compare mano a mano che il nero colora il cielo sopra le mura Aureliane. Chiamo la sala operativa sociale per capire se ci sono posti dove poter dormire. Lo scorso 23 luglio la sindaca di Roma Virginia Raggi ha scritto su Facebook che ce ne sarebbero stati di nuovi: “Abbiamo predisposto un Piano Caldo che assicura servizi e assistenza ai soggetti più fragili come persone senza dimora e famiglie in difficoltà. Anzitutto abbiamo ampliato di 280 unità i posti complessivi per l’accoglienza diurna e notturna, che si sommano ai 1.075 ordinari”.

Al numero verde della sos risponde una ragazza. Le spiego che per dei problemi a casa sono andato via e che non vorrei dormire per strada. “Capisco”, dice, “purtroppo a quest’ora è difficile che trovi un posto, è tardi, le strutture hanno già fatto l’accoglienza, la cosa migliore è andare domani all’help center e spiegare lì la tua situazione”. Sono le undici di sera, è tardi: la cosa migliore per stasera arriva domani.

Notte

La notte per strada è esattamente come la racconta chi ci dorme abitualmente: tranquilla se non si è aggrediti o derubati, breve e orribile in maniera monotona. Bisogna fare i conti con i rumori, con i fumi delle auto, con gli spazzini che lavano le strade. Bisogna dimenticare di essere un corpo esposto a tutto e a tutti. E bisogna non avere troppo caldo, troppa fame, troppo freddo o troppa sete. Il più delle volte si crolla per sfinimento.

All’una di notte ci sono 25 gradi e un’umidità del 76 per cento. L’asfalto rilascia il calore che ha immagazzinato durante il giorno e le pareti della casa a cui ho appoggiato lo zaino e le scarpe sono ancora calde. Le uniche a sembrare non essere disturbate da questa specie di fornace sono le formiche. A un certo punto mi sveglio perché me ne ritrovo un bel po’ addosso. Le scaccio e sposto i cartoni e il sacco a pelo di qualche metro.

Verso le tre una coppia posteggia l’auto di fronte a dove dormiamo e prima di scendere aspetta che finisca la canzone latinoamericana che sta ascoltando a tutto volume. Nessuno guarda nella nostra direzione. Una zanzara ci terrà compagnia fino alle prime luci dell’alba.

Mattina, un colloquio

Alle sette del mattino il sole avvampa già la città. Passa un camioncino della spazzatura, tira su dei secchi per strada e sveglia Omar. “Buongiorno”, dice, “colazione?”. Prendiamo dei cornetti e dei caffè al bar dei Belli, spendendo gli unici soldi che mi sono portato. “Dopo offro io”, dice Omar. Ci godiamo l’ombra e il silenzio di via Tiburtina, gli occhi semichiusi, il battito del cuore ancora lento. Ciascuno allunga la schiena come può e si tira le braccia per scrollarsi di dosso un po’ degli acciacchi della notte. Poi Omar dice che vuole andare a vedere se c’è dell’hashish in piazza dell’Immacolata.

Soffre di ansia, un basso continuo che accompagna le sue giornate e ogni tanto gli spezza il fiato e le forze. I tessitori sanno che se si tira via un filo viene via tutto l’arazzo. Omar sa quanto sia difficile tenere tutti i fili al loro posto. Si aiuta con dei calmanti, ma fuma marijuana da quando era ragazzino e non riesce a smettere, anche se ci sta provando. In piazza dell’Immacolata si muove come un palombaro. Lento e attento, cerca resti di canne o pezzi di hashish. Ci va la mattina presto, prima che passino gli spazzini. Trova sempre qualcosa, ma in questo periodo gli studenti che di solito affollano gli scalini e le panchine sono tornati a casa e non lasciano tracce dietro di sé. “Andiamo a prendere un altro caffè?”, chiede.

Andiamo in un bar che affaccia su piazza dei Siculi e mentre giriamo lo zucchero nella tazzina osserviamo una pioggia sottilissima imperlare il cielo. Dura pochi minuti, il tempo di rendere ancora più afosa l’aria.

Alle dieci raggiungiamo l’help center in via Marsala, a qualche centinaio di metri da piazza dei Siculi. Davanti all’ingresso ci sono tre persone che dormono sopra a tre vecchi materassi. Dentro ci fanno sedere e poi un operatore dietro a un computer chiede, senza mai alzare lo sguardo dallo schermo: “Italiani o stranieri?”. Italiani e stranieri. “Cosa vi serve?”. Chiedo se ci siano posti dove poter mangiare e strutture dove poter dormire. Lui torna con lo sguardo al monitor: “Alla Caritas, dovete andare alla Caritas”. Chiedo se lì ci siano posti dove poter dormire. “Devi chiedere a loro, ti sapranno dire loro”. Si alza, ci porta fuori e ci indica un portone. “Andate lì”, dice. E se ne torna dentro prima ancora di poterlo salutare. “Sempre è così la strada”, dice Omar, “chiedi una cosa semplice, e mai ti rispondono”.

