Questo articolo è uscito il 4 agosto 2000 nel numero 346 di Internazionale. L’originale era uscito sulla rivista messicana Letras Libres, con il titolo Nada que declarar. Welcome to Tijuana.

In una delle loro migliori parodie, Adolfo Bioy Casares e Jorge Luis Borges inventarono uno scrittore tanto concentrato sulla propria realtà da descrivere solo quello che succedeva nell’angolo nord-nordovest della sua scrivania. Con minore prudenza di questo personaggio, ho accettato di scrivere su Tijuana, l’angolo nord-nordovest del mio paese.

Il principale svantaggio di essere un abitante della capitale è che si nota. Noi chilangos abbiamo una così cattiva fama in provincia che forse non dovremmo lasciare le nostre mura domestiche.

Noi chilangos abbiamo una così cattiva fama in provincia che forse non dovremmo lasciare le nostre mura domestiche. Inoltre Tijuana è il luogo dove il giornalista El Gato Félix aveva promosso la campagna “chilangos go home” prima di essere assassinato (per quanto si sa, non per mano di un abitante della capitale).

A mia scusante devo dire che la Grande Dogana della Baja California Norte rifiuta qualsiasi localismo. È la frontiera più attraversata del mondo, il duty free che traffica con realtà e desideri, la sponda simbolica del Villaggio globale, dove il paesaggio cambia come se rispondesse allo zapping televisivo. Per l’antropologo Néstor García Canclini si tratta di “uno dei maggiori laboratori della postmodernità”. Per lo scrittore di Tijuana Luis Humberto Crosthwaite, è “una città inventata, mutevole e poliedrica”.

Uno dei prodotti tipici di questa Mecca del sincretismo è l’insalata Cesare. I pellegrini messicani che vanno in visita in Vaticano in genere si sorprendono che nessuno gli offra l’antipasto che presumiamo sia il preferito degli italiani. La soluzione del mistero è la seguente: il Cesare che ha dato il nome all’insalata non era un personaggio di Svetonio, ma César Cardini, un ristoratore di Tijuana disposto a contrabbandare cultura.

Asini a strisce
La più cosmopolita delle nostre città, principale zona di contatto con il paese più potente del pianeta, esige una classificazione multipla. Durante il tragitto ho sfogliato il catalogo della compagnia aerea Aeroméxico fino a trovare la prevedibile cartina della Repubblica. Mi sono ricordato degli atlanti antichi, dove un Eolo soffiava con guance gonfie d’aria per simboleggiare la direzione dei venti e una legenda indicava la fine del mondo: hic sunt leones. L’orizzonte inesplorato prometteva animali feroci. Ora che i leoni sbadigliano a pagamento nei circhi, bisogna cercare altre creature sconosciute. Quale animale incarna la condizione di confine di Tijuana? Nel walkman mi è arrivata la voce di Manu Chao: “Welcome to Tijuana. Tequila, sexo, marijuana. Con el coyote no hay aduana”.

Le parole evocavano la destinazione del mio viaggio come una città del vizio per peccatori a basso reddito. In questo folklore duro il “coyote” è una figura onnipresente. Il problema è che si tratta di una persona degradata ad animale: un essere che pronuncia meravigliosamente bene le due lingue che parla male e dispone della chiave segreta per fare entrare i messicani negli Stati Uniti. I coyote hanno mandato talmente tanti abitanti di Oaxaca a San Diego che ormai si parla di Oaxacalifornia.

Un altro possibile simbolo della frontiera è la foca, animale indeciso tra la terra e il mare. Ma niente eguaglia il bestiame ibrido inventato a Tijuana: gli asini dipinti da zebre. Per ragioni insondabili, ai turisti piace posare accanto a questa arbitrarietà veterinaria.

