09 dicembre 2019 10:10

La scuola elementare Rosa Medel è a meno di duecento metri dalla centrale termoelettrica di Bocamina, costituita da due impianti a carbone nella città di Coronel, in Cile. Siamo in una delle grandi zone industriali del paese sudamericano, nella provincia di Concepción, circa 500 chilometri a sud della capitale Santiago. Questa piccola scuola di quartiere, con un bel cespuglio di rose sul recinto e le ciminiere sullo sfondo, è diventata famosa tre anni fa, quando nelle analisi del sangue fatte su un centinaio di alunni sono state trovate dosi allarmanti di arsenico, mercurio, cadmio, nickel e metalli pesanti pericolosi per la salute umana.

“È stata una bomba”, ricorda una madre che preferisce restare anonima. Il Centro de padres, il comitato dei genitori della scuola Rosa Medel, si è mobilitato: “Non sapevamo cosa fare. All’ospedale pubblico ci dicevano solo di dare ai bambini acqua e prezzemolo”. Da tempo l’impianto termoelettrico suscitava proteste, ma nessuno immaginava che i propri figli avessero veleni nel sangue. Altri esami tossicologici hanno confermato l’allarme. Così la piccola scuola è diventata un simbolo del prezzo che la città paga al carbone. È una storia che un po’ ci riguarda, perché la centrale di Bocamina appartiene a una multinazionale italiana, l’Enel, in più occasioni multata e di recente riconosciuta responsabile di violazioni ambientali.

Enel Chile sostiene che le emissioni della centrale “sono in linea con le leggi cilene, monitorate permanentemente attraverso il Sistema de monitoreo continuo de emisiones”. E osserva che “nessuno studio ha stabilito un nesso di causa” tra la contaminazione del sangue dei bambini e le centrali termoelettriche. Ma è anche vero che l’origine di quella contaminazione non è stata studiata a fondo.

Il punto è che l’impianto termoelettrico è dentro la città stessa e per questo motivo suscita preoccupazioni e proteste. “Nel raggio di neanche quattro chilometri dal centro abbiamo tre impianti a carbone e una discarica di ceneri”, fa notare Ariel Durán Fredes, consigliere comunale di Coronel. Tutto si vede bene dal Mirador de la Virgen, un belvedere che domina la città e la sua baia: ecco le due unità di Bocamina verso il promontorio a nord e la centrale Santa Maria del gruppo cileno Colbún sul lato opposto, a sud. In mezzo c’è il minuscolo centro urbano assediato. Il porto, terzo per dimensioni in Cile, occupa quasi tutta la linea della costa con enormi gru e aree per container. Di fronte a Bocamina la spiaggia è occupata da stabilimenti che inscatolano il pesce del Pacifico; alle spalle dell’impianto c’è la collina Millabú, con centinaia di abitanti che vivono in diversi insediamenti spontanei. Sull’altro versante c’è la discarica delle ceneri esauste del carbone. La città nuova invece si espande verso l’interno. Coronel, che aveva 60mila abitanti nel 1990, oggi ne conta quasi il doppio.

“Le centrali termoelettriche sono parte del ciclo del carbone”, spiega Durán. Il primo nucleo urbano di Coronel è nato sulla miniera di carbone scavata negli ultimi decenni dell’ottocento da un imprenditore di origine prussiana, Federico Schwager. La bocca della miniera era ai piedi della collina Millabú, quasi sulla spiaggia, dove ora un edificio di mattoni rossi ospita il museo delle miniere. L’uscita era appena più a nord, ai piedi di un’altra collina sul mare. Intorno nacque una città-fabbrica con gli alloggi per i lavoratori all’interno, in quella che si chiama ancora colonia Schwager, e case con giardini e porticati più vicino al mare, chiamate “case inglesi”, per i dirigenti: tutto secondo la gerarchia aziendale. Le villette dei dirigenti erano in cima alla collina, che resta la zona più ricca della città.

Per un secolo e mezzo la miniera ha plasmato la vita di Coronel, spiega Durán, lui stesso figlio di un minatore. La chiusura nel 1989 fu uno shock, con diecimila minatori rimasti senza lavoro. Oggi le installazioni di superficie della vecchia miniera sono occupate da un’azienda di legname, con montagne di truciolato pronto per l’export e file di tronchi in cataste alte come case, che ricordano un paesaggio scandinavo.

