Anika nel ristorante che gestisce a Roma, luglio 2018.

Cosa sognano le ragazze bangladesi in Italia

Anika nel ristorante che gestisce a Roma, luglio 2018.
10 settembre 2018 10:05

Nayana aveva diciassette anni quando è arrivata a Roma dal Bangladesh, nel 1995. Dopo aver terminato le scuole superiori, aveva sposato un connazionale residente in Italia e l’ha seguito: in termini burocratici si chiama “ricongiungimento familiare”. Anche Anika ha fatto così. Aveva 16 anni quando, su insistenza della famiglia, ha sposato un uomo con vent’anni più di lei. Un anno dopo, nel 2001, l’ha raggiunto in Italia. Sanjida aveva 22 anni quando si è trasferita a Roma con il marito, nel 2013.

Come loro, generazioni di donne bangladesi sono arrivate in Italia negli ultimi trent’anni, quasi sempre per “ricongiungimento familiare”, giovanissime spose di lavoratori migranti. Molte si sono stabilite a Roma, dove i bangladesi residenti sono più di 30mila, la maggiore concentrazione in Italia. In tutto, nel paese sono circa 130mila, secondo l’ultimo rapporto annuale del ministero del lavoro. Tra le comunità di immigrati, sono l’ottava per numero, mentre a Roma sono la terza.

“Immagina queste giovani donne: arrivano senza conoscere nulla dell’Italia, non sanno la lingua”, dice Nayana. “Di solito hanno fatto le scuole superiori, magari pensavano di proseguire gli studi. Invece arrivano subito i primi figli. I mariti lavorano dalla mattina alla sera e loro restano bloccate in casa a occuparsi dei piccoli, senza una rete familiare intorno, spesso senza neppure la possibilità di imparare l’italiano”.

Un atterraggio duro. Restare in casa però non è un destino inevitabile. Lo confermano le storie di alcune bangladesi incontrate nella calda estate romana al Pigneto, a Tor Pignattara e a Centocelle, quartieri nella zona sudest di Roma; a Ponte Mammolo, periferia nordest; o all’ombra di porta San Giovanni.

Nayana e le informazioni che non c’erano
L’inizio non è stato facile per nessuna. Nayana ricorda che arrivando a Roma sperava di iscriversi all’università. “Volevo proseguire gli studi, ma non avevo ancora imparato l’italiano. Comunque, sono subito rimasta incinta della mia prima figlia e ho dovuto rinunciare”, spiega. Si è messa ad aiutare il marito, che aveva preso in gestione un bar vicino al Colosseo: lavoravano dall’alba a notte fonda, “in quel locale ci ho cresciuto i miei tre figli”. Però è riuscita a frequentare una scuola di lingue.

“Una consigliera dell’azienda sanitaria locale Roma2 mi ha incoraggiato a fare un corso di mediazione culturale”, ricorda. E così ha fatto, “tra mille difficoltà, perché devi sempre conciliare il lavoro, la famiglia e il tempo per la scuola”. Nel 1999 ha dovuto rinunciare a una borsa di studio per un tirocinio in un grande ospedale romano: “Mi avrebbe impegnato dal mattino al pomeriggio, ma non sapevo a chi lasciare i bambini”.

Pigneto, Roma, luglio 2018.

In qualche modo però ce l’ha fatta. Oggi Nayana è una mediatrice e interprete riconosciuta e rispettata, lavora con i servizi sociali, le scuole, a volte il servizio sanitario. La incontro a San Giovanni, nella breve pausa tra il lavoro e una riunione tra colleghe. “Quando sono arrivata io era difficile trovare informazioni pratiche, sapere come ottenere la residenza, la tessera sanitaria, per non parlare di consultori o di contraccezione. Oggi queste informazioni sappiamo darle ai nuovi arrivati”.

Certi ostacoli però rimangono: “Per una madre con figli piccoli resta ancora difficile uscire di casa, frequentare un corso o trovare un lavoro”. Sono sempre così giovani le donne che arrivano dal Bangladesh? “Sì, questo non è cambiato. Ma sono più informate di una volta”.

