Un giorno ti alzi alle 2 del mattino per arrivare al lavoro alle 4. Altre volte entri alle 6. Non sai ancora se alle 11 ti diranno di andare a casa o se andrai avanti fino al pomeriggio. Il giorno dopo magari fai il turno di notte: entri a mezzanotte per uscire alle sei del mattino, ma forse anche a mezzogiorno.

“Fare dodici ore non è raro. Una volta è capitato per 26 giorni consecutivi, neppure una domenica di riposo. Volevo piangere”, ricorda Simona Carta. “Torni a casa, mangi qualcosa e crolli addormentata. Poi nella notte ti alzi e riparti. E avanti così due, tre, quattro settimane: non è una vita”. “Nulla è sicuro, turni, ore, paga”, aggiunge Serena Frontino. “Se rallenti, ti rimbrottano davanti a tutti. Ti dicono: se non ti sta bene, quella è la porta”.

Le mie interlocutrici sono giovani donne. Lavorano per un’azienda del polo logistico di Stradella, provincia di Pavia, un insieme di capannoni in posizione strategica proprio accanto all’uscita dell’autostrada Piacenza-Torino. Gestiscono il commercio online per una delle marche “globali” dell’abbigliamento, H&M, azienda svedese nota soprattutto nel nord Europa ma entrata di recente anche nel mercato italiano.

Sono donne molto giovani, perché ci vuole energia per arrampicarsi tra gli scatoloni e spingere carrelli carichi

Sono la faccia meno visibile di un settore dell’economia oggi in grande espansione: la logistica che sta dietro alla grande distribuzione, e in particolare all’ecommerce, le vendite online. Attraverso internet si può acquistare di tutto, dai libri al vino, elettrodomestici, mobili in scatola di montaggio, vestiti. “Ordini con un clic, recapitiamo a casa tua”, promettono invariabilmente le pubblicità. Tutto sta nelle consegne rapide, precise e a basso costo: sempre più rapide, sempre più a basso costo. E dietro a tanta efficienza ci sono capannoni come quello di Stradella, dove prima dell’alba le lavoratrici ricevono le ordinazioni, confezionano i pacchi e li passano ai camion delle consegne.

Dunque queste operaie lavorano per H&M. Non direttamente però: in mezzo ci sono diversi passaggi. La marca svedese ha un magazzino a Casalpusterlengo, provincia di Lodi, per gestire in proprio i rifornimenti alla sua rete di negozi in Europa meridionale. Invece, ha affidato le vendite online a una ditta esterna. XpoLogistics è una delle maggiori aziende della logistica internazionale (sede centrale nel Connecticut negli Stati Uniti, sede europea a Lione in Francia, 88mila dipendenti in 34 paesi, dichiara 5,4 miliardi di euro di fatturato nel 2015).

Offre supporto logistico per ogni attività che implichi “movimentare” merci (di recente, per esempio, ha vinto l’appalto per gestire stoccaggio e rifornimenti di tutti gli esercizi commerciali nell’aeroporto di Fiumicino). In Italia ha 25 siti, 2.800 collaboratori diretti e indiretti, 700mila metri quadri di depositi. Qui a Stradella garantisce che le ordinazioni di H&M fatte via internet siano evase “in modo pronto, affidabile, flessibile, personalizzato”, come si legge sul suo sito web (la parola “flessibile” è essenziale, e vedremo perché).

Flessibilità
Il capannone di XpoLogistics a Stradella ha aperto poco più di due anni fa, nel 2014, con poche decine di lavoratrici. Oggi sono quasi trecento: in gran parte donne, per lo più straniere – romene, albanesi, alcune polacche, poi dominicane, senegalesi, ivoriane – ma anche un certo numero di italiane. Gli uomini sono pochi, per lo più addetti al carico e scarico dei camion o a manovrare bancali (le piattaforme su cui sono sistemati gli scatoloni). Donne soprattutto molto giovani, perché ci vuole una certa energia ad arrampicarsi tra gli scatoloni e spingere carrelli carichi.

Queste lavoratrici quindi non sono dipendenti della H&M, anche se impacchettano abiti con questo marchio. Ma non sono neppure dipendenti di XpoLogistics, anche se il loro lavoro fa funzionare il suo magazzino. Loro sono assunte da Easy Coop, cooperativa di servizi “specializzata in processi di terziarizzazione dei magazzini”, a cui la multinazionale della logistica ha dato in appalto la gestione della manodopera. Nel suo settore, Easy Coop è un’azienda di dimensioni ragguardevoli: ha 700 soci-dipendenti in tutta Italia, lavora in 15 siti e dichiara un fatturato di 18 milioni.