Il muro di filo metallico ha una funzione di propaganda: anticipa
gli orrori in cui si può incorrere

La prima cosa che il visitatore vede atterrando nella città dove gli asini si travestono è il muro di filo metallico che l’esercito degli Stati Uniti ha usato perché i propri veicoli potessero avanzare nelle dune durante le tormente di sabbia. Come mezzo di controllo risulta assurdo: ha dei tagli che servono da scalini e non è molto alto. Wade Graham, della rivista Harper’s, ha paragonato questo muro simbolico alle installazioni di Christo. In effetti i cartelli che si susseguono lungo la linea di frontiera e si addentrano nel mare per 30 metri, non sono lì per fermare gli illegali, ma per avvisarli che verranno fermati. L’ignominiosa ferraglia svolge una funzione di propaganda: anticipa gli orrori in cui possono incorrere i temerari. Il paesaggio non è brutto per caso. Da quando è entrata in vigore l’operazione Gatekeeper, nell’ottobre 1984, circa quattrocento messicani sono morti cercando di raggiungere la metà del cielo che conosciamo come “l’altro lato”.

I cinesi invisibili
Secondo Crosthwaite, il presidente Antonio López de Santa Anna è stato “il maggiore agente immobiliare della storia”. Grazie a lui abbiamo perso la metà del territorio messicano e la frontiera è scesa fino a Tijuana, attirando le bandierine dell’immobiliare statunitense Century 21. La terra ha valore per la sua vicinanza con l’impero. La città è cresciuta verso nord fino a sfiorare le fortificazioni dove tutto quello che è messicano diventa sospetto. In cambio, sul lato statunitense, San Diego ha dato le spalle alla frontiera e ha orientato le sue case verso l’Oceano Pacifico.

Che cosa può unire due culture così differenti? Prima del mio viaggio ho parlato con Daniel Sada, lo scrittore di Mexicali che ha appena rinnovato la narrativa messicana con Porque parece mentira la verdad nunca se sabe. Daniel mi ha invitato a mangiare in un ristorante cinese in via Bucareli. Il locale appartiene a Lin May, una gigantessa siliconata che negli anni Settanta faceva lo spogliarello nel Teatro Esperanza Iris. Anche se non c’era nessuno e l’arredamento suggeriva un locale notturno, un cinese in regola ci ha offerto il menù per il pranzo. Accanto alla pista da ballo deserta abbiamo mangiato il nostro chop-suey, come gangster che fanno chiudere una bettola per mangiare spaghetti mentre Scorsese li filma.

“Sai che cultura unisce Messico e Stati Uniti?”. Daniel ha socchiuso gli occhi, come un lanciatore di baseball sulla pedana e ha lanciato la risposta: “Il cibo cinese”.

Mexicali è stata fondata in una depressione nel deserto, sotto il livello del mare. Lì i cinesi sono stati i benvenuti perché il terreno era considerato inabitabile. Con la segretezza di una tribù abituata a vivere nelle cucine, si sono diffusi lungo tutta la frontiera. Le notti dell’America Centrosettentrionale sono illuminate da ideogrammi al neon. A Tijuana ci sono quasi trecento ristoranti cinesi e un consolato fornisce i documenti a questi cittadini abbondanti e invisibili, che passano la vita a cucinare.

Nel film Pulp fiction, ambientato a Los Angeles, un criminale rapina un bar gridando: “Fuori i messicani dalla cucina!”. Se la scena avvenisse alcuni chilometri più a sud bisognerebbe gridare: “Fuori i cinesi!”, cosa che permetterebbe finalmente di vederli.

Luis Humberto Crosthwaite mi ha portato in splendidi ristoranti di cucina autoctona, ossia cinese. Dal momento che lui vive a Tijuana dalla nascita, nel 1962, conosce vari membri della nazione che si nasconde tra i fumi delle proprie pentole.

Il mercato globale
Il gusto dei cinesi per il segreto li ha portati ad aprire caffetterie clandestine alle quali il cliente arriva come un invitato in una casa. Luis Humberto mi ha fatto provare gamberi caramellati al cocco e altri prodigi tijuanesi – che sicuramente Marco Polo ha degustato nei pressi della Grande muraglia – ma non mi ha considerato degno di appartenere alla confraternita di coloro che si nascondono per mangiare anatra laccata. Appartiene a questa società solo chi ha visto un determinato numero di cinesi. La cifra esatta è un mistero. So solo che non ne sono ancora degno.

