Sul terreno dei giardinetti è vietato giocare. “Zona inquinata soggetta a divieti”, avverte un cartello. I disegnini dicono di non buttarsi sull’erba, non raccogliere fiori e foglie, non giocare con la terra e non toccarla. Cartelli simili sono disseminati nei giardini pubblici della zona sud di Brescia, in quartieri come Primo Maggio e Chiesanuova. Sono là da anni, c’è chi vedendoli sussulta e chi non ci fa più caso. Ricordano che quei terreni sono intrisi di diossine e di pcb, policlorobifenili, composti chimici altamente tossici e cancerogeni. Un pericolo subdolo, non si vede. È l’eredità di decenni di attività dello stabilimento chimico Caffaro, vecchio impianto situato un paio di chilometri a ovest di piazza della Loggia, il cuore della città.

In altre parole Brescia, una delle città più benestanti della ricca Lombardia, è anche uno dei siti industriali più inquinati d’Italia. Terreni e falde idriche sono contaminati da un mix di pcb, diossine, solventi clorurati, benzene e altre sostanze pericolose, tanto che nel 2002 il ministero dell’ambiente ha riconosciuto l’emergenza ambientale e ha designato quello di Brescia-Caffaro come un Sin, sito di interesse nazionale per la bonifica.

Da allora ripetute indagini hanno mostrato che pcb e diossine sono entrati fino nel sangue dei bresciani e forse nel latte materno. Un disastro ambientale. Eppure nei quindici anni passati da allora non è successo molto; salvo piccoli interventi, la bonifica è da fare. È questo a fare di Brescia un caso paradossale.

Faccenda chiusa
Imbocchiamo via Milano in direzione ovest, lasciandoci alle spalle il centro storico. Quando è sorta, nel 1906, la Caffaro lavorava sale e cloro per fabbricare soda caustica e altri composti. Allora la fabbrica era considerata in periferia, borgo San Giovanni, zona agricola appena oltre il cimitero municipale. Ma siamo a meno di un chilometro dalla cinta esterna del centro storico, e già allora qui c’erano alcune case, la chiesa, e una scuola elementare addossata al muro di cinta. A volte dalla fabbrica uscivano zaffate di gas, “i bambini non potevano respirare e dovevano scappare con gli insegnanti”, dice Marino Ruzzenenti, storico che ha studiato l’industrializzazione italiana dal punto di vista dell’impatto sull’ambiente. I campi dietro la fabbrica sono stati letteralmente bruciati dalle esalazioni di soda e cloro: “L’azienda comprò il terreno, e la faccenda fu chiusa”.

I problemi si sono complicati quando la Caffaro ha cominciato a lavorare i composti organici del cloro, negli anni trenta. Produceva ddt, poi lindano (insetticidi in seguito vietati, perché tossici). Ha lavorato cloro, mercurio, arsenico, tetracloruro di carbonio. Soprattutto, tra il 1938 e il 1984 ha prodotto pcb, composto brevettato dalla Monsanto negli Stati uniti negli anni trenta, allora molto usato nell’industria: per le sue proprietà chimico-fisiche era un ottimo lubrificante e un isolante termico. Che fosse nocivo si è capito poi, quando sono comparsi casi di intossicazione tra i lavoratori. Nel 1972 i pcb sono stati messi al bando in Giappone; nel 1976 la Monsanto, proprietaria del brevetto, ha smesso di produrli. Negli anni seguenti i pcb sono stati vietati un po’ ovunque e infine nel 1983 anche in Italia. Solo allora lo stabilimento di Brescia ha smesso di fabbricarli.

Lo stabilimento Caffaro visto da una finestra dell’ex scuola elementare Dusi, Brescia, dicembre 2016. (Federica Mameli per Internazionale)

Intanto però la Caffaro, nel frattempo assorbita dalla Snia, aveva disperso tonnellate di pcb. In tutti quegli anni aveva scaricato i suoi reflui nel terreno e nelle canaline di scarico che buttavano direttamente nelle rogge, i fossati o piccoli canali artificiali che irrigano questa provincia padana. I pcb non si eliminano facilmente (non per nulla sono uno degli “inquinanti organici persistenti”, pop nell’acronimo in inglese, messi al bando dalla convenzione di Stoccolma nel 2001). Non sono biodegradabili, non si sciolgono in acqua, non sono facilmente infiammabili; invece sono liposolubili, si sciolgono negli oli e nei grassi.