La situazione oggi
Certe storie si ripetono. Vent’anni più tardi, nel 2013, anche Sanjida pensava di proseguire a Roma gli studi cominciati a Chittagong, la seconda città più grande del suo paese. “Mi sono iscritta all’università La Sapienza. Ma i corsi sono in italiano, e non capivo: dopo tre mesi ho rinunciato”. Così ha studiato la lingua, si è iscritta a un corso di mediazione culturale tenuto dalla Comunità di Sant’Egidio e ora collabora come mediatrice in un grande ospedale pediatrico di Roma, in attesa di finire la specializzazione all’università per stranieri Dante Alighieri. Suo marito aveva studiato ingegneria elettronica, ma qui si deve accontentare di lavorare nella reception di un albergo: “Incoraggia almeno me ad andare avanti”.

Gli emigranti che tornano in Bangladesh a cercare moglie hanno un nome in bengalese: sono i probashi, “abitanti dell’esterno”, e sono considerati un buon partito. Un emigrante però non dice le cose come stanno davvero, neppure alla propria famiglia: che all’inizio ha fatto il lavavetri o il lavapiatti anche se aveva un diploma, che dorme in un posto letto affittato in appartamenti sovraffollati. I racconti sono molto più rosei.

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“Le ragazze date in moglie a un probashi sono le prime destinatarie di questi racconti”, dice Sara Rossetti, coautrice con Katiuscia Carnà di uno studio sulle donne bangladesi a Roma, Kotha. donne bangladesi nella Roma che cambia. Le autrici la chiamano “la grande bugia”.

Si capisce che molte non abbiano un’idea precisa di cosa troveranno. Le esperienze personali sono tante e diverse: “Le donne della prima generazione spesso non sono riuscite a costruire relazioni al di fuori della loro comunità, hanno avuto difficoltà a imparare l’italiano e a interagire con gli altri”, spiega Rossetti. Poche hanno un lavoro regolare, ma c’è chi guadagna cucinando per i connazionali a cui si subaffitta una stanza nel proprio appartamento.

“Alcune però sono riuscite a emanciparsi, hanno cercato lavoro, sono diventate mediatrici culturali. Altre hanno saputo creare un’attività commerciale e sono diventate piccole imprenditrici. Quanto alla nuova generazione, le figlie nate o cresciute qui, è tutto diverso: loro studiano e lavorano”.

Madhobi e la cittadinanza
“Devo riconoscere che i miei hanno fatto una vita dura”, dice Madhobi davanti a un caffè, sotto i gazebo di un bar a largo Preneste. Lei rappresenta la seconda generazione: ha 27 anni, è cresciuta qui, tra i quartieri Prenestino e Centocelle, e parla con accento romano. Aveva poco più di un anno quando è arrivata dal Bangladesh, insieme a sua madre, per raggiungere il padre. Era il 1991, “eravamo parte della prima ondata di bangladesi arrivati in Italia”.

Proprio quell’anno era entrata in vigore la prima legge sull’immigrazione, la legge Martelli. Il provvedimento ha permesso ai bangladesi arrivati in quegli anni, di solito uomini soli in cerca di un’alternativa alla tradizionale emigrazione nel Regno Unito, di regolarizzarsi e mettere su famiglia. Oggi le donne sono circa un terzo dei bangladesi residenti a Roma.

Madhobi lavora in un’agenzia turistica a Roma. Luglio 2018.

“Allora non c’erano tutti gli aiuti di oggi, gli sportelli immigrazione, i corsi d’italiano”, continua Madhobi, “però tutti rimpiangono quei tempi. I miei dicono che la città era accogliente”. Suo padre aveva seguito un corso professionale per panificatori; era diventato pizzaiolo, le cose andavano bene ed era riuscito ad aprire la sua pizzeria. Ha preso la cittadinanza, i figli hanno studiato. “Poi però nel 2012 la crisi l’ha costretto a chiudere. A quel punto aveva cinquant’anni: trovare un lavoro stabile era difficile, restare disoccupato una vergogna”. Così la famiglia è emigrata di nuovo, questa volta in Inghilterra, dove negli ultimi anni si è formata una comunità di “bangladesi italiani”.