L’economia informale ha prodotto in Messico oggetti strani e in apparenza invendibili

Gli affari dei cinesi invisibili dividono gli onori con altre forme di commercio. L’economia informale ha prodotto in Messico oggetti strani e in apparenza invendibili come la maschera dell’ex presidente Salinas de Gortari. Presso i baracchini di Tijuana le auto si fermano per comprare un artigianato ancora più sorprendente. Siamo nell’unico posto in Occidente dove si considera decorativo un Bart Simpson di gesso della grandezza di un mobile bar. L’assortimento di personaggi include i Power Rangers, Pocahontas e Aladino. Gli artigiani seguono le prime di Hollywood e ora si occupano di Tarzan. Il prodotto finito – grossolano, con pittura acrilica – garantisce statue orrende. Come si può immaginare sono un successo. I passanti se le portano via in spalla.

Tijuana offre la maggior concentrazione planetaria di farmacie, cosa che significa o che gli statunitensi sono molto malati o che sono molto ipocondriaci. Le pillole che nell’impero sono sotto rigoroso controllo qui si vendono senza ricetta.

I favori di una medicina economica e permissiva si avvertono anche nei molti studi dentistici, dermatologici e di chirurgia plastica. Se hai fortuna, puoi incappare in un gruppo di turisti della salute: umanoidi dai volti color ciliegia, appena operati da un chirurgo estetico facciale.

Dalle corse dei levrieri ai tacos con aragosta, il bazar di Tijuana è sempre eccessivo. In quest’emporio delle transazioni, il poeta Robert L. Jones si è vantato di aver attraversato la frontiera portando con sé “una rosa clandestina”. Ma l’amore non sempre è motivo di lirismo. Fuori da un baracchino, un’enorme scritta denuncia le conseguenze del commercio tra i due paesi: “Erpes? Chiama l’800336”.

La matinée erotica
Il consolato messicano a San Diego e il Colegio de la Frontera Norte hanno preparato un’escursione perché un gruppo di scrittori e di giornalisti conoscesse l’autentica Tijuana. Niente a che vedere con il farsi fotografare insieme a un asino a strisce con una scopa in mano. Bisognava fare un’indagine partecipativa come quella di Jorge Buscamante, direttore del Colegio, che ha conosciuto la realtà della frontiera attraversandola come un espalda mojada schiena bagnata, termine usato per indicare gli immigrati clandestini] verso gli Stati Uniti.

Sono salito sul camioncino del Colegio dove una professoressa mi ha comunicato un inatteso fastidio verso il centralismo. “Ti sei accorto che i meteorologi della televisione della capitale segnalano chiaramente le località centrali e nascondono con la testa la penisola della Baja California?”. No, non me n’ero accorto. “Il centralismo è così”.

Ho mantenuto un imbarazzato silenzio finché siamo arrivati alla nostra prima destinazione: la statua bianca di una donna nuda, tanto grande da poter competere con la statua record di Lenin in Unione Sovietica. La cosa significativa però non sono le dimensioni della gigantessa, ma il fatto che lo scultore viva al suo interno. Curiosamente, questo Edipo che può affacciarsi al mondo da un balcone nel ventre della sua amata, ha appeso questa scritta: “In vendita”.

Dopo aver contemplato la statua che serve da utero e condominio, abbiamo percorso la frontiera dal lato messicano. Gli amici del Colegio ne parlano come della “linea”. Man mano che ci si avvicina agli Stati Uniti la città si impoverisce e un materiale da costruzione diventa insostituibile: lo pneumatico. Le case si alzano su pile di pneumatici, come palafitte. Nelle colline a pascolo frequentemente scosse da tremiti gli pneumatici servono da cemento e ammortizzatore. Ho visto recinzioni, altalene e piastrelle fatte di pneumatici. In questo rifugio dei nomadi, l’emblema del movimento è diventato sedentario.

Erano le undici di mattina quando il camioncino ha preso una direzione inattesa, verso via Coahuila. Era tardi per molte cose, ma un po’ presto per visitare un ritrovo notturno.

“Il principale inconveniente di essere fucilato è che devi svegliarti all’alba”. Mi sono ricordato di questa frase di Carlos Fuentes entrando nel cabaret con la gente del Colegio. L’oscurità della stanza creava un tempo sospeso, l’eterna mezzanotte che gli assidui di Las Vegas conoscono.

