Come succede in quasi tutte le città, Nicosia ad agosto è semideserta. Gli abitanti della capitale cipriota si spostano nelle località di mare, le attività (principalmente finanziarie e commerciali) rallentano, i negozi chiusi per ferie si confondono con quelli chiusi per crisi. Per un paese che fonda la sua economia sulle banche e il turismo, il blocco dei viaggiatori russi e ucraini è stato un colpo non indifferente: almeno 500mila presenze in meno, se non un milione.

L’estate fa così emergere un popolo misto, fatto di turisti e senza tetto, migranti e anziani, che diventano gli unici occupanti delle strade. Punto d’incontro è piazza Eleftherias, che con le sue panchine, le fontane illuminate e i giardini lungo le mura costruite dai veneziani è un luogo di ritrovo naturale. Soprattutto la sera, quando il sole non rende accecante il piazzale di marmo bianco e i giovani si scattano selfie o caricano video su TikTok, con molte grazie al wifi gratuito. Alcuni, gli africani, sono facilmente identificabili come stranieri. Altri invece hanno dei tratti mediorientali che potrebbero farne dei perfetti ciprioti di ascendenza fenicia. E poi c’è la vasta schiera dei migranti asiatici, afgani, bangladesi e filippini, soprattutto donne che lavorano come collaboratrici domestiche. Per loro ci sono apposite agenzie di collocamento e negozi alimentari dai prodotti esotici.

Sono loro, insieme ad alcuni congolesi e camerunesi, che animano la vita della parrocchia di Santa Croce, incuneata nella buffer zone, la zona cuscinetto tra la parte di Nicosia che fa parte della Repubblica di Cipro e quella occupata dall’autoproclamata di Repubblica Turca di Cipro Nord, riconosciuta solo da Ankara.

Qui papa Francesco, in visita sull’isola nel dicembre del 2021, disse alla comunità cattolica: “Siete immersi nel Mediterraneo: un mare di storie diverse, un mare che ha cullato tante civiltà, un mare dal quale ancora oggi sbarcano persone, popoli e culture da ogni parte del mondo. Vengono a chiedere libertà, pane, aiuto, fratellanza, gioia, ma trovano davanti un odio che si chiama filo spinato”.

Davanti alla chiesa, sede della nunziatura apostolica, passa il filo spinato che spacca in due la città e che forse ha ispirato le parole del papa.

Ma oltre ai reticolati che spuntano ovunque – e che rendono Nicosia l’unica capitale al mondo divisa da un confine – non lontano dal centro ci sono altri muri. Basta raggiungere il sobborgo di Kokkinotrimithia, a una mezz’ora d’auto, per trovarsi davanti al campo di Pournara, centro di prima accoglienza e registrazione per i richiedenti asilo. Usciti dalla città, superate le nuove villette dei quartieri residenziali, si incontrano tre grandi centri commerciali (vere cattedrali nel deserto di cui ci si chiede la funzione) e poi, nel mezzo di un terreno secco, polveroso e senza neppure un albero si staglia il recinto metallico del campo, nato nel 2014 per ospitare qualche centinaia di persone e ormai arrivato a contenerne circa duemila.

Cipro è attualmente il paese dell’Unione europea con la maggior percentuale di richiedenti asilo rispetto alla popolazione: circa il 5 per cento (in Italia nel 2020 la percentuale era circa dello 0,13 per cento). E i numeri sono in aumento: secondo i dati delle Nazioni Unite, nel 2022 le richieste sono state 2.560 (dati di maggio).