Così, anche se non sono più prodotti da oltre trent’anni, i pcb continuano ad avvelenare Brescia e le campagne vicine. Si sono fissati nei sedimenti delle rogge e hanno “viaggiato” a sud dello stabilimento. Sono entrati nella catena alimentare: mangiati dal bestiame attraverso il foraggio e le granaglie, fissati nei tessuti grassi e nel latte di mucca prodotto nelle cascine circostanti. A ogni passaggio si concentrano sempre di più – si chiama “bioaccumulo”. E in cima alla catena alimentare ci sono gli esseri umani, che assorbono pcb sia attraverso gli ortaggi, sia da latte, uova o carne di animali che li hanno a loro volta mangiati.

Le diossine nella catena alimentare
Di tutto questo però non si parlava, allora. Il “caso” Caffaro è scoppiato molto tempo dopo, nel 2001, quando Marino Ruzzenenti ha pubblicato un voluminoso libro sulla storia dello stabilimento bresciano. Analizzando i dati dell’azienda e quelli delle autorità sanitarie, lo storico sosteneva che durante la sua attività la Caffaro aveva disperso qualcosa come cento tonnellate di pcb e grandi quantità di diossina, sostanze la cui tossicità si misura in microgrammi. Poco dopo, un grande quotidiano ha titolato che a Brescia c’era “una Seveso bis”. Il riferimento al disastro dello stabilimento Icmesa, alle porte di Milano, dove nel 1976 l’esplosione di un impianto aveva lasciato uscire tra 15 e 18 chili di diossina del tipo più tossico, ha fatto sobbalzare i bresciani.

Quello di Seveso è riconosciuto come uno dei più gravi disastri industriali mai registrati in Europa: e là si trattava di chili, a Brescia di tonnellate.

Portati dalle rogge, pbc, diossine e altri inquinanti si sono diffusi in un territorio di circa 300 ettari con circa 25mila abitanti

“È stato come una bomba”, ricorda Guido Menapace, abitante del quartiere Chiesanuova, oggi attivista del Comitato dei cittadini Brescia sud. “Il comune, la Asl, tutti cadevano dalle nuvole. Ricordo bene la lettera inviata dal sindaco a noi cittadini: prometteva di fare controlli e prendere tutte le misure necessarie”.

I controlli sono in effetti cominciati; l’Arpa (agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, che ha sostituito i vecchi uffici di igiene) ha cominciato a mappare il territorio e la Asl bresciana ha istituito un comitato tecnico scientifico con tutte le autorità competenti. Ci sono state assemblee con i cittadini, e anche molte polemiche.

“Ci chiedevamo: possibile che le autorità sanitarie non sapessero nulla?”, continua Menapace, che incontro in un pomeriggio prefestivo nel centro commerciale Freccia Rossa, pesante complesso di vetro e cemento non lontano dalla stazione ferroviaria di Brescia. Le autorità davano messaggi rassicuranti, ricorda.

La realtà è che a quel punto la Caffaro di Brescia era una bomba chimica. Le indagini dell’Arpa a partire dal 2001 hanno rivelato nell’area dello stabilimento e nelle immediate vicinanze “un inquinamento del suolo con valori fino a migliaia di volte al di sopra dei limiti”, si legge sul sito di Arpa Lombardia; “nell’area dello stabilimento gli inquinanti quali policlorobifenili (pcb), policlorobenzodiossine e dibenzofurani (pcdd/f), mercurio, arsenico, solventi, si sono spinti nel sottosuolo fino a una profondità di oltre 40 metri, determinando anche la contaminazione della risorsa idrica sotterranea”.

Il perimetro del Sito di interesse nazionale di Brescia Caffaro, definito nel 2003 con un decreto del governo, include l’area immediatamente circostante il vecchio stabilimento, comprese alcune discariche, fino alla ferrovia che sfiora la fabbrica e costeggia Brescia a sud: 260 ettari di terreni e 2.100 ettari di falda acquifera (due perimetri diversi per il suolo e la falda, un’anomalia bresciana).

La zona rossa nel quartiere Chiesanuova, adiacente alla scuola elementare Grazia Deledda, Brescia, dicembre 2016. (Federica Mameli per Internazionale)

Indagini successive però hanno mostrato che l’inquinamento era ben più esteso. “Il territorio incluso nel Sito di interesse nazionale è solo un terzo della zona contaminata”, osserva Menapace, mostrando una cartina che mette in evidenza il fiume Mella e la rete dei canali.

