16 ottobre 2020 12:04

Mutande color carne, petto nudo, schiena dritta e mascherina bianca sul volto. Nove donne e sei uomini, tutti cittadini italiani, posano seminudi in piazza dell’Esquilino, cinque minuti a piedi dalla stazione Termini di Roma. Ciascuno di loro sorregge un cartello bianco rettangolare a nascondere l’inguine. Sui cartelli si legge “riscaldamento globale”, “siccità” , “carestia”, “ecocidio”. Seduti davanti a loro sulle scalinate, una cinquantina di persone vestite di nero tengono in mano delle finte prime pagine di giornale con grossi titoli allarmanti sulla crisi climatica e il collasso del pianeta.

È sabato 10 ottobre, pomeriggio. Un traffico lento si aggira per la capitale. Due signore sui cinquant’anni con mascherina Fpp2 e guanti di silicone cercano di fare volantinaggio. “Non vogliamo vendervi nulla; vogliamo solo farvi conoscere il nostro movimento” dice una. “Siamo attiviste di Extinction rebellion, un movimento non violento per salvare il pianeta dalla crisi climatica ed ecologica”, dice l’altra. Quasi nessuno si ferma; un ragazzo in motorino grida “andate a casa”. Alcuni agenti delle forze dell’ordine in borghese scattano foto agli attivisti che si sono spogliati e si consultano senza intervenire.

Olivier Turquet, condirettore internazionale di Pressenza, agenzia stampa per la pace e la non violenza, ha appena letto la Dichiarazione di emergenza mediatica di Extinction rebellion, un invito a chi lavora nell’informazione ad appoggiare le azioni di disobbedienza civile non violente del movimento. “Crediamo che il ruolo principale di tutti i canali d’informazione debba essere da una parte educativo, in modo da informare tutta la popolazione, e dall’altra di denuncia dei tremendi interessi che stanno impedendo la messa in atto delle misure necessarie a invertire la tendenza” della crisi climatica ed ecologica.

L’informazione assente
Dopo di lui Giampiero Valenza, responsabile del dipartimento di comunicazione ambientale del Centro di ricerche interuniversitario in scienze ambientali dice che “sostenere l’ambiente non deve essere una pratica di moda, ma una pratica ordinaria. E i mezzi d’informazione sono fondamentali per costruire un contesto culturale dove questo possa accadere”.

Ma i giornalisti non ci sono. Non c’è l’Ansa, non c’è l’Agi, non ci sono i grandi giornali italiani, non c’è la Rai.

A meno di due chilometri, in piazza San Giovanni si era tenuta poche ore prima la “marcia della liberazione” dei no mask, i negazionisti scesi in piazza per protestare contro la “dittatura sanitaria” che impone l’uso della mascherina per rallentare la diffusione del covid-19. Di loro hanno parlato tutti i giornali e telegiornali.

Contenere l’aumento del riscaldamento eviterebbe tra i 110 e i 190 milioni di morti premature da qui alla fine del secolo

Eppure, che il nostro pianeta sia davanti a un collasso climatico ed ecologico che pone dei gravi rischi per la salute e la vita umana sulla Terra lo dice a gran voce, ormai da anni, praticamente tutta la comunità scientifica. La stessa categoria di professionisti adesso impegnata nella lotta al covid-19 e concorde nel raccomandare l’uso delle mascherine.

Francesco e Davide fanno parte di Doctors for Extinction rebellion, un collettivo di medici che riconoscendo il cambiamento climatico come una catastrofe imminente di sanità pubblica, ha deciso di intraprendere la disobbedienza civile con Extinction rebellion. Si riconoscono dagli altri attivisti perché portano un gilet fluorescente. “Siamo medici, abbiamo giurato di difendere la salute. Il nostro codice deontologico ci impone di preservare la salute dell’ambiente. La crisi climatica è per le persone innanzitutto una crisi sanitaria. Per questo lanciamo un grido di allarme al ministro della salute Roberto Speranza” dice il primo, medico specializzando in malattie infettive. Il secondo è laureando in medicina, a causa del covid-19 ha dovuto posticipare la laurea. Con fervore snocciola una lista senza fine di studi scientifici che mettono in relazione la salute umana con la distruzione degli ecosistemi naturali e il riscaldamento terrestre.