Madhobi però non ha ancora seguito i genitori, nonostante le loro insistenze: “Prima voglio la cittadinanza italiana”, dice. Ha studiato lingue, parla italiano e inglese, conosce il francese e lo spagnolo, padroneggia bengalese e hindi: “Quello l’ho imparato con i film di Bollywood”, ride. Così ha trovato lavoro nel turismo, in un’agenzia che gestisce i bus turistici che girano per Roma. Nel 2014 ha fatto domanda per la cittadinanza italiana, aspetta ancora la risposta. “Ho studiato nelle scuole italiane, i miei fratelli sono nati qui e sono cittadini italiani. L’Italia la sento mia. Non voglio andarmene, non prima di avere la cittadinanza, per poter tornare”.

Sultana e l’importanza del dialogo
Da largo Preneste raggiungo via della Marranella, verso via Casilina. In una traversa, ecco la vetrina del negozio Sultana Fashion. Sui manifestini pubblicitari ci sono modelle ben truccate e con abiti orientali, casacche decorate, eleganti sari rosso e oro. Sultana vende stoffe e vestiti: tessuti prodotti in India e in Bangladesh, e abiti che fa disegnare e confezionare a Dhaka. Articoli destinati soprattutto alla clientela bangladese: del resto siamo nel cuore di Tor Pignattara, quartiere del quinto municipio di Roma a volte chiamato Banglatown.

Le insegne in bengalese sono numerose, drogherie con prodotti del subcontinente indiano, parrucchieri, agenzie di viaggio, ristoranti con nomi come Sundarbans – la foresta di mangrovie nel delta del Gange, nel golfo del Bengala. Quello di Sultana non è il solo negozio di abiti bangladesi nella zona, anche se è stato il primo – proprio nella via accanto c’è il Layla Shop.

Anche Sultana ricorda un inizio difficile. Quando è arrivata a Roma nel 1996 per raggiungere il coniuge non immaginava che si sarebbe trovata a vivere in una sola stanza, in un appartamentino condiviso con i parenti di lui, sette o otto persone: “Questo mio marito non me l’aveva detto”, dice ridendo. Né immaginava “un paese dalla lingua così diversa, dove nessuno parla inglese e non si trovavano le nostre spezie: oggi ci sono molti negozi bangladesi, ma allora perfino trovare il cibo a cui eravamo abituati era difficile”.

Tor Pignattara, Roma, luglio 2018.

Suo marito faceva il commesso, usciva alle nove del mattino per tornare alle nove di sera. Lei cercava qualcosa da fare. Poco a poco è riuscita a lasciare l’appartamento a Torre Maura, nella periferia più estrema, e trasferirsi a Tor Pignattara. Ha visto un negozio in vendita: “Abbiamo chiesto consiglio a un commercialista, mio marito ha potuto fare un mutuo e l’abbiamo comprato. Era il 2001, c’erano ancora le lire”.

Per importare stoffe e abiti dal Bangladesh, Sultana ha dovuto negoziare un accordo con le dogane: “Qualcuno aveva già cominciato a importare alimentari e spezie, ma non abbigliamento: ho aperto la strada”. Oggi va ogni mese a Fiumicino a sdoganare le sue merci. A Dhaka dà lavoro ad almeno sei persone, sarti e addetti alle confezioni. Il marito continua a fare il commesso in un negozio in centro, ma a volte l’aiuta. Ha due figli grandi. Mentre parliamo, nel negozio gioca una bella bambina di due anni, la nipotina.

Una storia di successo. E questo fa di Sultana, 46 anni, un punto di riferimento nella sua comunità. Dice che il suo non è solo un negozio: “Celebriamo insieme le festività, la rottura del digiuno rituale del Ramadan, i matrimoni”. Accenna a un’associazione, la chiama “Lady’s club”, che però si è sciolta quando molte delle partecipanti si sono trasferite nel Regno Unito. Oggi le donne bangladesi hanno aperto altre associazioni: “Cerchiamo di aiutare chi ha problemi, facciamo collette per rimandare in Bangladesh la salma di una persona che è morta. Ma soprattutto organizziamo incontri, celebrazioni. A volte affittiamo dei bus e andiamo a fare un picnic fuori Roma, sui laghi”.

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A volte Sultana viene chiamata per risolvere questioni familiari. “Ci sono famiglie problematiche, mariti che impongono alle mogli di restare in casa. Così loro non possono accompagnare i figli a scuola, parlare con le maestre, socializzare. Tradizionalmente la vita dei bangladesi è tutta all’interno della famiglia. Ma il dialogo è importante. Mentre i miei figli crescevano, io parlavo con le maestre. Ho trovato persone bravissime. Io ho imparato molto dai miei figli”. Sultana tiene alle tradizioni: porta un hijab, il tradizionale velo che copre la parte superiore del corpo, pretende che i giovani rispettino l’autorità dei genitori, soprattutto del padre.