È qui che la parola “flessibilità” torna utile.

Ogni giorno la stessa lavoratrice può essere spostata qua e là. Quando l’orario si allunga ci sono pause per pranzo e cena

“Il primo giorno mi hanno detto ‘metti un paio di scarpe comode e prendi una tuta’. Pensavo di fare una prova, invece sono tornata a casa ormai a notte fatta”, ricorda una giovane donna che parla con un bell’accento emiliano (ma viene dall’Europa orientale, e preferisce omettere il suo nome).

Visto dal capannone di Stradella, l’ecommerce funziona così. “Alle 4 del mattino entrano gli addetti al picking e al sorting”, spiegano Simona, Serena e alcune loro colleghe, a più voci. Sono quelli che devono raccogliere (picking) i pezzi che compongono le ordinazioni e quelli che li devono smistare (sorting). “Ti danno un rotolino con tutte le etichette che identificano i pezzi, ogni rotolino è una missione. Lo ‘spari’ con il lettore ottico, un computer registra chi sei e a che ora hai cominciato. Poi parti col tuo carrello”. L’etichetta dice dove si trova il pezzo e indica un numero di serie: “Sono tredici cifre, anche una sola cifra diversa significa che hai preso il pezzo sbagliato e devi andare a cercare quello giusto”. Qui non ci sono lettori ottici, “ti cavi gli occhi a confrontare quei numerini e guai se sbagli”.

Le proteste dei lavoratori dell’hub logistico di Stradella, nel luglio del 2016. (Simona Carta)

Dunque picking significa andare su e giù tra corsie di scaffalature su tre piani, e pescare da grandi scatoloni – pantaloni, maglie, giacche, scarpe, tutto incellofanato ed etichettato. Magari il pezzo sta in alto e bisogna arrampicarsi. Oppure manca il pezzo giusto e bisogna avvertire gli addetti ai mezzanini di controllo, che andranno a recuperare gli scatoloni occorrenti.

I pezzi vanno messi in quattro ceste, secondo un certo simbolo stampato sull’etichetta. Una “missione” da 130 pezzi va completata in 25 minuti, quella da 160 al massimo in 40 minuti: “Ti controllano i tempi, se tardi ti dicono che non lavori bene. E rischi che quando scade il contratto non te lo rinnovano”. Infine il carrello va portato al sorting, dove i pezzi saranno smistati alle postazioni dove ogni singola ordinazione viene verificata e impacchettata (e questo è il packing, che attacca a lavorare intorno alle 6 del mattino). “Dobbiamo sbrigarci prima con le ordinazioni per la Svizzera, i camion devono arrivare alla dogana entro le 10. Poi tutte le altre”. Infine comincia il ricevimento, cioè scaricare e immagazzinare le merci in arrivo.

“Missioni”, carrelli e pacchi continuano tutto il giorno, almeno finché ci sono ordinazioni da evadere. Ogni giorno la stessa lavoratrice può essere spostata qua e là, un po’ raccogliere, un po’ confezionare, un po’ compattare scatoloni vuoti o riordinare i carrelli. Quando l’orario si allunga ci sono pause per pranzo e cena: “Ci portiamo il cibo da casa, non abbiamo i ticket per la mensa aziendale”.

Il ritmo del lavoro dipende dal flusso delle ordinazioni. Di conseguenza, anche l’orario è imprevedibile

Così, ogni giorno dai due capannoni della XpoLogistics a Stradella arrivano scatoloni pieni di abiti e accessori targati H&M, e ripartono camion che recapitano merci ordinate online in Italia e in tutta l’Europa meridionale, Svizzera, Balcani. In termini logistici, siamo nel più importante hub d’Italia: Stradella è a breve distanza da Piacenza, snodo tra le direttrici autostradali che vanno a sud, a Genova, al porto della Spezia, a Torino e verso la Francia, Milano e la Svizzera, o verso Brescia, Verona e il Brennero, e l’est europeo.

Il ritmo del lavoro però dipende dal flusso delle ordinazioni. Ci sono i picchi degli acquisti di Natale o dei saldi. Oppure le offerte speciali, le promozioni. Di conseguenza, anche l’orario è imprevedibile: “In questo momento ci danno perfino due turni di riposo in una settimana. Poi d’improvviso sono dodici ore, i riposi saltano e torni a casa solo per dormire”. Imprevedibili i turni: “Quando fai la notte, arrivare alle 6 del mattino non è un problema. Poi però crolli. Ti danno una pausa, gli spogliatoi sembrano un campo profughi, tutti buttati a cercare di riposare”.