Lancet countdown on health and climate change, il conto alla rovescia della rivista scientifica The Lancet, studia dal 2012 le connessioni tra salute pubblica e riscaldamento terrestre. L’edizione 2019 dice che “la vita di ogni bambino nato oggi sarà profondamente influenzata dal cambiamento climatico. Senza un intervento accelerato, questa nuova epoca definirà la salute delle persone in ogni fase della loro vita”.

Il rapporto “La sindemia globale: obesità, malnutrizione, cambiamento climatico” sollecita “un ripensamento radicale dei modelli di business, dei sistemi alimentari, del coinvolgimento della società civile e della governance nazionale e internazionale per affrontare la sindrome globale di obesità, denutrizione e cambiamento climatico”. Un’epidemia sindemica è l’aggregazione di due o più epidemie o gruppi di malattie simultanei o sequenziali in una popolazione, che esasperano la prognosi e il carico della malattia. Nel caso del covid-19 l’Organizzazione mondiale per la sanità dice che “il cambiamento climatico può influenzare indirettamente la risposta delle persone al covid-19, poiché mina i determinanti ambientali della salute e pone ulteriore stress sui sistemi sanitari”.

Nella tribuna di The Lancet “Un impegno per la salute planetaria per unire i professionisti della salute nell’antropocene” gli scienziati ammoniscono che “la crisi climatica, l’acidificazione degli oceani e la perdita di biodiversità, tra le altre, sono le principali minacce per la salute umana”.

Una crisi nella crisi
Nel 2018 il rapporto speciale del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) su 1,5 gradi di riscaldamento globale avvertiva che gli effetti del riscaldamento globale sono già visibili, e che limitare l’aumento del riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto a 2 gradi ridurrebbe gli impatti impegnativi sugli ecosistemi, sulla salute umana e sul benessere. In particolare ridurrebbe sostanzialmente la probabilità di siccità nella regione mediterranea, ma non solo, e con questo le carestie e le migrazioni che ne conseguono. Il rapporto nota inoltre che i gas serra e gli inquinanti atmosferici sono tipicamente emessi dalle stesse fonti. Quindi, le strategie di mitigazione che riducono i gas serra o l’uso di combustibili fossili in genere riducono anche le emissioni di inquinanti. Ogni anno ci sono circa sette milioni di morti premature a causa dell’inquinamento atmosferico interno ed esterno. Contenere l’aumento del riscaldamento entro 1,5 gradi eviterebbe tra i 110 e i 190 milioni di morti premature da qui alla fine del secolo.

Nel 2020 sono morte di covid-19 più di un milione di persone. E se la tendenza continua così, secondo le proiezioni riportate dalla rivista Nature, entro gennaio 2021 le vittime di morte prematura causate dalla pandemia potrebbero superare i 2,5 milioni. Il covid-19 è una crisi nella crisi. Papa Francesco ha reso bene l’idea: “Pensavamo di rimanere sani in un mondo malato”.

La performance di Extinction rebellion in piazza dell’Esquilino, Roma, 10 ottobre 2020. (Simona Granati, Corbis/Getty Images)

La performance in piazza dell’Esquilino era l’ultima di una serie di azioni non violente e di denuncia organizzate dal 5 all’11 ottobre da Extinction rebellion nella capitale e indirizzate al governo italiano e ai mezzi d’informazione. Gli attivisti chiedono di dire la verità sulla crisi climatica ed ecologica, sollecitano il governo ad agire immediatamente per fermare le attività responsabili del riscaldamento terrestre e la distruzione degli ecosistemi naturali, propongono l’istituzione di assemblee cittadine deliberative per affiancare la politica nel prendere decisioni condivise sul futuro di tutti per la crisi climatica, ecologica e sociale.