Portati dalle rogge, pbc, diossine e altri inquinanti si sono diffusi verso sud ben oltre la ferrovia, in un territorio di circa 300 ettari con circa 25mila abitanti. Esclusa dal Sin, questa zona è coperta da un’ordinanza comunale rinnovata ogni sei mesi dal 2003. Le ultime mappature compiute dall’Arpa lombarda arrivano ai comuni di Castel Mella e Capriano del Colle, circa sette chilometri in linea d’aria dallo stabilimento Caffaro. I dati pubblicati nel 2015 dall’agenzia regionale sono impressionanti: nelle aree agricole a sud dello stabilimento si trovano ancora circa cinque tonnellate di pcb (tabella numero 13), trent’anni dopo la sospensione della produzione. L’Arpa stima che ci siano più di tre milioni di metri cubi di terreno da bonificare.

Una mera operazione di emergenza
Cosa è successo nel frattempo? Qui la storia si ingarbuglia: oggi quello della Caffaro somiglia a un gigantesco caso di insabbiamento.

Torniamo giù per via Milano. Oltre il cimitero svoltiamo in via Nullo. Il vecchio stabilimento mostra la patina del tempo, ma resta attivo. La società Caffaro-Snia non esiste più, è fallita ed è in liquidazione (e questo è parte del problema), ma l’impianto è stato acquistato da un’altra azienda, Caffaro Brescia srl.

Il terreno sottostante però continua a rilasciare pcb e diossine nella falda idrica, oltre ad arsenico, mercurio e solventi clorurati. Per impedire che tutto ciò continui a diffondersi è necessario captare l’acqua sotterranea (si chiama emungimento) con un sistema di pompe sempre attivo. Se ne fa carico la “nuova Caffaro”: estrae e depura milioni di metri cubi d’acqua ogni anno, al costo di circa 500mila euro all’anno. Che questo basti davvero a “mettere in sicurezza” quel terreno è cosa discussa. In ogni caso resta un’operazione di emergenza: serve una bonifica più duratura.

Sul terreno del campo sportivo Calvesi Sara Simeoni fece il suo record di salto in alto nel 1978. Solo nel 2013 è stato chiuso perché altamente inquinato

Aggiriamo lo stabilimento. Sul lato opposto c’è la ex scuola elementare da cui scappavano i bambini quasi un secolo fa (oggi l’edificio ospita alcune associazioni; all’ingresso il solito cartello vieta di calpestare il terreno). Passiamo i binari che collegavano lo stabilimento alla linea ferroviaria, ormai dismessi; giriamo per via Morosini, che costeggia la fabbrica a sud. Ecco il campo sportivo Calvesi, una gloria bresciana: è quello dove nel 1978 Sara Simeoni fece il record di salto in alto. Fu costruito sul terreno bruciato dalla soda che l’azienda aveva comprato negli anni venti, e che il comune di Brescia ha ricomprato dalla Caffaro negli anni cinquanta. Secondo le indagini dell’Arpa è altamente contaminato. Eppure solo nel maggio del 2013 è stato posto sotto sequestro e chiuso al pubblico: sembra incredibile ma fino a quel momento centinaia di giovani bresciani hanno potuto allenarsi là, con la sola avvertenza di restare sulla corsia lastricata.

Poco oltre, a qualche centinaio di metri in linea d’aria dalla fabbrica, ci sono i campi: il perimetro del Sito di interesse nazionale include ancora una zona agricola con alcune cascine. Come quella di Pierino Antonioli, anziano agricoltore. Ricorda che un giorno, nell’estate 2001, degli addetti del comune gli avevano chiesto un po’ del latte delle sue mucche, da analizzare. Qualche giorno dopo, mattina presto, si erano presentati gli addetti della Asl: “Sono venuti a sequestrare tutto”. Mucche e galline sono state abbattute, i campi dichiarati inagibili. “Ci hanno detto che non potevamo vendere né mangiare nulla di quello che abbiamo sempre coltivato”, ricorda il signor Antonioli, che vive ancora nella sua cascina, insieme alla moglie, con una pensione di 700 euro: “Da un giorno all’altro siamo rimasti senza niente da fare e nulla per vivere”. Non solo. È risultato che l’intera famiglia aveva nel sangue pcb e diossine ben oltre i livelli di guardia. “Noi pensavamo di mangiare sano, tutta roba nostra. Invece ci stavamo avvelenando”. Qualche anno fa Pierino Antonioli è stato operato per un tumore. Non ha mai ricevuto un soldo di risarcimento per aver perso ciò di cui viveva, né un sostegno per le spese mediche.

