Mamma Roma

La scrittrice Paola Soriga e la fotografa Simona Pampallona hanno attraversato la città in lungo e in largo per conoscere gli stranieri che la abitano. Dagli etiopi ai russi, il racconto di comunità che pochi conoscono. 

Un gruppo di ragazze prova dei balli a Termini underground, Roma, maggio 2016. (Simona Pampallona per Internazionale)

L’Italia e la Cina si incontrano a Roma grazie alle seconde generazioni 

Un gruppo di ragazze prova dei balli a Termini underground, Roma, maggio 2016. (Simona Pampallona per Internazionale)
12 giugno 2016 11:23

In un tunnel dietro alla stazione Termini, a Roma, i treni sopra e sotto, una porta con l’insegna del dopolavoro ferroviario si apre su una piccola sala da ballo, con una parte più alta a fare da palco, quella bassa ricoperta dal parquet, lo specchio al fondo. Un gruppo di ragazzine cinesi si incontra qui, due volte a settimana, per fare danza.

Siamo a Termini underground, progetto voluto dalla coreografa Angela Cocozza, con l’associazione Ali, che da dieci anni riunisce centinaia di ragazzi e ragazze stranieri o figli di stranieri con la passione per il ballo.

Le ragazze parlano tra loro indifferentemente in italiano e in cinese, non c’è un’insegnante ma una di loro che coordina. Timide e spavalde, chiuse come ogni gruppo di amiche di quell’età, tutte armoniose e belle, nella diversità dei loro corpi e sguardi, vestiti e atteggiamenti.

Provano e riprovano le coreografie delle hit dei loro coetanei asiatici, le cantano con le labbra, senza far uscire la voce, mentre danzano. Una è in coreano, ma la sanno a memoria lo stesso, un’altra è in cinese. Faranno il saggio il prossimo 15 giugno, assieme agli altri gruppi della scuola, che ha corsi di danze di tutti i tipi, di tutto il mondo.

Sono tutte alle superiori, tranne una che si è già diplomata ed è appena tornata da un anno di studi in Inghilterra, ci promettono che ci manderanno un messaggio se il sabato pomeriggio andranno in un locale dove si canta il karaoke in cinese, ma poi si scordano.

Hu Lanbo dirige Cina in Italia, un mensile bilingue che ha fondato nel 2001 per favorire l’integrazione

Come molti dei ragazzi e delle ragazze cinesi che vivono in Italia, studiano e amano le lingue, sono abituate a viaggiare, a passare dei periodi all’estero, amano le arti: figli di imprenditori e commercianti, o imprenditori e commercianti a loro volta, studiano letteratura, musica, danza.

Al conservatorio di Roma, per esempio, moltissimi iscritti sono cinesi, che studiano soprattutto canto. Alla chiesa evangelica cinese di piazza Vittorio, la domenica pomeriggio, molti di loro cantano nel coro.

La scuola cinese della chiesa evangelica a piazza Vittorio, Roma, maggio 2016. (Simona Pampallona per Internazionale)

I cinesi sono la quarta comunità più numerosa in Italia, dopo quelle romena, albanese e marocchina, e contano 265.829 persone. La maggior parte di loro arriva dall’operosa e ricca regione dello Zhejiang, e, negli ultimi anni, dal nordest, soprattutto donne in pensione che vengono a fare le tate o le badanti per famiglie dei loro connazionali che sono qui da più tempo. Ma negli anni ottanta, a Roma come nelle altre città italiane, erano pochi, si conoscevano tutti.

Hu Lanbo è arrivata nel 1989. La incontro nel suo ufficio una mattina di fine maggio, mentre parliamo mi offre un tè che “non si trova in Italia”, è infatti un tè verde della qualità più pregiata: qingming qian, cioè raccolto prima del 5 aprile, il giorno degli antenati. Hu Lanbo dirige Cina in Italia, un mensile bilingue che ha fondato nel 2001 con lo scopo di favorire l’integrazione, e che ora ha sette dipendenti, tutti cinesi di seconda generazione. Ha raccontato la sua vita, avventurosa e ricca di storie, nel libro La strada per Roma (LaCa edizioni 2009, poi ripubblicato dalla casa editrice Barbera nel 2012 con il titolo Petali di orchidea, uscito anche, con successo, in Cina nel 2015).