Ma le azioni di disobbedienza civile più eclatanti, preparate sperando di conquistare visibilità e far conoscere il movimento al grande pubblico, si sono scontrate con un muro di silenzio. Anche quella organizzata davanti al Palazzo di vetro, la sede dell’Eni nel quartiere Eur, dove una decina di attivisti sono rimasti incatenati per oltre 52 ore al cancello d’ingresso della multinazionale, chiedendo al governo di interrompere i sussidi all’Eni e tutte le altre industrie fossili estrattive, minacciando di non andarsene se il ministro dello sviluppo economico Stefano Patuanelli o il ministro dell’economia e delle finanze Roberto Gualtieri non li avessero incontrati. Uno di loro, un ragazzo sui vent’anni, è rimasto tutto il tempo in cima a un treppiede alto più di tre metri, dormendo di notte in una specie di branda usata dagli alpinisti per le scalate in montagna. Ma dal governo non si è fatto vivo nessuno, e malgrado i comunicati stampa inviati a tutte le redazioni, nessun quotidiano o telegiornale è andato all’Eur per vedere cosa succedeva. Abbandonando il presidio sabato pomeriggio una giovane attivista constata: “Per il futuro dobbiamo migliorare la nostra strategia. Non abbiamo dato noia a nessuno: all’Eni sono tutti in smart working”.

Attraverso la Cassa depositi e prestiti, lo stato detiene il 30 per cento delle azioni di Eni. Ed Eni è la multinazionale con il maggior numero di pozzi estrattivi e con la maggior produzione di petrolio. Nonostante la narrativa che la vorrebbe impegnata in una “transizione verde”, i dati mostrano che ancora nel 2018, dopo la ratifica dell’accordo di Parigi da parte dell’Italia e la sua entrata in vigore, Eni ha aumentato del 5 per cento la sua produzione di barili/giorno di combustibili fossili e ha acquisito nuovi titoli esplorativi.

Fondi europei
Extinction rebellion contesta ai mezzi d’informazione di non fare la loro parte per fornire un vero accesso all’informazione. “Se in Italia ci fosse una vera informazione ambientale sarebbe molto facile per tutti capire che siamo davanti a una crisi globale, e io penso che saremmo tutti in strada a protestare”, dice Naida, venuta a Roma da Palermo in treno per partecipare alla sua prima azione di disobbedienza civile. Secondo lei, che fa la guida turistica e che per documentarsi legge i giornali in inglese, il giornalismo italiano non è pronto e non è formato a parlare della crisi climatica ed ecologica. “Ma viene il dubbio che ci sia anche un conflitto di interessi perché Eni è parte dei finanziatori di alcuni gruppi editoriali”.

L’azione davanti all’Eni voleva richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul fondo per la ripresa (o recovery fund), soldi stanziati nell’ambito del programma Next generation Eu della Commissione europea con l’obiettivo di finanziare la transizione ecologica e che dovranno essere ripagati dalle generazioni future. C’è il timore, e non solo da parte degli attivisti di Extinction rebellion , che quote di questi fondi finiscano a Eni e ad altre industrie estrattive in senso lato, cioè a coloro che hanno portato il pianeta alla situazione di collasso attuale.

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Una delle richieste di Extinction rebellion meno conosciuta è quella delle assemblee cittadine deliberative: un organo istituzionale formato da cittadini scelti a campione, in modo casuale e rappresentativo della popolazione, che lavorano insieme per un certo periodo cercando soluzioni a problemi di grande entità. Problemi che richiedono decisioni che avranno un impatto sulla vita di tutti e che secondo gli attivisti non possono essere solo delegate ai rappresentanti politici, ma devono coinvolgere le persone nelle decisioni. “Finora i rappresentanti politici non sono stati in grado di affrontare in maniera adeguata la crisi climatica ed ecologica. Le assemblee cittadine sono un modo per ampliare la democrazia e potrebbero aiutarli nel trovare le giuste soluzioni”, dice Daniele, un attivista di Bologna che in Extinction rebellion si occupa di formazione all’azione diretta non violenta.

Le assemblee cittadine sono state già usate in altri paesi, come per esempio in Irlanda per proporre una legge per la libertà di scelta sull’aborto, o come in Francia, dove un’assemblea cittadina consultiva, la Convenzione cittadina per il clima, ha votato al 99 per cento a favore dell’introduzione del reato di ecocidio nella giurisprudenza francese. Il crimine di ecocidio è definito usando il concetto di “confini planetari” (livelli di co2, acidificazione degli oceani, integrità della biosfera, etc. tutti concetti basati su dati scientifici) oltre i quali non si può andare senza rischiare un danno irreversibile alla capacità della Terra di sostenere la vita umana.
Secondo gli attivisti di Extinction rebellion l’introduzione del crimine di ecocidio in Italia sarebbe un punto di svolta nella battaglia per proteggere la vita sulla Terra.