Smorzare i toni
Il risvolto dell’inquinamento della Caffaro è una crisi sanitaria di cui poco si parla. Che pcb e diossine siano pericolosi per la salute umana è cosa ormai provata; disordini cutanei, danni epatici, disfunzioni endocrine e riproduttive. E tumori: nel 2013 l’Associazione internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), considerata la massima istituzione scientifica del genere, ha trasferito i pcb dall’elenco delle sostanze “probabilmente” cancerogene per gli umani a quello delle “sicuramente” cancerogene.

I dati qui sono allarmanti. Nel sangue della popolazione bresciana sono stati riscontrati “livelli di tossicità equivalente relativi a diossine e altri composti diossino-simili, tra cui i pcb, […] tra i più alti osservati a livello internazionale”, leggiamo nel rapporto Sentieri, il programma di indagine condotto dall’Istituto superiore di sanità insieme all’Associazione italiana dei registri tumori (Airtum). Il nome Sentieri sta per Studio epidemiologico nazionale dei territori e insediamenti esposti a rischio da inquinamento; l’ultimo rapporto aggiornato al 2014 è qui; la scheda Brescia-Caffaro è alle pagine 53-57.

Pierino Antonioli sul suo terreno, Brescia, dicembre 2016. (Federica Mameli per Internazionale)

A Brescia “abbiamo gruppi di soggetti con livelli anomali di pcb nel sangue”, riassume Pietro Comba, capo dell’Unità di epidemiologia ambientale presso l’Istituto superiore di sanità e coordinatore di Sentieri: e “il danno sulla salute della popolazione è visibile”. Lo studio Sentieri ha registrato a Brescia un numero di ricoveri ospedalieri per melanoma in “eccesso” rispetto alla media dell’Italia centrosettentrionale rilevata dal registro tumori, oltre a eccessi di linfomi non Hodgkin e tumori della mammella: “Si tratta delle patologie per cui la letteratura scientifica ha dimostrato un nesso causale con l’esposizione ai pcb”, spiega Comba. Aggiunge che “la Asl bresciana ha preso molto sul serio la situazione e ha avviato nuovi accertamenti, in particolare su melanomi e linfomi non Hodgkin”. L’estate scorsa è cominciato anche un monitoraggio sulla presenza di pcb, diossine e furani nel latte materno delle donne residenti in Brescia e provincia.

Nella comunicazione con i cittadini però la Asl bresciana smorza i toni. Di recente ribattezzata Ats (Azienda di tutela della salute) pubblica sul suo sito numerosi studi sulla contaminazione da pcb nella popolazione generale della città e dei vicini comuni di Castel Mella e Capriano del Colle, esposti alla contaminazione della Caffaro. Ci sono atti di convegni (l’ultimo, tenuto in dicembre, riguarda l’incidenza del melanoma), e c’è una “Guida al cittadino” che per la verità aveva suscitato molte polemiche: nella sua prima versione, nel 2013, non citava neppure le diossine (la cosa è stata poi corretta in una nuova edizione, nel 2015).

Insomma: nel messaggio al pubblico la Ats tende a minimizzare. L’azienda sanitaria bresciana insiste che i livelli di pcb nel sangue qui sono “in linea con altre aree industriali europee” (ma il confronto con altri siti inquinati non è rassicurante). Alle nostre domande la Ats ha risposto con grande prontezza, per iscritto: rimanda all’ultimo studio generale pubblicato, da cui risulta che nel 2013 i valori di pcb nel sangue dei residenti a Brescia erano dimezzati rispetto a dieci anni prima, per tutte le classi di età e le diverse aree del comune – in effetti è un dato prevedibile: la presenza di pcb nel sangue dei bresciani è calata dopo che nei primi anni duemila sono state imposte restrizioni sul consumo di alimenti inquinati, principale fonte di contaminazione per gli esseri umani. “Questo non toglie che gruppi di soggetti presentano valori anomali”, precisa Pietro Comba.