Con la miniera in piena attività, era parso ovvio costruire qui una centrale elettrica a carbone. L’impianto di Bocamina 1 è entrato in funzione nel 1969: cinquant’anni, età veneranda per un impianto industriale. È un piccolo impianto, 128 megawatt (MW) di potenza. Allora era un’azienda di stato, ma è stata privatizzata quando il generale Augusto Pinochet ha imposto al Cile una dittatura feroce e un regime di deregolamentazione estrema. Negli anni ottanta Bocamina è passata all’azienda spagnola Endesa, poi comprata dall’italiana Enel, che ha così consolidato una posizione nel paese. Enel Chile è presieduta da Herman Chadwick Piñera, cugino del presidente della repubblica e fratello del ministro dell’interno.

“La vera svolta qui è arrivata con Bocamina 2”, osserva Ariel Durán. La seconda unità, 350 MW di potenza, è stata costruita a metà degli anni duemila accanto alla prima, occupando parte della zona abitata. Perché ciò fosse possibile fu modificato il piano regolatore regionale. La giunta comunale di allora non fece grande opposizione, ricorda Durán. Con l’ampliamento della centrale è cominciata l’evacuazione dei quartieri a ridosso dell’impianto. È stata ampliata anche la discarica delle ceneri esauste, in piena città.

Quando il nuovo impianto è entrato in attività, nel 2012, aveva ormai suscitato infinite proteste tra le famiglie evacuate, quelle che erano rimaste, i pescatori, i maestri di scuola. Un tavolo tecnico socioambientale con urbanisti, ingegneri, chimici e biologi denunciava la contaminazione ambientale. Era nato un movimento sociale chiamato Coronel despierta, Coronel sveglia.

La battaglia delle donne
Di fronte all’impianto di Bocamina, oltre uno stabilimento decorato da una gigantesca scatoletta di pesce, svoltiamo verso il mare e siamo nel quartiere Lo rojas. È un vecchio insediamento di pescatori, casette a un piano e distese di merluzzi appesi a seccare come il bucato. Marisol Ortega è una orillera, una raccoglitrice di molluschi in riva del mare. Tante donne lavorano come raccoglitrici di crostacei, molluschi o alghe, o come addette a essiccare e affumicare il pesce. “La crisi per noi è cominciata intorno al 2008, quando Bocamina 2 era in costruzione”, spiega. La pesca era sempre più grama. A volte trovavano centinaia di granchi morti sulla spiaggia, “bolliti” dall’acqua di raffreddamento della centrale termoelettrica. Ortega mostra la minuscola porzione di costa rimasta ai pescatori, ingombra di barche e barchette: “Per andare a raccogliere i molluschi devo fare sempre più strada”, spiega mentre imbocchiamo un sentiero sabbioso tra gli stabilimenti del pesce e la massicciata che delimita la spiaggia. In alcuni punti gli stabilimenti invadono il passaggio. Oltrepassiamo lo scarico della centrale Enel, che forma vortici verdastri.

Nel novembre 2013, al culmine di un movimento di protesta, un gruppo di pescatori si era arrampicato sulla ciminiera di Bocamina 2 per restarci parecchi giorni. Quello stesso anno un’ispezione della sovrintendenza ambientale del governo cileno aveva constatato emissioni molto superiori ai limiti dalle ciminiere della centrale, oltre a varie irregolarità negli scarichi a mare e nella discarica delle ceneri esauste. A dicembre, dopo un ricorso presentato da dirigenti sindacali e cittadini, la corte suprema del Cile aveva ordinato il blocco di entrambi gli impianti di Bocamina, finché non fossero state adottate misure per limitare le emissioni inquinanti.

Sotto pressione, l’azienda ha deciso di negoziare. Alla fine del 2014 sei sindacati di pescatori hanno firmato un “accordo pubblico-privato”, controfirmato dal sindaco di Coronel a nome della cittadinanza. Il punto centrale era un “piano di valore condiviso”, di fatto un risarcimento: l’azienda avrebbe versato a ciascun iscritto al registro della pesca artigianale sette milioni di pesos in cinque anni, più o meno diecimila dollari. Circa 2.700 pescatori hanno ricevuto una prima rata pari a duemila dollari e poi l’equivalente di 1.500 dollari ogni anno. Ai lavoratori sembrava un sacco di soldi.