Reperibilità non pagata
Insomma, il lavoro ha un andamento discontinuo. Serve flessibilità. È proprio per questo che XpoLogistics appalta il lavoro a Easy Coop, che si incarica di fornire la manodopera necessaria, solo quando serve, per le ore che servono. Un po’ come intermediatori di manodopera.

Alla base della piramide ci sono loro, lavoratrici e lavoratori. Di solito sono soci-dipendenti: “Il più delle volte sono associati d’ufficio, la quota sociale diventa quasi una tassa per l’assunzione”, riassume Marco Villani, responsabile del sindacato Si Cobas di Pavia. Alle cooperative sono permesse alcune deroghe ai contratti di lavoro, “e qui il regolamento interno prevede che il lavoratore garantisca la reperibilità, naturalmente non pagata”. In altre parole, il lavoratore deve essere sempre pronto. Ci sono orari prestabiliti, ma possono cambiare secondo necessità, e infatti cambiano spesso.

I messaggi arrivano nel tardo pomeriggio, le mie interlocutrici mostrano gli sms sui loro smartphone: “Domani ingresso alle 4”. “Cambio orario, domani ore 10,30, packing”. Oppure: “domani [domenica] è da considerarsi lavorativo”. Sembra lavoro a chiamata.

Gli orari si dilatano, ma le lavoratrici nel magazzino di Stradella hanno quasi tutte contratti part-time. Assunte per 30 ore alla settimana, ne possono lavorare 180, 200, anche 250 in un mese.“Siamo tutte in part-time, e tutte assunte al livello più basso, 6 junior, come gli apprendisti e gli addetti alle pulizie”, spiega Simona Carta.

Con le ore normali “non fai più di 1.200 euro lordi mensili. Se hai figli e bollette da pagare come fai? Accetti tutte le ore straordinarie che ti danno. E devi anche ringraziare: dicono ‘ti ho fatto fare delle ore’, ti fanno un favore. In aprile, quando ho fatto 250 ore, tutti i giorni di filato senza riposi, Pasqua e pasquetta incluse, ho preso 1.560 euro. Mi sono detta, così non vado avanti”.

Insomma: tutte disponibili a passare da un reparto all’altro, tutte con contratti a termine, tutte part-time, ma spremute fino all’osso, turni che si dilatano, orari incerti. C’è chi ha resistito un anno, due.

Finché sono esplose.

Easy Coop deve rispondere al suo committente, ma anche Xpo deve rispondere al suo, cioè H&M

“Mi dicevo: così non è vita”, racconta Simona Carta. Un giorno di giugno è andata al sindacato Si Cobas, a Pavia. “Eravamo in due, ci hanno detto che dovevamo almeno formare un gruppo”.

Loro hanno parlato con le compagne di lavoro. “Abbiamo raccolto 17 deleghe. Con il sostegno del sindacato abbiamo chiesto una riunione all’azienda, cioè la cooperativa. Ce l’hanno negata. Allora abbiamo deciso: l’indomani avremmo fatto un’ora di sciopero per tenere l’assemblea fuori dei cancelli”. Era il 21 luglio. Hanno stampato un volantino (“l’abbiamo appiccicato in azienda, ma qualcuno lo ha strappato subito”). Hanno parlato con colleghe e colleghi. “Pensavo: non uscirà nessuno. Invece sono usciti, all’assemblea c’era una sessantina di persone. Solo quel giorno abbiamo raccolto 42 deleghe di nuovi iscritti al Si Cobas”.

Il 28 luglio c’è stato il primo sciopero alla H&M – cioè, alla XpoLogistics di Stradella. Allora finalmente la direzione aziendale ha accettato di discutere con le lavoratrici e il sindacato. Simona Carta è andata parecchie volte come delegata a incontrare i rappresentanti della cooperativa. Chiedevano contratti a tempo indeterminato, al livello delle mansioni svolte, e di trasformare quei contratti part-time in tempo pieno.

Facevano osservare che su trecento dipendenti, tre quarti erano a termine: secondo le norme dovrebbe essere l’inverso. Che quasi tutte le mansioni in quel capannone corrispondono al quinto livello. Chiedevano pause retribuite, ticket per la mensa. E il rispetto delle norme di sicurezza: mostrano foto di corsie con le assi del pavimento sconnesse, dove è facile inciampare; parlano di carrelli deformati. “Se qualcuno si fa male lo mandano a casa, ma non chiamano l’ambulanza: sospetto che vogliano evitare che venga fatto un verbale”, dicono le mie interlocutrici.

