Il 23 gennaio il relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Birmania, Tom Andrews, ha invitato la comunità internazionale a respingere fin da ora i risultati delle “elezioni farsa” organizzate dalla giunta militare al potere, la cui terza e ultima fase si svolgerà il 25 gennaio.
Le forze armate governano questo paese del sudest asiatico dalla sua indipendenza nel 1948, con l’eccezione di una parentesi democratica tra il 2011 e il 2021. I militari avevano poi ripreso il potere con il colpo di stato del febbraio 2021, imprigionando la premier di fatto Aung San Suu Kyi, e il paese era piombato in una guerra civile.
“La giunta ha organizzato le elezioni solo ed esclusivamente per consolidare il suo potere in tutto il paese”, ha affermato Andrews in un comunicato.
“Per l’occasione ha messo al bando i partiti d’opposizione, imprigionato alcuni leader, messo un bavaglio alla stampa, negato le libertà fondamentali e usato la paura e la coercizione per portare alle urne un elettorato riluttante”, ha aggiunto.
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Il Partito dell’unione, della solidarietà e dello sviluppo (Usdp), che gli esperti considerano la branca civile della giunta, sostiene di aver ottenuto quasi il 90 per cento dei seggi in palio nella prima fase delle elezioni, che si è svolta alla fine di dicembre.
“La giunta spera che la comunità internazionale scenda a patti con un potere militare in abiti civili, ma questo non deve accadere”, ha dichiarato Andrews, un ex deputato democratico statunitense.
“Coloro che riconosceranno i risultati elettorali si renderanno complici della giunta, ostacolando una vera soluzione della crisi”, ha aggiunto.
“Il popolo birmano ha dimostrato un coraggio straordinario nell’opporsi alla tirannia” e “merita di poter decidere il proprio futuro, non elezioni farsa per tenere al potere i suoi oppressori”, ha concluso Andrews.
I relatori speciali sono esperti indipendenti nominati dal Consiglio di sicurezza, ma non si esprimono a nome delle Nazioni Unite.
Secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj), un’ong con sede negli Stati Uniti, alla fine del 2025 la Birmania era il secondo paese al mondo, dietro alla Cina, per numero di giornalisti in prigione (trenta) per motivi legati al loro lavoro.