Merluzzi appesi a seccare nel quartiere Lo rojas, davanti all’impianto di Bocamina, novembre 2019. (Marina Forti)

Solo Marisol Ortega non voleva firmare quell’accordo. “I pescatori volevano soldi, noi raccoglitrici volevamo che l’azienda smettesse di inquinare”, spiega. “Ormai la responsabilità dell’azienda era documentata, non volevamo scambiare il nostro lavoro per un risarcimento. Ma nessuno ci considerava, a noi donne. Il sindaco di allora ci disse di metterci l’anima in pace, che le aziende erano qui per restare. E noi non eravamo d’accordo”.

Così però le orilleras si sono messe in conflitto con i pescatori, che temevano di perdere i risarcimenti. Per Marisol Ortega è stato un momento drammatico: “Si avvicinava Natale, tutti aspettavano i soldi e se io non firmavo saltava tutto. Mi hanno insultato, diffamato. Pensavano che volessi di più, ma noi non volevamo denaro, volevamo che la centrale se ne andasse”. Ortega è stata aggredita e picchiata. “L’ultimo giorno utile hanno circondato casa mia, mentre ero in municipio minacciavano di uccidere mia figlia. Mi dicevano: attenta, questa è la notte dei lunghi coltelli. Alla fine ho dovuto firmare, piangendo”. Nessuno l’ha difesa. Le brucia ancora: “Una firma sotto costrizione è incostituzionale”.

Un accordo contestato
Molti allora criticarono l’accordo. Sia perché “monetizzava” il danno ma risarciva i soli pescatori, sia per la frettolosa creazione di un ente municipale come “ufficiale pagatore” dell’azienda. E anche per la clausola secondo cui pescatori e cittadini di Coronel rinunciavano a ogni ulteriore rivendicazione nei confronti dell’azienda elettrica per tutta la vita utile dell’impianto. Secondo Rodrigo Corvalan, esperto in salute del lavoro ed esponente del tavolo tecnico socioambientale, l’azienda ha “distribuito prebende per zittire le proteste”.

“È stato un accordo vergognoso siglato in un clima di intimidazione”, dice il senatore Alejandro Navarro Brain, raggiunto nel suo ufficio in parlamento, a Santiago, mentre il centro della capitale cilena era percorso da cortei di protesta. Eletto nel collegio di Coronel, Navarro presiedeva la commissione ambiente del senato ai tempi di quell’accordo. Dice che “per poche briciole, i cittadini si sono legati le mani”.

Questo però non ha impedito di portare in tribunale l’azienda. Le denunce presentate da Ortega e altri cittadini di Coronel dopo l’ennesima moria di molluschi, hanno innescato nel 2014 un procedimento di fronte alla corte ambientale di Valdivia, che ha dichiarato Enel Generación Chile – la filiale di Enel Chile proprietaria delle centrali termoelettriche – responsabile di “danni ambientali” a Coronel e nel vicino comune di Lota. Nel dicembre 2018 la giudice Ana María Aldana Saavedra ha sospeso la sentenza dietro l’impegno dell’azienda a ridurre le sue emissioni di almeno un terzo. L’anno scorso l’azienda ha finalmente coperto entrambi i depositi di carbone di Bocamina.

Tra gli sradicati
Lasciamo la zona dei pescatori e spostiamoci nei nuovi quartieri di Coronel. La Peña è un agglomerato di casette unifamiliari di edilizia sociale, minuscole, ciascuna con il suo recinto e un microscopico cortiletto. È uno dei primi insediamenti di erradicados, sradicati: sono chiamate così le 1.370 famiglie che abitavano vicino alla centrale di Bocamina, trasferite a partire dal 2008. Nella piccola sede del comitato di quartiere incontro signore venute da La colonia, un’antica comunità di minatori tra la centrale di Bocamina e la discarica delle ceneri dell’Enel. “Abbiamo dovuto andarcene, che altro potevamo fare?”, dice la più anziana. Tutte chiedono di non citare i loro nomi. “Stavamo a meno di cinquanta metri dal deposito del carbone. I bambini ormai avevano l’asma cronica, molti dei nostri vicini hanno dei tumori, mio marito ha un linfoma non Hodgkin. Ecco cosa voleva dire vivere là”.