Alla Caritas, prima di farci entrare una signora vuole sapere chi siamo e di cosa abbiamo bisogno. Un italiano e uno straniero. Abbiamo bisogno di sapere se qualcuno ci possa aiutare in giorni in cui il caldo è tremendo e la città si è svuotata anche di volontari e persone che danno una mano. “Posti per dormire dubito che ce ne siano, comunque ora entrate e fate il colloquio”, dice. Omar saluta e se ne va. “Sono in piazza”, dice. La signora dell’accoglienza prova a trattenerlo ma prima ancora di poterlo convincere, Omar ha già attraversato la strada. “Mi dispiace”, dice la signora, “tu siediti che ora parli con l’operatrice e gli spieghi tutto”. Passa un quarto d’ora, fotocopiano la mia patente, mi fanno firmare un foglio per il rispetto della privacy e poi mi accompagnano dall’operatrice.

È giovane, accogliente e sola in una stanza con diverse scrivanie vuote. “Allora, cos’è successo?”, chiede. Le dico che sono andato via da casa perché le cose andavano male. “Male come?”, chiede. Le dico che non voglio parlarne. “Mi dispiace, ma qualcosa devi dirmela, se no come faccio ad aiutarti”. Le dico che la scorsa notte ho dormito per strada e che non vorrei tornarci. “Lo capisco, ma come ci sei finito?”. Insiste, ma senza essere spiacevole. Nel silenzio che segue, sulla sua faccia si disegna un’ombra di sconforto. “Come faccio ad aiutarti, così?”, chiede. “Con un posto per dormire?”, dico. “No”, dice, “siete in tanti e le strutture sono piene”. Un posto dove potersi riparare dal caldo durante il giorno, una mensa? “Le mense ci sono, ma non ti posso fare la tessera se non mi dici qualcosa di te”. Insiste, non è mai sgradevole, ma non è neanche d’aiuto. È complicato trovarsi sulla sua sedia. Aiutare le persone non è una cosa così semplice come si crede. Negli anni ho parlato con un sacco di operatrici e operatori, e tutti raccontano storie simili: a volte ci si indurisce per la fatica o per autodifesa, altre ci si deprime in preda all’impotenza, più spesso si è pagati male e ci si chiede se sia stata la scelta giusta quella di andare a svuotare il mare con un cucchiaino.

Il colloquio con l’assistente sociale negli uffici della Caritas dura in tutto dieci minuti ed è un fallimento per entrambi. Quando lo racconto a Omar, si limita a scuotere la testa. “Andiamo a Colle Oppio”, dice, “c’è una mensa, lì non fanno domande”.

Pranzo, Colle Oppio

Alle 11 la luce del sole è senza perdono. Ci sono 28 gradi e il 68 per cento di umidità. La città si muove dietro a uno schermo di afa. Per raggiungere la mensa ci mettiamo mezz’ora, attraversando piazza Vittorio, l’arco di Galieno e via Merulana. A parte qualche turista che boccheggia, non incontriamo quasi nessuno per strada.

Siccome è presto per mangiare, Omar propone di ripararci dal sole sotto a uno degli alberi di Colle Oppio, a pochi metri dalla mensa e dal Colosseo. Il parco è ricco di pini, lecci, cipressi e oleandri, ma nella parte alta è anche pieno di buste di plastica, bottiglie di vetro, stracci.

Omar stende la sua copertina grigia sull’erba secca. A pochi metri da noi due ragazzi dormono sopra a un materasso matrimoniale, coperti da giacche e altri vestiti. Un altro è steso su una panchina. Poco più in là uno è in mutande e si sta lavando con dell’acqua presa da una bacinella. “Sono nigeriani”, dice Omar, “alcuni di loro a volte mi hanno venduto dell’erba, ma hanno anche altro”.