Da nord a sud
Ogni giorno una cinquantina di migranti entrano a Pournara, mentre altri aspettano fuori dalla porta il loro turno essere registrati ed entrare nel sistema. Arrivano dalla Repubblica Democratica del Congo, dalla Siria, dalla Nigeria, dal Camerun, dall’Afghanistan, dalla Somalia, dal Bangladesh, dal Pakistan. La strada che molti di loro hanno percorso è sicuramente più sicura della rotta mediterranea o di quella balcanica. Comprano un visto di studio per la Turchia e un biglietto aereo per Istanbul, da qui si iscrivono a un’università della Repubblica Turca di Cipro Nord e poi cercano di passare il confine con la parte europea. Alcuni provano a restare nella parte turca e a seguire i corsi, ma spesso sono vittime di un mercato che li sfrutta con tasse universitarie e affitti proibitivi. Allora prendono la strada verso la buffer zone. Al check point di Ledra street, il più centrale di Nicosia, sono esposte le foto di alcuni dispersi, partiti da nord e mai arrivati a sud. Chi invece ce la fa si presenta alla porta del campo.

Il cuore di Pournara è composto da container, ma intorno sono proliferate tende e casette prefabbricate di cartone, fornite dall’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). I container sono destinati alle famiglie e alle persone vulnerabili: minori non accompagnati, donne sole. Per tutti gli altri la sistemazione è più fortunosa. Anche la piccola chiesa costruita all’interno del recinto è usata come dormitorio. In teoria la permanenza dovrebbe essere breve, 10-12 settimane, ma facilmente i tempi si allungano, visto il flusso sempre più intenso di nuovi arrivi.

Ai profughi è vietato uscire (”Sembra di stare in prigione”, dice Abdallah, arrivato dalla Somalia) e appena arrivati vengono sottoposti a test per la tbc, tamponi covid e altre analisi, che vengono ripetute ciclicamente. La situazione sanitaria, visto il sovraffollamento, è critica: molti lamentano la presenza di scarafaggi, poca acqua, scarsa igiene. Anche chi completa le pratiche, e potrebbe uscire, ha difficoltà a lasciare il campo, perché per essere autorizzato a farlo deve fornire un indirizzo in cui essere reperibile, ma è difficile trovare un appartamento e un lavoro per pagarlo. “Siamo in sette”, racconta Mustafà, scappato dall’Afghanistan con moglie e cinque figli. “Potevamo essere rilasciati un mese fa, ma nessuno ci affitta una casa, senza contare che è davvero difficile trovare un lavoro”.

Il campo profughi di Pournara alla periferia di Nicosia, a Cipro, durante la visita del presidente cipriota Nicos Anastasiades, il 14 marzo 2022. (Yiannis Kourtoglou, Reuters/Contrasto)

Le giornate dei richiedenti asilo passano così tra visite mediche, file e colloqui con l’amministrazione. Intanto loro aspettano, cercando scampo dal sole nelle poche zone d’ombra del campo, come la piccola area giochi per bambini, coperta da una tettoia: si stringono sullo scivolo, nelle casette, sulle altalene.

Il tempo infinito è una delle condanne a cui i profughi sembrano essere già stati condannati. Per questo il 25 luglio l’apparizione di un tendone all’interno di un recinto del campo, leggermente separato dai container, ha suscitato subito molto interesse. Sia perché il tendone offrirà a tutti, fino al 31 agosto, l’occasione di cenare a tavola; sia perché, per una ventina di loro che si sono offerti volontari, è la possibilità di impegnare il tempo e la testa in un’attività utile: servire i pasti, giocare con i bambini, aiutare i più vulnerabili.

Arrivano puntuali per preparare il ristorante, allestito per la prima volta a Cipro dalla Comunità di Sant’Egidio, che per tre anni consecutivi lo aveva organizzato sull’isola greca di Lesbo. Volontari dall’Italia, dalla Francia, dal Belgio si alterneranno per tutto agosto alla cosiddetta Tenda dell’amicizia e alla scuola d’inglese, avviata presso la chiesa maronita di Nicosia e offerta gratuitamente a un gruppo di minori ospitati in una casa famiglia adiacente. Il gruppo di anziani maroniti che staziona davanti alla chiesa, di origini libanesi e fuggiti negli anni settanta dalla parte occupata, osserva con curiosità questo viavai mattutino di studenti, per lo più somali. “I profughi sono tanti, forse troppi”, dice Michael, uno degli anziani maroniti. “Ma d’altra parte cosa si può fare se non aiutarli?”.