La comunità però si è trasferita con grande tristezza: “Il nostro insediamento era regolarizzato. Ci eravamo costruiti case spaziose, avevo l’orto, le galline”, aggiunge una vicina. “Nei momenti difficili, potevamo sederci davanti a casa e guardare il mare. Io ci tornerei subito”. La più giovane ricorda il giorno del trasferimento: “Pioveva, il camion dell’azienda ha scaricato i mobili davanti a casa e ci ha lasciato tra le pozzanghere. Piangevo, ma gli addetti del comune volevano che sorridessi per la foto sulla porta, chiavi in mano”.

Il nuovo insediamento è lontano parecchi chilometri dal mare, spiegano: “Così è difficile andare a pescare. E poi qui tutto costa di più, acqua, luce. Ci sono anziani con la pensione minima, 107mila pesos (circa 130 dollari al mese, ndr), e la bolletta della luce ne costa 45mila al mese”. Qualche tempo fa una delegazione di erradicados è andata a Santiago per incontrare alcuni funzionari dell’Enel: “Non capivano quel che dicevamo, non hanno idea di come viviamo qui. Vorrei che venissero a vedere”.

Le nuove case non erano una elargizione dell’azienda, spiegano le mie interlocutrici. Enel ha messo un sovrappiù sull’ammontare del sussidio per l’edilizia sociale a cui ogni famiglia a basso reddito aveva diritto. Ovvero, il trasferimento è stato in buona parte sovvenzionato dallo stato, mentre le singole famiglie si sono giocate la possibilità di chiederne un altro di questo tipo in futuro.

Disuguaglianze
Lo sgombero dagli immediati dintorni della centrale di Bocamina è avvenuto per fasi, secondo accordi negoziati di volta in volta con i comitati degli abitanti, e con risultati disuguali. Un primo gruppo di 160 famiglie è stato risistemato a nord della città, nel quartiere Huertos familiales. Forse ha strappato condizioni migliori: “Enel ha ascoltato le nostre richieste e ha fatto riparare le case costruite male ai tempi di Endesa”, dice la presidente del comitato di quartiere, nella spaziosa sede accanto a un centro sportivo in costruzione. Nel 2017 Enel Generación Chile ha cominciato a rivedere gli accordi stipulati con le comunità trasferite; oltre ad alcune migliorie alle abitazioni, sta costruendo chiese e campi sportivi, e ha istituito un ufficio per raccogliere le lamentele. Qui sono entusiasti. Ma è l’unica voce positiva che trovo tra gli sradicati.

Il caso più desolante è quello di El esfuerzo, un altro agglomerato di casette popolari. Qui sono finite le ultime 230 famiglie mandate via nel 2017 da Cerro obligado, alle spalle della centrale Enel. “Avevano promesso case migliori per tutti”, dice una giovane donna che preferisce restare anonima. Mostra la nuova abitazione: minuscola, umida, “piove in casa e l’acqua della doccia colava al piano di sotto. Sono venuti a mettere qualche piastrella in bagno e in cucina, ma l’umidità resta”. Il nuovo quartiere non è molto lontano dalle ciminiere di Bocamina, che restano sullo sfondo. “Avevamo costruito delle abitazioni su un terreno occupato, ma poi abbiamo ottenuto i titoli di proprietà”, aggiunge una vicina, “eravamo a casa nostra”. Ora non possono tornare indietro e non possono vendere le nuove case prima che siano trascorsi cinque anni. Si sentono in trappola.

Un pomeriggio di novembre ci inerpichiamo sul Cerro obligado: pare di toccare le ciminiere, tanto sono vicine. Restano poche abitazioni, le altre sono state demolite via via che gli abitanti sono stati trasferiti. “Ma non hanno chiuso i pozzi neri e la puzza è intollerabile”, dice una delle poche abitanti rimaste, indicando le macerie. L’odore è forte. “Vogliono renderci la vita impossibile per convincerci ad andare via”. Perché non si trasferisce? “Sono disposta a finire in un posto lontano solo se danno una borsa a mio figlio per studiare medicina. Ma la funzionaria del dipartimento sostenibilità dell’Enel si è messa a ridere quando l’ho detto. Diceva ‘non sei nessuno, credi che tuo figlio possa studiare medicina?’. Pensano che se cresci in un quartiere povero non puoi studiare”.