C’è chi va a uno spogliarello per eccitarsi e chi ci va per eccitarsi
dell’eccitazione altrui

Mi sono seduto tra due accademiche a contemplare un insuccesso erotico. Una donna si spogliava sulla passerella come se si trovasse di fronte a un plotone di esecuzione, penetrata da occhi narcotizzati. In fondo, due clienti col cappello guardavano le bottiglie che occupavano il loro tavolo. Sembravano in quella posizione da una settimana.

C’è chi va a uno spogliarello per eccitarsi e chi ci va per eccitarsi dell’eccitazione altrui (“Non perderti El Bambi”, mi aveva raccomandato un amico, “Puoi vedere soldati che si baciano!”). Il cronista è più avido di reazioni che di seni nudi. Infilare una banconota nel tanga di una donna è una voluttuosità mercantile; ma starsene lì a guardare non è meno sordido.

L’accademica alla mia destra mi ha indicato la spogliarellista che si accomiatava tra scarni applausi: “Non preoccuparti. Ci sono ragazze migliori. Cosa ti piace che ti facciano?”.

Il mio sedile viola si è trasformato in un posto eccellente per preoccuparsi. Erano le undici, le immobili undici, ora di Tijuana, e la mia accompagnatrice mi inquietava più delle ballerine. Uno stridente microfono ha annunciato la condannata successiva (una dimenticabile Yadira o Yasmin o Yesenia) e la mia vicina ha incrociato le gambe. Non ho detto una cosa: la professoressa aveva pantaloni molto corti e una cavigliera, un ornamento comune ai 38 gradi della frontiera, ma impensabile nei contenuti campus del Distretto Federale. La mia vicina ha chiesto una tequila doppia e gliene hanno portata una che sembrava tripla. Ha bevuto un sorso lungo, lungo, lungo. Ho visto il liquido entrarle in gola e ho capito che stavo vedendo troppo. Ho chiesto qualcosa alla donna del Colegio che odia i meteorologi che nascondono la Baja California con la testa. Lei ha collegato le statistiche con la realtà. Prima che bevessi un sorso della mia tequila, la professoressa in pantaloncini aveva finito la sua. Erano le undici e la donna alla mia destra parlava come se la sofferenza fosse il suo linguaggio. Mi spiegò la routine delle donne, quello che piace agli uomini, le preferenze degli statunitensi. Non condannava né esaltava il mercato del sesso. Così era la vita, dura e accidentata e monotona. C’era qualcosa di irresistibile nella sua imparziale integrità di fronte alla frenesia altrui. Ho smesso di guardare la pista. Potevo vedere solo la donna che ci ragionava sopra. “Vuoi che ballino per te?”, mi ha chiesto.

Ero in una matinée di Tijuana; la spogliarellista si stava trasferendo al mio tavolo o sulle mie cosce. Ho chiesto il conto.

Tijuana, Messico, 1999. (Alex Webb, Magnum/Contrasto)

Siamo tornati al sole abbagliante di via Coahuila. Le professoresse apparivano fresche, come se avessimo appena finito di bere succhi di frutta.

Mi sono ricordato un altro viaggio in città. C’ero andato con mia moglie e avevo chiesto a un taxi di portarci in giro per un’ora. Avevamo visitato statue di eroi, un planetario decorato con l’immagine di un piccolo dinosauro, un locale dove un imprenditore aveva costruito un Messico in miniatura che era stato chiuso per scarsità di visitatori. “La gente è poco patriottica”, si era lamentato il tassista.

Mi ero chiesto se la voglia di vedere una patria rimpicciolita sarebbe stata una prova di nazionalismo, ma non avevo potuto seguire il filo dei miei pensieri: eravamo in via Coahuila e il conducente indicava delle puttane: “Qui vengono le più economiche. Povere ragazze”. Si era voltato verso mia moglie: “Scusi signora, però mi avete chiesto di farvi passeggiare per un’ora e dopo venti minuti arrivano le prostitute”.