Un cervello non è più accessibile del centro della terra. Quello di chi vive per strada è spesso sotto assedio

Seguiamo con lo sguardo un ragazzo che entra da viale del Monte Oppio e si dirige verso i nigeriani. Uno di loro – camicia a scacchi rosso e nera, jeans stretti e infradito – gli si avvicina e in inglese gli chiede di cosa ha bisogno. “Erba”, dice l’altro in italiano. Zaino in spalla, cuffiette nelle orecchie, indossa dei pantaloncini e una maglietta grigia su cui il sudore ha disegnato dei cerchi. Il nigeriano sembra non capire e lui ripete: “Erba, weeds”. Il nigeriano chiede quanta e lui domanda: “Quanta ne viene con dieci euro?”. La risposta è un grammo, ma non lo convince. “Fammi vedere quanto è un grammo e decido”. Il nigeriano dice di aspettarlo su una panchina a qualche metro da dove siamo seduti con Omar. Va dai suoi amici, prende una busta e torna con l’erba. “Va bene”, dice l’italiano, gli allunga i soldi e se ne va.

Chiedo a Omar se vuole venire a mangiare, ma preferisce stare qui un altro po’. “Stanotte qualcuno mi ha lasciato cinque dollari, provo a comprarmi un kebab. Ci rivediamo in piazza dei Siculi, se ritorni”, dice. Lo saluto e vado a unirmi alla fila davanti all’ingresso della mensa intitolata a Giovanni Paolo II. Davanti a me c’è un ragazzo siciliano che parla da solo, velocissimo, in dialetto. Non si capisce niente di quello che dice. Dietro ci sono una donna venezuelana con il figlio adolescente e un’amica. Prima di entrare mi fanno una tessera che vale tre giorni. Anche questa struttura è gestita dalla Caritas, ma in effetti qui non fanno domande.

I tavoli sono quasi tutti pieni. Il menù prevede trofie in bianco o riso al sugo; merluzzo, chele di granchio o mortadella e pizza bianca; purè o peperoni di contorno. Ciascuno passa con il suo vassoio ed è servito da ragazze e signore sorridenti e gentili. Prendo le chele, del purè e un pezzo di pizza bianca. C’è un posto libero vicino a un signore sulla cinquantina, riccio, polo azzurra e pantaloni blu. Sta mangiando le trofie ma scuote la testa. “Com’è quello?”, chiede, indicando il purè. Gli avvicino il piatto e ne prende una forchettata. “Meglio”, dice, e sorride. Gli offro anche una chela di granchio ma dice di no, che non vuole approfittare. “Ho preso il merluzzo, ho proprio fatto le scelte sbagliate”, e ride di nuovo. È in vena di chiacchierare.

Dalla serie A place to stay, Roma, 2007-2011. (Alessandro Imbriaco)

Dice di chiamarsi Salah e di avere cinquant’anni. “Sono nato e cresciuto a Marrakech ma sono venuto in Italia nel 2007”. Fa una pausa, poi aggiunge: “In aereo, con visto e tutto quanto”. Ha lavorato come imbianchino ma ha anche una licenza da commerciante. “Per vendere cose in spiaggia, sai, salvagenti, vestiti, ma non l’ho mai fatto”. Da qualche anno lavora più in Francia che in Italia. “Sto a Parigi, ho dei parenti lì, e girano più soldi”. A Roma torna quando deve rinnovare il permesso di soggiorno, e allora chiede ospitalità ad alcuni amici. “Ora non sono a casa. Stanno tutto il giorno al mare, a Ostia, fanno i posteggiatori, se non li arrestano”. Per ricambiare l’ospitalità gli prepara qualcosa per cena. Non è sempre stato così fortunato. Nel 2010 ha dormito un mese e mezzo alla stazione Termini perché non c’era nessuno che poteva ospitarlo. “Ma allora si poteva andare lungo i binari e dormire riparati, oggi con i tornelli non si può più passare”.

Salah finisce il merluzzo e poi si versa da bere da una brocca. “Ne vuoi anche tu? Bisogna bere, il caldo è terribile”, dice. È l’una e mezza, ci sono 31 gradi e un’umidità del 67 per cento. Prima di salutarlo, gli chiedo cosa farà per il resto della giornata. “Niente”, dice, “che posso fare? È tutto chiuso, ho chiesto in giro se c’è lavoro, ma non ce n’è, non c’è niente da fare, né un posto dove andare”.

Pomeriggio

Capisco quanta ragione abbia Salah quando raggiungo Omar. Nella luce arida delle tre, l’ombra dei tigli in piazza dei Siculi è l’unica cosa che resta a una decina di persone. Sono tutti uomini e giovani, tranne un signore dell’est sui cinquant’anni. Due fumano una canna. Uno parla da solo e ogni tanto canta. Ha i capelli rasati sotto e colorati di verde sopra. È a torso nudo e sul braccio destro ha tatuato Gesù. Godstime scaccia qualcosa davanti a sé, poi si calma, poi torna ad agitare le mani davanti agli occhi, come se volesse cancellare una zanzara, un fantasma o un mostro.