Giovani in cammino
Al campo le attività alla tenda dell’amicizia cominciano alle 16. Le persone in fila vengono registrate e fatte accomodare a tavola, a ognuno viene dato un appuntamento per la prossima cena. A tavola vengono serviti dai profughi volontari: un pasto abbondante che si conclude con un dolce. Dopo aver esaurito la lunga e composta fila che si era formata all’entrata della tenda, verso le 20 tutti quelli che hanno lavorato fino ad allora si fermano a cenare insieme: alcuni sono coetanei e nessuno sembra voler andare via.

Morteza, un ragazzo afgano di vent’anni, alto e con un accenno di baffetti, racconta che il primo tentativo di attraversare il confine non è riuscito: “Nel furgone eravamo in sedici, avevamo pagato un trafficante. Abbiamo provato a passare di notte, ma la polizia aveva appena intercettato altri profughi proprio davanti a noi. Ho sentito che c’erano dei bambini: piangevano dallo spavento, volevo fare qualcosa, ma il trafficante ci ha fatto tornare di corsa indietro”. Poi, un mese fa, ce l’ha fatta. In Afghanistan studiava medicina, ma ora vorrebbe lavorare per aiutare la famiglia rimasta a Kabul. Adesso aspetta una risposta dalle autorità cipriote. Anche Bismillah ha lasciato la capitale afgana da poco: piccolo di statura e dall’aria molto seria, è un maestro elementare, ma con i taliban insegnare liberamente era diventato impossibile: “Fino a dieci anni le bambine possono frequentare la scuola, ma le classi sono sorvegliate. I taliban controllano tutto”. Mentre i due afgani raccontano la loro avventura, vicino a loro Ahmed annuisce. Lui è riuscito a passare al primo colpo: è ciadiano ma viene dall’Arabia Saudita dove si trova tutta la sua famiglia. A 28 anni, anche se ne dimostra molti di meno, ha completato gli studi nel settore turistico, ma non vedeva un futuro davanti a sé. Il suo ruolo principale in questi giorni da volontario è fare il traduttore dall’arabo per chi arriva dicendo “english problem”.

Un ruolo fondamentale soprattutto con i minori: spesso non parlano inglese, non sanno scrivere, neppure la loro firma, e alcuni non conoscono nemmeno la loro data di nascita. Vedendo le loro città d’origine – Idlib, Daraa, Damasco – si ripercorrono undici anni di guerra e si ha davanti una generazione cresciuta con la guerra e senza scuola, ma pronta a partire. Insieme a loro, un popolo di giovani attraversa il mondo: ventenni afgani, nigeriani, bangladesi, congolesi, pachistani. Storie che sono lo specchio delle notizie che ogni tanto emergono sulle pagine dei nostri giornali, per poi sparire. La loro determinazione a non arrendersi a un destino già segnato è una provocazione all’immobilismo europeo.

Cipro, patria di Afrodite, mostra anche così la sua bellezza: il volto di un paese cerniera tra il mondo greco, turco e mediorientale, diviso eppure (o forse proprio per questo) apparentemente pronto ad assorbire il nuovo.

Domenica la chiesa di Santa Croce è sempre abbastanza affollata, anche ad agosto. La partecipazione e le risposte alle parole del parroco, ghaneano, sono facilitate dai due schermi ai lati dell’altare che aiutano a seguire le formule liturgiche e le letture del giorno in inglese. Alla fine si legge insieme ad alta voce una preghiera per l’Ucraina. Si chiede la saggezza dei governanti, la salvezza per i profughi e la capacità di essere solidali con loro. Forse le parole del papa hanno lasciato un segno: “Possa quest’isola, segnata da una dolorosa divisione, diventare con la grazia di Dio laboratorio di fraternità”.

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