Il conflitto tra generazioni è in agguato. “Con i figli maschi non ci sono problemi, con le femmine sì”, riassume Sultana. “Le ragazze vanno a scuola e vogliono fare come le amiche italiane, andare in giro a braccia nude come voi: scusa, ma per noi non va bene. Oppure uscire con i fidanzati: da noi non si fa”. Che fare? “Da noi si usano le maniere forti per educare i figli, qui no. Ci vuole il dialogo”. Però, continua, “ci sono mariti che non capiscono. Loro sono sempre al lavoro, non hanno tempo per parlare con i figli, non conoscono le maestre, non sanno ascoltare. Non va bene. Ma nelle nostre famiglie comanda l’uomo”.

Anika e la fuga
È proprio da questo che Anika ha voluto fuggire. “Per una donna bangladese il marito viene solo dopo dio”, dice, ma a lei non andava bene. Lei è di Cox Bazar, nel sud del Bangladesh, e ha trascorso il primo anno da sposata chiusa nella casa dei suoceri, a Dhaka: “Ho dovuto impuntarmi per finire la scuola e prendere il diploma: non volevano”. Quando finalmente è arrivata a Brescia, a 17 anni, il marito l’ha reclusa: “Mi trattava come un giocattolo, mi vietava tutto”. È durata due mesi, poi dopo un tentativo di violenza è fuggita, letteralmente scappata dalla finestra.

“Ero sola, in tasca avevo 50 euro”. Però era decisa a non tornare indietro: “Per i miei connazionali, l’unica soluzione sarebbe stata tornare in Bangladesh o trovare un altro marito. Ma io non volevo, neanche morta”. Anika è stata aiutata da alcune donne italiane; è riuscita a trovare una casa nel bresciano, ha lavorato come operaia, cassiera, addetta alle pulizie. “Ero l’unica ragazza del Bangladesh che viveva sola”.

Più tardi si è trasferita a Roma con il nuovo marito, ma dopo nove anni si sono separati. Anika si è inventata un servizio di catering. O meglio: organizza eventi in cui si occupa del cibo, degli abiti, delle decorazioni di henné. Ha un gruppo di giovani collaboratrici. Dice che ha trasformato ciò che amava fare in una professione: “Ma non ci resta molto in tasca, quindi intanto faccio anche la baby sitter”. È nota come Tata Tandoori. Sta tentando un nuovo passo: gestire un ristorante al Pigneto, cucina dell’India settentrionale – quella più nota al pubblico europeo.

La storia di Anika ha qualcosa di straordinario: da ragazzina senza una rete familiare a una vita autonoma. “Lo so, molti miei connazionali sparlano di me, ma io non faccio nulla di male”. Dice che la comunità bangladese resta piuttosto tradizionalista. “Eppure il Bangladesh è cambiato. Le notizie sono più diffuse, le ragazze hanno un’idea di cosa succede nel mondo, hanno delle aspettative. Cercano di finire gli studi. Non sono più tanto disposte a restare in casa”.

Sahila e la discussione continua
Sahila non vorrebbe mai viverci, nel “piccolo Bangladesh” di Tor Pignattara. “Ti senti addosso gli occhi della comunità: tutti a giudicare cosa fai e cosa dici, soprattutto se sei una ragazza”. La comunità è un sostegno, ma anche uno strumento di controllo. Sahila vive con suo marito nella parte nord di Roma: ci è nata 27 anni fa da genitori arrivati dal Bangladesh negli anni ottanta. Come Madhobi, si sente legata ai suoi: “Considera che dietro ogni lavoratore migrante c’è una famiglia da mantenere, magari case da ricostruire dopo un’alluvione, fratellini da aiutare. Mio padre era il primogenito e con i soldi che mandava a casa ha fatto studiare sei fratelli e sorelle”.