Un cervello non è più accessibile del centro della Terra. Quello di chi vive per strada è spesso sotto assedio. In tanti casi la privazione di sonno, le dipendenze, la fame e la depressione hanno conseguenze che alcuni ricercatori statunitensi hanno definito “devastanti”. Molti sono fragili già prima di finire per strada, ma una volta perso tutto diventano invisibili. Di fronte a loro lo stato italiano arriva, si ferma e implode. I reparti psichiatrici degli ospedali non li accettano perché possono occuparsi solo delle urgenze. I centri di salute mentale sono delle strutture ambulatoriali che non prevedono unità di strada. Volontari e operatori dei centri per senza dimora non hanno la formazione per affrontare questo tipo di problemi.

Tutto è lasciato alla buona volontà, quando c’è. Nel 2018 lo psichiatra del dipartimento di salute mentale di Roma 1 Giuseppe Riefolo e la psicoterapeuta Silvia Raimondi hanno raccontato cos’hanno fatto per arginare “l’elevato numero di fallimenti degli interventi operati sulla popolazione dei senza fissa dimora”. I fallimenti, secondo Riefolo e Raimondi, sono dovuti principalmente al fatto che il tema è affrontato solo con gli strumenti dell’emergenza. “Nella migliore delle ipotesi si tenta di prescrivere o somministrare una terapia farmacologica”, ma le difficoltà sono tante, visto che nei centri di salute mentale non ci sono farmaci per le urgenze e “i pazienti non hanno le condizioni minime per mantenere la necessaria continuità e adesione alla cura”. Per superare questo approccio, i due hanno costruito una rete, coinvolgendo associazioni, volontari e professionisti di altri settori. Alla fine, sono riusciti a tirare via dalla strada molte persone.

I problemi che l’estate mette a nudo non scompaiono con le prime brezze di settembre

Tuttavia, il progetto è finito senza che qualcuno, all’azienda sanitaria locale, al comune, alla regione, si prendesse la briga di farlo proprio e finanziarlo. A corto di soldi, idee, progettualità, le amministrazioni da un lato continuano a varare piani caldo e freddo che non funzionano, dall’altro trattano come minacce le persone che dicono di voler aiutare. In Finlandia il governo è riuscito a diminuire il numero di persone che vive per strada grazie a un progetto radicale, cioè dando una casa a chi ne ha bisogno, senza condizioni. In Italia, invece, nel 2017 il decreto sicurezza del ministro dell’interno del Pd Marco Minniti le ha inquadrate tra i “fattori di marginalità” che minacciano il “decoro delle città”. Nel 2018 quello voluto dall’ex ministro dell’interno Matteo Salvini ha introdotto un nuovo articolo nel codice penale, il 669 bis, che prevede il reato di “accattonaggio molesto”, con pene che vanno dalle multe al carcere. Grazie a questi strumenti, negli ultimi due anni a Milano gli ordini di allontanamento sono stati 290. Storie simili sono successe a Bologna, a Verona, a Pisa, a Roma. Sui mezzi di informazione sono raccontate solo come “viaggi nel degrado” e “assedi di sbandati”.

Il fatto è che i problemi che l’estate mette a nudo non scompaiono con le prime brezze di settembre; quelli che l’inverno rende più drammatici, con le morti in strada per il freddo, non si sciolgono con le prime luci di aprile; e cacciare le persone da una città all’altra non serve a niente. A meno che per lotta alla povertà non si intenda lotta ai poveri.

Omar è seduto a terra, la schiena appoggiata al muro dell’hotel Ateneo. Mi metto accanto a lui e gli chiedo se ha mangiato. “No”, dice, “volevo un kebab ma non hanno preso i dollari che mi hanno lasciato stanotte”. Sono le ultime parole che ci diciamo. Poi, per un po’, in silenzio, senza niente da fare o un posto dove poter andare, osserviamo in silenzio piazza dei Siculi.

Quando le anatre si riposano, quelle ai margini del gruppo sono quelle che possono essere attaccate più facilmente dai predatori. Gli studiosi ipotizzano che sia questo il motivo per cui dormono con un occhio solo per più tempo delle altre. A volte questa difesa funziona, a volte no.

Le foto di questo articolo fanno parte del progetto A place to stay che il fotografo Alessandro Imbriaco ha realizzato tra il 2007 e il 2011 sul tema dell’occupazione degli spazi pubblici e privati a Roma.

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