Sono risalito sul camioncino del Colegio. Il tempo tornava nel suo letto. Non erano più le undici, l’ora trattenuta del desiderio. Dove stavamo andando? In venti minuti lo avrei saputo.

Yerba mala
Dopo la Guerra fredda gli Stati Uniti, incapaci di celebrare le proprie virtù senza nemici archetipici, hanno sostituito il Comunista mangiabambini con il Boss latino. Il narcotraffico prospera nel continente grazie alle reti della criminalità organizzata, ma sappiamo molto poco dei baroni della droga che operano più in là della frontiera nord. Invece un’insistente propaganda ci pone in contatto con la vita intima e le minuziose cattiverie di ciascun cartello latinoamericano.

Il passaggio di frontiera più attraversato del mondo è una calamita irresistibile e anche lì i narcos hanno edificato le loro abitazioni, un miscuglio tra fortezze bancarie e deliri musulmani.

Nel 1994 Luis Donaldo Colosio, candidato del Partito rivoluzionario istituzionale (Pri) alla presidenza della repubblica, è stato assassinato nel quartiere tijuanese periferico di Lomas Taurinas. Nel suo libro Sorpresas te da la vida Jorge G. Castañeda formula quest’ipotesi sulle cause del crimine: il presidente Salinas aveva rotto il patto di non aggressione con i narcotrafficanti per firmare il Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti e il Canada (Nafta) e il cartello della regione è intervenuto nella questione.

La maggioranza dei messicani conosce Lomas Taurinas dalla televisione: una conca polverosa piena di gente poco rassicurante e di una moltitudine miserabile, dove Colosio era stato ucciso a bruciapelo. La sequenza sarebbe diventata l’oracolo che avremmo rivisto mille volte senza trovarne la chiave.

Dopo la Guerra fredda gli Stati Uniti hanno sostituito il Comunista mangiabambini con il
Boss latino

Il luogo dei fatti è già qualificato come “località d’interesse”. Il comune ha aggiustato il burrone. Una piazzola ricorda l’omicidio. Nella sua povertà civica, Lomas Taurinas dimostra l’impari lotta dei poteri legali contro l’impunità. La criminalità organizzata risulta inespugnabile e soffre di momenti di bassa solo durante le sue lotte intestine. All’improvviso un capo (o il suo vice) muore sotto i ferri della liposuzione o nel cofano di un’auto con un numero cabalistico di pugnalate. Solo qualcuno della “fratellanza” può avvicinarsi alle sue camicie colorate di Versace e al cucchiaino d’oro che pende dai loro colli.

Questi celebri fantasmi vengono allo scoperto per i loro gusti. Certe auto. Certi ristoranti. Certe donne. Le loro ripercussioni culturali più importanti sono le canzoni che hanno modificato il repertorio dei vicini del nord. La hit parade che suona al ritmo della fisarmonica parla di piccoli aerei che atterrano in piste clandestine, “contadini” che usano mitragliatrici Ak-47, droga nascosta nel trasporto verso gli Stati Uniti. La città dell’insalata Cesare non ha prodotto tanti narcomusicisti esperti come Culiacán, vera casa madre di questa corrente musicale, ma apporta il suo contributo: “Unos perros rastreadores / encontraron a Yolanda / con tres kilos de heroína / bien atados a la espalda” (dei cani antidroga / trovarono Yolanda / con tre chili di eroina / ben fissati sulla spalla). Così cantano Los incomparables di Tijuana, e Los Aduanales (I doganieri) completano: “Salieron de San Isidro / procedientes de Tijuana / traían las llantas del carro / repletas de yerba mala” (Son partiti da San Isidro / venendo da Tijuana / avevano le ruote dell’auto / piene di yerba mala).

Aliens
È estate e sulle terrazze dell’impero si servono spaghetti tricolori e fragranti cappuccini. In questa zona di piacere controllato, dove il fumo di una sigaretta potrebbe attivare un allarme, il vino gode di buona reputazione. Gli statunitensi hanno bisogno di certificati medici per i loro piaceri e l’uva fermentata regola la pressione sanguigna. Ogni bottiglia di vino della California è costellata di attributi gastronomici: ma chi ha in mano un bicchiere di rosso Napa Valley ignora il lavoro che è costato produrlo.