La centrale di Bocamina, a Coronel, novembre 2019. (Marina Forti)

Accanto, sul pavimento di una vecchia casa demolita restano i detriti del tetto in cemento-amianto. A una domanda su questo punto Enel dice che metterà in sicurezza la zona quando tutti gli attuali abitanti saranno trasferiti: dovrebbe diventare un parco, un “polmone verde”. Intanto però le fibre di amianto scoperte sono un rischio. A pochi metri dai detriti c’è un campetto di calcio, poco oltre un quartiere con centinaia di abitanti. Un piccolo parco giochi per bambini guarda le ciminiere.

L’amianto è un pericolo sottaciuto, dice René Ceballo San Martin, da quarant’anni dirigente sindacale della centrale Enel di Bocamina. “Per tanto tempo l’abbiamo manipolato senza precauzioni”, spiega una sera di novembre durante una riunione del tavolo tecnico socioambientale, nel centro di Coronel. Ceballo ricorda il terremoto del 2010: “Era uscito amianto dai rivestimenti delle caldaie, delle turbine, dei tetti: abbiamo ripulito a mano. Portavamo le tute a casa a lavare”. Nel 2013 un lavoratore è morto di tumore al polmone. Dopo ripetute richieste del sindacato, l’azienda ha cominciato a far fare controlli medici agli addetti. “Così oggi sappiamo che almeno 13 lavoratori in servizio e 40 che hanno lavorato a Bocamina in passato sono colpiti da asbestosi o da tumori ai polmoni”, spiega Ceballo. Lui è uno di loro.

L’Enel precisa che l’impianto di Bocamina 2 è stato costruito senza amianto, mentre la bonifica di Bocamina 1 è stata completata tra il 2014 e il 2015, secondo le norme vigenti in Cile. Gli allarmi per l’impatto sulla salute dei lavoratori però continuano. Nell’ottobre scorso la camera dei deputati cilena ha istituito una commissione di indagine sull’amianto a Coronel, sollecitata dall’associazione indipendente Trabajadores unidos contra el asbesto, Lavoratori uniti contro l’amianto.

Una discarica in città
Alle spalle della centrale di Bocamina, nella vecchia colonia Schwager, svoltiamo presso un altarino di legno circondato da ex voto: è la santita, la piccola santa, che secondo una leggenda proteggeva i minatori. La strada sale verso un grande cratere grigiastro, recintato, dove finiscono le ceneri del carbone bruciato negli impianti dell’Enel. La discarica occupa venti ettari, ed è ben visibile dai quartieri nel nord della città.

Secondo l’azienda, le ceneri “non sono pericolose, l’impianto lavora rispettando i permessi richiesti dalla legge”.Ma per il sindaco di Coronel, Boris Felipe Chamorro Rebolledo, “quella discarica opera illegalmente. Eletto nel dicembre 2016 con il sostegno di diverse formazioni della sinistra, Chamorro Rebolledo è in guerra contro gli impianti a carbone nella sua città. Per prima cosa vuole espellere dal centro abitato quel deposito di ceneri: “Mette a rischio la falda acquifera naturale e la laguna da cui la città attinge acqua potabile”. Non ha le necessarie autorizzazioni edilizie, insiste il sindaco, “né potrebbe averle: non si può autorizzare lo scarico di rifiuti speciali in un’area urbana, a cento metri da campi sportivi e abitazioni, e non lontano da un ospedale, con una media di sessanta camion al giorno che si muovono tra la centrale e la discarica”. Nell’aprile 2019 il sindaco ha firmato un’ordinanza di chiusura della discarica delle ceneri, che è rimasta sigillata per dieci giorni. Chamorro Rebolledo non ha disposto la riapertura neppure quando l’Enel ha vinto un ricorso amministrativo: motivo per cui su di lui pende una denuncia penale dell’azienda italiana. Situazione paradossale: la discarica non ha i permessi comunali ma ha quelli del ministero della sanità.