Per questo ogni migrante ha una storia di sacrifici, “spesso nei ristoranti li vedi fare due turni consecutivi, dalla mattina alla notte: solo così riescono a far studiare i figli qui e mandare soldi alle famiglie in Bangladesh”. Suo padre fa il barista, sua madre lavora in un negozio di frutta e verdura. “Anni fa hanno comprato un po’ di terra in Bangladesh, con quello che mettevano da parte. Ma oggi mi chiedo se ci torneranno davvero”.

Sultana ha un negozio di stoffe e abiti tradizionali del Bangladesh a Roma. Luglio 2018.

Per la nuova generazione le cose sono diverse. Molte ragazze ridono dei picnic organizzati dalle madri con grandi pentolate di biryani (una specialità di riso, carne e spezie tipica dell’India settentrionale). Sahila ha frequentato le scuole italiane, ha l’accento di Roma. Ha studiato mediazione culturale e lavora per il sindacato, per i servizi sociali, negli ospedali, al tribunale dei minori, o per le commissioni che esaminano le richieste di asilo.

“A Tor Pignattara hanno una mentalità tradizionalista”, continua. Dice che i bangladesi stanno sempre tra loro, “non è vera integrazione”. Molte famiglie mandano i bambini alla scuola coranica, il pomeriggio, nella speranza che mantengano la cultura dei genitori. Il problema, dice Madhobi, è che “la religione è sempre mescolata alla tradizione”. Frequentare una delle numerose moschee o sale di preghiera è un fatto sociale, oltre che religioso.

In Bangladesh i costumi cambiano, mentre i bangladesi qui continuano a essere legati a idee vecchie

Katiuscia Carnà, ricercatrice all’università Roma Tre e mediatrice culturale, spiega che nella prima fase dell’immigrazione bangladese pochissime donne portavano il velo, mentre in seguito tante hanno cominciato a coprirsi. Perfino chi non lo portava in Bangladesh ha cominciato a farlo in Italia per non essere giudicata male dalla propria comunità.

“Il paradosso è che in Bangladesh i costumi cambiano, la cultura si evolve, mentre i bangladesi qui continuano a essere legati a idee vecchie”, dice Madhobi. Lei ha frequentato la scuola coranica, da piccola: “Ma imparavamo il Corano a memoria, leggevamo i caratteri arabi senza capire. Solo alcune sale di preghiera insegnano anche a leggere e scrivere in bengalese. Alla fine, molti preferiscono chiamare un insegnante a casa per dare lezioni ai figli, e anche i miei hanno fatto così”. Si ritiene fortunata: “I miei genitori mi hanno lasciato fare le mie scelte. Ma è una discussione continua. Spesso una ragazza non trova il sostegno di cui avrebbe bisogno, mentre le famiglie vivono pensando a cosa diranno i parenti, cosa dirà la gente”.

Conflitti
Nayana, che rappresenta la generazione delle madri, ritiene di avere un buon dialogo con sua figlia: “Le ho trasmesso la mia cultura, ma è anche italiana: posso dire che è una ital-bangla”. Tiene a certi valori e comportamenti. “In generale il matrimonio è fonte di conflitti. A mia figlia ho sempre detto che sarà lei a scegliersi un marito: ma voglio che sia musulmano, o che lo diventi”.

A volte i conflitti diventano estremi. Nel suo lavoro, a Nayana è capitato di aiutare i servizi sociali in casi delicati, come quello di un padre che pretendeva di far sposare la figlia tredicenne con l’uomo che l’aveva violentata. O il marito geloso che picchia la giovane moglie. “Portano qui spose ragazzine e pensano di poter fare tutto”, commenta. Quello che è successo ad Anika è fin troppo normale: straordinario è come lei ne sia uscita.

In un giardino del quartiere Prenestino, di fronte al liceo Kant, la giovanissima Barsha Debi chiacchiera con una compagna di scuola. Figlia di bangladesi hindu, l’anno prossimo farà l’esame di maturità. Frequenta una scuola di danza classica indiana. “Una volta ho letto sul giornale di una ragazza portata dai genitori in Bangladesh e obbligata a sposare uno sconosciuto. Mi sono preoccupata: mia madre però mi ha rassicurato, dice che il marito me lo sceglierò da sola e saranno affari miei”. Ride. Nayana dice alle sue connazionali che i figli devono scegliersi il proprio futuro. Molte giovani bangladesi hanno cominciato a farlo.

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