Tutto comincia nell’ardente deserto messicano. Accanto alle baracche di Tijuana si levano le bancarelle imbiancate a calce dove si forgiano i Bart Simpson di gesso. Molto vicino, sulle colline aride, si distinguono altre figure, uomini in attesa dell’occasione propizia, immobili, accovacciati. La posizione è una prova razziale della povertà: nessun contadino di sangue spagnolo potrebbe “riposare” così.

Avevo pensato che sarebbe stato difficile conversare con loro, ma sulla riva messicana del fiume, prima di essere cercati dai fanali degli elicotteri, gli apprendisti clandestini parlano senza sosta: “Ho i miei tre figli dall’altro lato. Anch’io sono stato lì, ma sono ritornato a Oaxaca per il più piccolo”, mi ha detto un uomo di circa 50 anni, con un cappello da baseball e scarpe da tennis.

La frontiera è una vasta operazione narrativa: i racconti provano che attraversare è possibile, che Rubén e Chucho e Carmen e Ramona lavorano già nelle piantagioni di fragole o uva, che hanno preso per il naso gli aerei zanzara e l’occhio di tigre, un’apparecchiatura equipaggiata con rivelatori termici. Presto uno di loro sarà felicemente un alien negli Stati Uniti. Ma abbondano anche i racconti negativi: “Mi hanno rimandato indietro più di trenta volte”, ha detto un giovane che sembra essere nato cercando di passare il confine.

La soluzione è insistere. Presto o tardi la marea diventa incontenibile. Gli ufficiali dell’immigrazione riescono a malapena a rinviare indietro una ventina di uomini a battuta. Se ti rispediscono in Messico devi sopportare la fame, la canicola di mezzogiorno, il vento che scende profondo all’alba e tentare di nuovo. Dall’altro lato, a venti minuti di cammino, ci sono taxi gialli pronti a imboccare l’autostrada interstatale 5, il cammino dorato del lavoro.

Mi sono chiesto come avrebbero fatto gli anziani per saltare il filo spinato e correre, ma loro non sembravano preoccupati. Era peggio continuare a stare lì. Tutti venivano da lontano.

Di notte gli uomini in attesa succhiano arance con tequila per scaldarsi e si coprono con cartoni. Al risveglio devono bruciarli. “Perché?”, gli chiedo. “È la legge”.

Sulle colline si distinguono uomini in attesa dell’occasione propizia, immobili, accovacciati

La Mesoamerica è un paese con codici propri. Per settecento dollari un coyote ti porta fino a San Francisco, ma per gli immigrati ottenere un passaporto è come vincere un terno al lotto.

Nel 1991, 65,5 milioni di persone sono circolate legalmente attraverso il posto di guardia di Otay. Vicino, a San Ysidro, tutti i giorni passano 40mila auto. Non ci sono statistiche sugli illegali che riescono a passare. Si contano solo gli espulsi: 1.700 al giorno nell’area di San Diego.

La Mesoamerica è un assurdo con codici propri: dall’altro lato ci sono lavori disponibili, ma la manodopera deve superare riti d’iniziazione che lascerebbero soddisfatta la tribù più chiusa.

Nel teatrino delle finzioni bilaterali, il governo statunitense indurisce le sue posizioni per conquistare il voto razzista (incluso quello di molti chicanos che ormai hanno i documenti in regola) e il governo messicano ne approfitta per fare in politica estera quello che non può fare in Messico. I contadini asfissiati in un vagone merci, le ossa scoperte in una landa, la xenofobia della polizia di Los Angeles, permettono che il decano dei paesi senza democrazia protesti in nome dei diritti umani.

Finale
Durante il mio ultimo passaggio doganale, prendo la corsia che indica: “Niente da dichiarare”.

La scritta riguarda chi viaggia con bagaglio legale. E chi ritorna pieno di perplessità.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito il 4 agosto 2000 nel numero 346 di Internazionale. L’originale era uscito sulla rivista messicana Letras Libres, con il titolo Nada que declarar. Welcome to Tijuana. Compra questo numero|Abbonati

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