Il suo nome, Lanbo, significa “ondata di orchidee”, lei è elegante e gentile, il viso affaticato dall’ultimo viaggio a Pechino.

Una città nera con raggi di sole

È stata una dei primi giovani cinesi che, dopo la morte di Mao nel 1976, si sono potuti iscrivere all’università e hanno potuto lasciare il loro paese per studiare e vivere all’estero. Innamorata della Francia e della sua lingua, Hu Lanbo nel 1985 lascia Pechino per iscriversi all’università di Parigi.

Dopo quattro anni e mezzo di incontri, speranze, scoramenti, che passano per i compagni di università, una compagnia teatrale con cui partecipa al festival di Avignone, ripetizioni private, fra lo stupore e la meraviglia di trovarsi nella tanto sognata Parigi, con abitudini così diverse, viene chiamata in rappresentanza della Cina nella Pechino-Parigi. Un raid automobilistico fra deserti e montagne, dalla Cina al Pakistan, dall’Iran di Khomeini alla Turchia, e ancora Turchia, Unione Sovietica, Polonia, Belgio, fino a Parigi, con la vecchia Itala della Fiat, e una carovana di assistenti, meccanici, una troupe della Rai. In questi ventiduemila chilometri, percorsi in tre mesi, conosce Carlo, tecnico della Rai, che poco dopo sposerà e con cui arriverà a Roma, incinta del primo figlio.

“‘Cosa faccio io a Roma, che non parlo neppure l’italiano?’. Erano anni che sognavo di lavorare nell’ambito degli scambi culturali tra Cina e Francia, una volta in Italia cosa avrei potuto fare?”, scrive nel suo libro. Aveva quasi trent’anni, era stata una studentessa brillante, aveva fatto la ballerina e l’attrice, l’interprete e la mediatrice, non certo una donna a cui andasse bene fare a tempo pieno la madre e la moglie. Infatti a Roma, con l’italiano da imparare, non fu facile, all’inizio. Le meravigliose occasioni che Parigi le aveva offerto non arrivavano a Roma, che, mi dice, “è una città nera con raggi di sole, che ti obbliga a fare, ad agire”. Ha provato all’inizio, con la sua formazione e la sua cultura, a trovare lavoro come insegnante ma presto ha cercato altre strade: esportare scarpe italiane in Cina, abbigliamento cinese in Italia, macchinari industriali europei in Cina.

Oggi scrive e dirige la rivista, viaggia spesso in Cina, dove vive ancora sua madre, che vorrebbe convincere a venire a vivere qui, ma invano.

La scuola è stata aperta per i ragazzi di seconda generazione, che spesso non conoscono il mandarino

Fra i primi cinesi arrivati in Italia, nei primi anni ottanta, ci sono anche i genitori di Mary e Yimin Pan, conosciute per vie diverse e che solo per caso abbiamo scoperto che sono sorelle. Arrivati ventenni da Wenzhow, da Milano si sono trasferiti a Livorno e poi a Roma, dove è nata Mary. Hanno aperto prima un negozio di borse, poi, assieme a uno zio, il primo alimentare cinese in città, che ancora esiste, a piazza Vittorio, poi un ristorante nella zona elegante di via Veneto, infine uno vicino alla stazione Termini. “I miei hanno aperto di tutto”, mi dice Mary, “mio padre ha sempre avuto energie e idee, che ha cambiato spesso”.