Una bonifica all’italiana
“La Asl ha sempre cercato di minimizzare”, taglia corto Stefania Baiguera, che abita a Chiesanuova, anzi ci è nata, e oggi fa parte del consiglio di quartiere. “Va bene non fare allarmismo, ma il direttore sanitario è arrivato a dire, in pubblico, che il pcb non fa così male”. Siamo al bar del più grande supermercato del quartiere, e dalle tante persone che la salutano si capisce che Baiguera è un punto di riferimento. Chiesanuova è un quartiere multietnico, spiega; ha settemila abitanti, edifici di appartamenti e casette a schiera con il proprio giardinetto. “Anche i terreni privati sono off limits, bisognerebbe stare solo sul cemento, non sull’erba”. Insomma: “Qui gli abitanti hanno un disastro ambientale letteralmente in casa, di cui non sono responsabili. Chi pagherà per bonificare giardinetti e orti dei privati cittadini? Questa è una zona popolare, nessuno può permettersi di farlo a proprie spese”.

Alcune aree di verde pubblico sono di nuovo agibili non perché ripulite, ma perché è cambiata la definizione di inquinamento

L’attivismo civico qui è cominciato con la scuola. Nei primi anni duemila il giardino della scuola elementare Grazia Deledda è risultato contaminato da pcb e diossine, come gli altri terreni a sud della Caffaro, e un’ordinanza comunale l’ha dichiarato inagibile: i bambini dovevano fare la ricreazione al chiuso o sulla piattaforma di cemento all’ingresso. Finché nel 2012 un gruppo di genitori ha cominciato a protestare. Baiguera era una di loro, come del resto Guido Menapace. “Non ci rispondevano, ma noi eravamo determinati”, racconta Baiguera. Il comitato dei genitori ha organizzato assemblee, ha chiamato medici ed esperti. “Abbiamo raccolto firme, organizzato cortei, sit in davanti al comune”. Sono arrivati a occupare la scuola e l’ufficio del direttore della Asl bresciana, racconta: “Volevamo rompere il muro di disinteresse”.

Il fatto è che dopo il primo shock, sulla Caffaro è calato il silenzio. “Niente, non se ne parlava più”, ricorda Guido Menapace. Le indagini mostravano una situazione “anche più grave di quello che potevamo immaginare”, ma di rado i giornali riportavano qualche notizia. I cartelli ai giardinetti erano scoloriti e poi scomparsi, le precauzioni dimenticate, “anche molti cittadini avevano rimosso il problema”.

È stato di nuovo un lavoro giornalistico a riportare l’attenzione sul caso Caffaro. L’inchiesta messa in onda il 31 marzo 2013 da Presadiretta, su Rai3, mostrava che più di dieci anni dopo l’istituzione del Sito di interesse nazionale, i bresciani vivevano ancora a stretto contatto con pcb e diossine. È stato come rinnovare lo shock. Quello stesso anno Brescia ha eletto una nuova amministrazione comunale, e il nuovo sindaco Emilio Del Bono si è presentato dicendo che la bonifica del sito industriale era “una sfida per l’intera comunità” e doveva diventare “un caso europeo”.
Invece “abbiamo visto una bonifica all’italiana”, dice Marino Ruzzenenti. Si riferisce all’ordinanza comunale che tre anni fa ha reso agibili alcune aree di verde pubblico: non perché ripulite, spiega, ma perché era cambiata la definizione di inquinamento.

La legge stabilisce soglie di contaminazione diverse per i terreni destinati a uso residenziale e verde pubblico, oppure a usi commerciali e industriali; nel primo caso sono tollerabili fino a 60 microgrammi di pcb per chilo di terreno, mentre il limite è ben più alto (cinquemila microgrammi per chilo) per i siti commerciali; analoghe soglie sono definite per le diossine. Ebbene, il comune di Brescia ha riaperto alcuni parchi e giardini dove la contaminazione effettiva supera quella accettata per il verde pubblico ma rientra nel limite per i siti industriali: purché “inerbiti”, dice l’ordinanza comunale. Inerbiti, coperti d’erba, neologismo burocratico.