Durante la chiusura forzata, l’azienda elettrica inviava le sue ceneri a una discarica a una cinquantina di chilometri di distanza. Farlo stabilmente sarebbe un sollievo per Coronel, fa notare il sindaco, ma sarebbe costoso per l’azienda. “Solo la logica dei costi mantiene una discarica pericolosa in città”, osserva.

“L’Enel non manda segnali di buon vicinato”, aggiunge. “I cittadini di Coronel pagano un prezzo molto alto per la presenza delle centrali a carbone”. La scuola Rosa Medel sarà presto trasferita, dice il sindaco, e l’Enel coprirà parte della spesa: “Per il resto, non abbiamo un vero dialogo con l’azienda elettrica”. Il sindaco vorrebbe un patto sociale e ambientale per la città. La sua è l’unica giunta municipale che aderisce alla coalizione nazionale Chao carbon, che si batte per chiudere la filiera del carbone in Cile. Dice che “un segnale importante da parte dell’Enel sarebbe spegnere subito l’obsoleta Bocamina 1 e anticipare la fine di Bocamina 2”.

La zona di sacrificio
Nel giugno 2019 il presidente Sebastián Piñera ha annunciato la sua strategia per “decarbonizzare” il paese: chiudere entro il 2025 le otto centrali a carbone più antiche e le altre venti entro il 2040, senza un calendario preciso ma con verifiche ogni cinque anni. Oggi 28 impianti termoelettrici a carbone producono circa il 40 per cento dell’energia elettrica in Cile, anche se producono il 20 per cento della capacità installata. Appartengono a quattro aziende, di cui tre multinazionali: la francese Engie, la statunitense Aes e l’italiana Enel, che è anche la maggiore distributrice di elettricità.

“Alcune centrali hanno cinquanta o perfino sessant’anni di servizio”, fa notare Sara Larraín, dirigente dell’organizzazione ambientalista Chile sustentable, Cile sostenibile: “Tenerle in servizio a costo della salute e dell’ambiente è una scelta miserabile”. Il carbone, osserva Larraín, è la principale fonte di emissioni di gas serra in Cile, oltre che la maggiore minaccia per la salute. Gli impianti sono concentrati in cinque località, di cui quattro sono considerate “zone sature” di inquinamento, da decontaminare. Ma il nomignolo più usato è quello coniato da alcuni ambientalisti: “zone di sacrificio”. Coronel è una di queste.

A luglio 2019 Enel Generación Chile ha sottoscritto un accordo con il governo sulle sue centrali a carbone: entro il 2023 chiuderà quella di Bocamina 1, mentre la seconda resterà attiva fino al 2040. Salvo verifiche, dice l’Enel. I lavoratori sono convinti che Bocamina2 si fermerà prima: “Le energie rinnovabili rendono il chilowattora generato dal carbone troppo caro”, osserva Claudio Leiva Becerra, dirigente del sindacato dell’Enel a Coronel: “Noi difendiamo il lavoro, ma proprio per questo vogliamo una riconversione”.

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Intanto l’azienda si è assicurata che entrambe le unità di Bocamina siano incluse nella “riserva strategica”, cioè tra gli impianti necessari a garantire la stabilità della rete elettrica in Cile: significa che lo stato retribuisce l’azienda per la potenza a disposizione, indipendentemente dall’energia generata. “Ma le centrali a carbone non sono necessarie alla riserva strategica del Cile”, protesta Larraín.

Un altro paradosso. L’Enel dice di voler accelerare l’uscita dal carbone e annuncia importanti investimenti nelle energie rinnovabili, ma se in Italia chiuderà con il carbone nel 2025, in Cile è disposta a proseguire per altri vent’anni. “Le centrali di Bocamina sono il buco nero nelle politiche green di Enel”, commenta Filippo Taglieri di Re:Common, organizzazione italiana che indaga su corruzione e abusi legati allo sfruttamento delle risorse naturali. “Un’azienda davvero sostenibile chiuderebbe subito Bocamina 1 e 2, e risarcirebbe le persone danneggiate”. Per ora, la promessa di “uscire dal carbone” si infrange a Coronel.

Aggiornamento
Rispondendo a delle domande su alcuni punti, Enel Chile ha fornito delle precisazioni sulle emissioni della centrale di Bocamina, sulle ceneri e sulla contaminazione del sangue dei bambini della scuola Rosa Medel.