Mary Pan, nel bar dove lavora sua sorella Yimin, vicino al Colosseo, maggio 2016. (Simona Pampallona per Internazionale)

Mary ha 31 anni, i capelli lunghi e scuri, un’eleganza naturale e un bellissimo italiano, senza quasi accento, ricco e poetico. Si è laureata in economia all’università inglese e il suo sogno era di aprire una scuola, un doposcuola per i bambini delle elementari, che unisse il gioco allo studio. Mi dice che guardando i bambini di oggi con i cellulari e i tablet in mano e ripensando alla sua infanzia, fatta di giochi e disegni, ha avuto voglia di fare qualcosa per loro, per i bambini e le bambine cinesi nati a Roma, che quando era piccola lei erano pochissimi e ora invece sono tanti. La maggior parte di loro sono figli di imprenditori, commercianti, ristoratori, persone che lavorano moltissimo e li lasciano spesso tanto tempo da soli. La domenica intanto Mary insegna nella scuola evangelica, tenendo i bambini mentre i loro genitori ascoltano la messa.

Ha tenuto un blog su yallaitalia.it, il portale delle seconde generazioni, poi ha iniziato, per caso, a lavorare a Babzine, programma di Babel tv, rete dedicata agli immigrati e alle loro storie. Ha scoperto così un mondo dove la parola intercultura aveva davvero un senso, una concretezza, che noi italiani facciamo spesso fatica a incrociare, soprattutto in una città come Roma, che tende a separare in base alla classe sociale e alla provenienza. L’anno scorso è stata chiamata dal programma televisivo Ballarò, dove ha tenuto una rubrica, in diretta. Mi racconta che è stato bello ma anche molto difficile, che ora vive molto più serena. Tra poco si sposerà e andrà a vivere, assieme al suo fidanzato cinese, conosciuto in Cina, a Philadelphia.

Un ponte fra le due culture

Sono state, Mary e Yimin, fra le prime studentesse della scuola cinese della chiesa evangelica, aperta proprio per i ragazzi e le ragazze di seconda generazione che spesso, parlando l’italiano a scuola e il dialetto a casa, non conoscevano il mandarino.

La scuola Zhong Hua, ospitata ogni sabato all’Itis Galileo Galilei, maggio 2016. (Simona Pampallona per Internazionale)

Dopo le superiori sono state entrambe un anno in Cina, per studiarne lingua e cultura, nella Shanghai in cui, dal 2000, era andato a vivere loro padre. Mary racconta che durante quell’anno le era venuto il desiderio di rimanere lì, ma che poi ha capito che preferiva tornare in Italia, di cui ormai si sentiva totalmente parte.

Yimin ha provato a restare in Cina a lavorare con il padre, ma anche lei è tornata a Roma, dove ora gestisce un bar dietro il Colosseo, quello in cui incontriamo Mary.

Ha due figli piccoli e insegna italiano nella scuola evangelica, la conosciamo per caso quando andiamo a vederla, un pomeriggio, guidate poi da Luisa, una studentessa di sedici anni che ci racconta che ora vediamo soltanto tre classi, ma il sabato la scuola si riempie di bambine e bambini, ragazze e ragazzi.

La loro insegnante, negli anni novanta, era Zhong Hua che poi ha fondato la scuola Zhong Hua, ospitata ogni sabato all’Itis Galileo Galilei, in via Conte Verde, vicino a piazza Vittorio. Ha circa quattrocento iscritti, ogni classe ha una trentina di alunni, ed è sostenuta dall’ambasciata.

I bambini e le bambine, quando andiamo a parlare con loro, a fotografarli, sono ovviamente chiassosi, fino a che Zhong Hua non comincia a parlare e in un istante sono tutti zitti, i quaderni aperti, a scrivere il testo di una poesia che viene loro dettata. Poi esplodono in un coro melodico e ordinato, quando iniziano a leggerla a voce alta. Sono incuriositi dalla nostra presenza, hanno voglia di raccontare, di spiegare. Abituati sin da piccoli a fare da ponte, da legame fra le due culture, mi traducono la poesia che stanno studiando, che parla della bellezza della Cina, dei suoi monti e laghi e fiumi. Molti di loro ancora non l’hanno mai vista, la Cina, e chissà se ci andranno mai a vivere o a studiare.

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