Chi pagherà la bonifica?
I veri interventi di bonifica, a Brescia-Caffaro, non sono ancora cominciati. Certo, qualcosa è successo. I genitori della scuola elementare Deledda hanno vinto: dopo un anno di lavori, nell’ottobre 2016 la scuola ha inaugurato un bel giardino finalmente agibile. Forse “bonifica” non è il termine esatto, perché in fondo si è trattato di rimuovere lo strato superficiale del terreno e portarlo in una discarica controllata, per ricoprire il giardino con terra nuova: “Non hanno fatto altro che trasferire il terreno contaminato”, commenta Ruzzenenti. In ogni caso, anche la scuola Italo Calvino è tornata agibile.

Ha riaperto pure il giardino pubblico di via Nullo, di fronte allo stabilimento, dopo un lavoro durato ben sette anni: era cominciato nel 2009 ma fu interrotto poco dopo, e la zona era stata posta sotto sequestro giudiziario, perché era risultato che la terra rimossa non andava in una discarica controllata ma la buttavano in una cava a Manerbio – dove diossine e pcb avrebbero ripreso a contaminare le falde idriche (il titolare della ditta coinvolta è stato poi condannato).

“Le bonifiche sono un fallimento”, dice Oriella Savoldi, della segreteria della camera del lavoro di Brescia dove ha la delega a salute, sicurezza e ambiente. “In definitiva i pochi interventi fatti dal 2001 riguardano solo aree di competenza diretta del comune”, fa notare: “Il punto è che non c’è ancora un piano di interventi prioritari per ripulire il sito. E senza un piano, è difficile anche attivare i finanziamenti”.

Già, quanto costa la bonifica? E chi la pagherà? L’azienda che ha provocato il disastro non esiste più: quello di Brescia è un sito “orfano”. La Snia-Caffaro è in procedura fallimentare e il suo liquidatore, avvocato Marco Cappelletto, ha dichiarato di non avere risorse per finanziare la “messa in sicurezza” e tanto meno la bonifica. Ma questo è perché nel 2003 la Snia, allora diretta da Emilio Gnutti, ha scorporato la parte “sana” dell’azienda creando Sorin, società di apparecchiature biomedicali; nell’azienda originaria sono rimaste solo le attività in perdita, cioè gli stabilimenti Caffaro di Brescia, Torviscosa (Friuli) e Colleferro (Valle del Sacco, Lazio), tre siti ormai in emergenza ambientale: così, quando ha dichiarato fallimento nel 2009 la Snia era diventata una “bad company”.

Il terreno agricolo di Pierino Antonioli, Brescia, dicembre 2016. (Federica Mameli per Internazionale)

“Il comune di Brescia sarebbe dovuto intervenire con la Snia prima della scissione, per far valere una richiesta di risanamento del sito industriale”, osserva Marino Ruzzenenti: “Invece ha rinunciato perfino a costituirsi parte civile contro l’azienda”.

Il ministero dell’ambiente in seguito ha cercato di risalire ai responsabili. L’avvocatura dello stato ha individuato in alcune società per azioni gli “eredi” della vecchia Snia, e nel luglio 2015 il ministro Gian Luca Galletti ha firmato un’ordinanza che ordina a questi “soggetti responsabili” di farsi carico delle bonifiche dei tre stabilimenti che erano della Caffaro per 3,4 miliardi di euro (i “soggetti” sono Sorin, Bios, GE Capital, Monte dei Paschi di Siena, Unipol e Mittel).

I “soggetti” hanno fatto ricorso e la prima sentenza del tribunale gli ha dato ragione: “Il ministero però intende andare avanti con tutti i gradi di giudizio”, dice Laura D’Aprile, dirigente del ministero dell’ambiente per le bonifiche dei Sin, che incontro nel suo ufficio. Si profila un contenzioso infinito.

Intanto della bonifica dovrà farsi carico la collettività, almeno per quanto riguarda le aree pubbliche. Con quali risorse? Nel 2015 il ministro dell’ambiente Galletti ha promesso 50 milioni per il sito Brescia-Caffaro. Nel “patto per la Lombardia” annunciato nel novembre 2016 dal premier Matteo Renzi e dal governatore Roberto Maroni la cifra era ridimensionata a 30 milioni. A tutt’oggi, il ministero dell’ambiente ha sbloccato per il Sin Brescia-Caffaro 21 milioni di euro, di cui poco meno di 15 milioni già versati e altri sei impegnati: “Il ministero sblocca i fondi sulla base dei progetti concreti”, spiega la dottoressa D’Aprile. Precisa che la bonifica è solo parte del “risarcimento” del danno portato all’ecosistema (lei non fa cifre, ma secondo una stima dell’Ispra, il danno ambientale provocato dalla Caffaro a Brescia ammonta a un miliardo e mezzo di euro).