Al terzo piano del capannone d’estate si soffoca dal caldo “e quest’estate parecchie persone sono svenute: solo alla fine hanno messo la ventilazione e i distributori d’acqua”.

Nel frattempo anche nel magazzino di Casalpusterlengo sono cominciati gli scioperi (ma formalmente è un’altra vertenza, con altri interlocutori). L’agitazione è proseguita per tutto agosto, tra blocchi dei magazzini, cortei e volantinaggi davanti ai negozi H&M di Milano.

“Senza sfruttamento non funziona”
Alla fine qualcosa hanno ottenuto, le lavoratrici e i lavoratori della Easy Coop, cioè della XpoLogistics , ovvero della H&M. Entro fine anno gli assunti entro il 2015 avranno il contratto a tempo indeterminato: alla fine dovrebbero essere 190 lavoratori fissi, di cui 145 a tempo pieno. C’è qualche pausa pagata, stanno discutendo dei ticket per la mensa e di inquadramento professionale. “In definitiva abbiamo ottenuto alcune migliorie sul contratto”, dice Marco Villani.

Non sono cambiati invece gli orari, i turni che si dilatano, l’obbligo di presentarsi al lavoro con preavviso minimo. Villani spiega che la controparte diretta è Easy Coop, ma il sindacato è riuscito a coinvolgere il “vero” datore di lavoro, XpoLogistics (l’azienda statunitense conferma: ci ha dichiarato che a Stradella mantiene “un dialogo costante con EasyCoop e tutti i soggetti interessati, comprese le sigle sindacali rappresentative e le autorità locali”).

“Il fatto è che anche la loro autonomia aziendale è limitata”, continua il sindacalista. “Easy Coop deve rispondere al suo committente, ma anche XpoLogistics deve rispondere al suo, cioè H&M. Così, di fronte a richieste salariali può anche cedere qualcosa, ma non quando si parla di orari e di turni a chiamata. A quello non possono rinunciare: altrimenti, dicono, il cliente se ne va. Così alla fine si scarica tutto sui lavoratori. Senza sfruttamento dei lavoratori il sistema non funziona più”.

Le fabbriche sparse in Asia e i magazzini di Stradella sono come i due poli di questa industria globale

In qualche modo i capannoni di Stradella ricordano le fabbriche del Bangladesh o della Cambogia che sfornano abiti con il marchio H&M (e di molte altre marche occidentali: il meccanismo è lo stesso).

Non che la pianura padana somigli alla periferia di Dhaka o di Phnom Penh, ma anche là la marca svedese è solo il “cliente”. L’azienda proprietaria del marchio non possiede fabbriche; le costa molto meno far produrre i propri modelli in paesi dove il lavoro è pagato meno (quasi sempre in Asia), da aziende locali che competono tra loro per aggiudicarsi le commesse offrendo prezzi più bassi.

Anche là, la corsa a comprimere i costi si scarica sulle lavoratrici sfruttate, salari bassi, contratti precari, orari infiniti: ma H&M può esimersi da responsabilità dirette, le operaie che cuciono i suoi abiti non sono sue dipendenti. L’industria globale dell’abbigliamento funziona così. Da qualche tempo si parla di codici di condotta, ma non è cambiato molto. Solo di recente l’Organizzazione internazionale del lavoro ha cominciato a discutere un quadro di norme e responsabilità per tutte le imprese coinvolte in questa industria globale.

Le fabbriche sparse in Asia e i magazzini di Stradella sono come i due poli di questa industria globale: là gli abiti vengono prodotti, qui distribuiti attraverso una complessa organizzazione logistica.

“A volte mi chiedo come ho fatto a resistere due anni”, dice A. G. Lei è una veterana nel capannone di Stradella. Le giornate infinite, i contratti rinnovati di tre mesi, a volte sei, una volta otto, ma sempre precari. Dice che una volta si era rivolta alla Cgil, ma le avevano risposto che non potevano mobilitarsi per i contratti a termine (e infatti tra i lavoratori della logistica il sindacato confederale ha perso ogni terreno, a favore dei sindacati di base come Si Cobas e Adl Cobas, e in qualche caso Usb).

“Dopo due anni mi sono resa conto che non sarebbe mai cambiato nulla”, continua. “Per questo mi sono unita al sindacato. Ho 25 anni: come potremo mai andare via di casa dei genitori, pagare le bollette, farci una vita, se continuiamo a lavorare dodici ore senza neppure sapere se ci rinnoveranno il contratto?”.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it