A che punto siamo dunque? Un “accordo di programma” per il sito Brescia-Caffaro, firmato nel 2009 dal ministero dell’ambiente, la regione Lombardia e l’ente locale bresciano, finora si è tradotto in interventi sparsi: qualche sistemazione delle rogge, gli studi dell’ente forestale (Ersaf) per determinare quali coltivazioni possono favorire il recupero dei terreni agricoli. Nel 2015 è stato nominato un “commissario straordinario” per coordinare gli interventi (è Roberto Moreni, urbanista), che ha tra l’altro avviato il sito web di informazione.

In concreto, l’ufficio tecnico del comune di Brescia ha messo a punto i progetti di bonifica per il campo sportivo Calvesi e il giardino di via Passo Gavia, che infatti sono stati approvati e dovrebbero cominciare molto presto. Al gennaio 2017 inoltre è in corso la procedura per affidare la progettazione della bonifica degli undici ettari occupati dallo stabilimento Caffaro e della falda idrica sottostante, con un bando europeo (progettazione degli interventi: siamo solo ai preliminari, osserva Ruzzenenti).

I bambini intossicati nelle scuole
Appena a sud del vecchio stabilimento Caffaro, tra i terreni industriali dismessi spuntano un hotel, qualche nuovo edificio di uffici, una torre pretenziosa. Negli anni novanta questa zona sembrava destinata a uno sviluppo urbanistico tumultuoso, con progetti di condomini residenziali, minigrattacieli e centri commerciali. La stessa Caffaro, in declino, interessava soprattutto come area da “sviluppare”. La scoperta dei veleni accumulati in quei terreni, poi il decreto che ha istituito il Sito di interesse nazionale per la bonifica, hanno bloccato progetti e speculazioni (poi la crisi ha fatto il resto: le torri di uffici sono in gran parte vuote). Di quei progetti resta il centro commerciale Freccia rossa sovrastato da un minigrattacielo di uffici.

“Oggi c’è più consapevolezza pubblica”, riconosce Guido Menapace, al tavolino del Freccia rossa. Cita il corteo che ha attraversato la città nell’aprile scorso, quindicimila persone: era stato convocato da una settantina di comitati di tutta la provincia riuniti in un coordinamento chiamato “Basta veleni”. Perché la Caffaro è la principale fonte di inquinamento nel bresciano, ma non certo l’unica. C’è il fiume Mella che scende dalla Val Trompia, dove si trova una concentrazione straordinaria di fabbriche meccaniche e di armi “senza neppure un depuratore consortile”. E c’è un numero impressionante di discariche: civili e industriali, per rifiuti speciali e nocivi da tutta Italia. I rifiuti sono ormai uno dei grandi business della provincia, spiega Menapace. Cita il caso di Montichiari, piccolo comune che ha 21 discariche sul suo territorio.

Una sera di dicembre il coordinamento “Basta veleni” ha invitato i parlamentari eletti a Brescia a un’affollata assemblea pubblica, in una sala comunale. Si parlava di bonifiche, di milioni di metri cubi di rifiuti, e di vecchie cave autorizzate a diventare nuove discariche. Una giovane donna prende la parola: “Da quel maledetto 17 ottobre, a Vighizzolo viviamo con l’ansia di uscire di casa”. Quel giorno, spiega Silvia Cadei, i bambini della locale scuola elementare non respiravano, stavano male. “Corro a scuola e vedo ambulanze, paramedici, vigili del fuoco con le maschere antigas”. Ricoverati al pronto soccorso, i bambini sono stati dimessi il giorno dopo: ma per un mese hanno avuto ancora nausea e bruciore agli occhi. “Era dell’acido, ma non ci hanno ancora detto da dove siano venute le esalazioni. Dicono che stanno facendo accertamenti”. Vighizzolo, accanto a Montichiari, ha la sua dose di discariche. “A giorni alterni sentiamo ancora quell’odore di morte, e non sappiamo cosa sia. Non possiamo neppure andarcene, perché ormai le nostre case non valgono nulla. Ora i bambini vanno a scuola con il fazzoletto sulla bocca”.

Nel 1920 gli scolari scappavano intossicati dalla soda caustica della Caffaro; un secolo dopo scappano dalle esalazioni delle discariche industriali. La storia si ripete.

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