10 giugno 2017 10:17

L’8 giugno l’ex direttore dell’Fbi James Comey ha testimoniato davanti a una commissione del senato che indaga sulle presunte interferenze della Russia nelle elezioni presidenziali del 2016 e su possibili collusioni con alcuni collaboratori del presidente Donald Trump. La testimonianza era molto attesa, non tanto per scoprire nuovi elementi sull’inchiesta (Comey si è rifiutato più volte di rispondere alle domande specifiche sulle indagini) ma perché l’ex direttore dell’Fbi doveva dare la sua versione sul rapporto con il presidente.

Il 9 maggio Trump aveva licenziato Comey dicendo di non essere soddisfatto del modo in cui aveva gestito l’inchiesta su Hillary Clinton e sul suo uso di un account di posta privato ai tempi in cui era segretaria di stato. Da subito, però, quasi nessuno aveva creduto a questa spiegazione: un mese prima Comey aveva detto in una testimonianza al congresso che la sua agenzia stava indagando sui tentativi del governo russo di condizionare l’esito delle elezioni presidenziali del 2016, e su una possibile collaborazione tra i consiglieri di Trump e i funzionari russi. Era sembrato subito chiaro che la decisione di Trump aveva a che fare con l’inchiesta dell’Fbi.

Poco dopo era stato lo stesso presidente ad ammetterlo, e la conferma definitiva era arrivata il il 19 maggio, quando il New York Times aveva rivelato, citando fonti interne alla Casa Bianca, che durante un incontro nello studio ovale Trump aveva detto all’ambasciatore russo a Washington di essere sotto “grande pressione” per via dell’inchiesta sull’interferenza russa e che il licenziamento di Comey gli aveva permesso di “togliersela di dosso”. Inoltre era anche trapelato un documento in cui Comey sosteneva che durante uno dei loro incontri Trump gli aveva chiesto di chiudere l’indagine su Michael Flynn, il primo consigliere per la sicurezza nazionale del presidente. Tutto questo aveva portato molti commentatori e oppositori politici di Trump a temere che il presidente volesse bloccare un’inchiesta scomoda, e che per questo potesse essere accusato di voler ostacolare la giustizia, un reato per cui un presidente può rischiare l’impeachment.

L’8 giugno Comey ha offerto un racconto dettagliato di alcuni dei nove colloqui avuti con il presidente tra dicembre del 2016 e maggio del 2017. Ha confermato molti dei sospetti emersi su Trump in questi mesi, e ha fatto capire di essere convinto di aver perso il posto per non aver ceduto alle pressioni di Trump. Ecco alcuni dei punti più interessanti venuti fuori dalla sua testimonianza:

  • Comey è convinto che Trump sia un bugiardo. “Ero sinceramente preoccupato che il presidente potesse mentire sulle nostre conversazioni”, ha detto l’ex direttore dell’Fbi per spiegare perché avesse deciso di scrivere dei rapporti dopo ogni colloquio con il presidente. “Sapevo che un giorno avrei potuto aver bisogno di un documento su quello che è successo, per difendere non solo me stesso e l’Fbi ma anche l’integrità della nostra funzione”. Comey ha anche sostenuto che Trump ha mentito sul motivo del licenziamento: “L’amministrazione ha scelto di diffamare me e l’Fbi dicendo che l’agenzia era in difficoltà e che i dipendenti avevano perso fiducia nel loro capo”. Riguardo al fatto che Trump potrebbe aver registrato le loro conversazioni (come ha fatto capire il presidente in un tweet in cui sembrava minacciare il direttore dell’Fbi), Comey ha detto: “Dio, spero che ci siano delle registrazioni”.
  • Comey è convinto che Trump abbia cercato di interferire nell’indagine federale. Ha confermato che il presidente gli ha chiesto più di una volta di chiudere l’indagine su Flynn, dicendo che aveva sbagliato a mentire al vicepresidente sui suoi rapporti con alcuni funzionari russi ma che non aveva fatto niente di illegale e che “è una brava persona”. Inoltre Comey sostiene che Trump gli ha ripetutamente chiesto di fare qualcosa per eliminare l’idea che anche lui fosse sotto indagine. In nessun caso, però, Trump gli avrebbe chiesto di bloccare l’intera indagine sulla Russia. Un’eventualità che avrebbe messo il presidente in una posizione molto più complicata.
  • Comey ha passato informazioni alla stampa per ostacolare i piani di Trump. Durante la testimonianza ha ammesso che dopo essere stato licenziato ha deciso di far trapelare alcuni passaggi dei suoi rapporti sugli incontri con Trump, in particolare la richiesta del presidente di chiudere l’inchiesta su Flynn. L’avrebbe fatto per impedire al presidente di mettere a tacere l’inchiesta e convincere il dipartimento di giustizia a mettere a capo del dossier un procuratore speciale indipendente dalla Casa Bianca. In effetti le cose sono andate così: il 18 maggio si è saputo che l’inchiesta federale sarà portata avanti da Robert Mueller, un ex direttore dell’Fbi considerato una figura indipendente e stimato sia dai democratici sia dai repubblicani.

Oltre a questo, dal racconto di Comey si capisce che Trump non è ben consapevole del principio della separazione dei poteri e non è disposto ad accettare l’indipendenza di altri organi del governo. Durante uno dei colloqui, riportato nel documento presentato da Comey al congresso il giorno prima di deporre, il presidente dice di aspettarsi – di avere bisogno – di “lealtà”. E il direttore dell’Fbi risponde: “Sarò sempre sincero nei suoi confronti”. E Trump conclude: “Ho bisogno di questo: sincera lealtà”.

La deposizione di Comey non cambia la posizione giuridica di Trump nell’immediato, ma è comunque una brutta notizia per la Casa Bianca perché potrebbe portare il congresso a mettere da parte l’indagine sull’interferenza russa (una vicenda in cui Trump, come ha detto lo stesso Comey, non è sotto inchiesta) e a concentrarsi sull’accusa di ostacolo alla giustizia, cioè su un potenziale reato federale. Come spiega Evan Osnos sul New Yorker, nessun presidente statunitense è mai stato incriminato per questo: Richard Nixon e Bill Clinton furono indagati ma alla fine il dipartimento della giustizia decise di non metterli sotto accusa. In entrambi i casi, però, le indagini portarono alla scoperta di altri fatti che a loro volta aprirono la strada di procedimenti al congresso che crearono le basi per la messa in stato d’accusa.

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Per ora l’accusa di aver ostacolato la giustizia sembra difficile da provare: da quello che sappiamo in questo momento c’è solo la parola di Comey contro quella del presidente. Inoltre, stando alla dichiarazione di Comey, Trump gli avrebbe detto “spero che lei possa lasciar stare l’indagine su Flynn”. Secondo molti senatori repubblicani la frase, così formulata, dimostra che il presidente non stava dando un ordine a Comey. In ogni caso, non è escluso che possano venire fuori altri elementi su questa vicenda. Il 9 giugno la commissione d’intelligence della camera ha chiesto alla Casa Bianca di consegnare eventuali registrazioni dei colloqui tra il presidente e l’ex direttore dell’Fbi.

Trump ha commentato l’audizione in un tweet in cui sostiene di essere stato totalmente scagionato e sottolinea il fatto che Comey ha ammesso di aver passato notizie alla stampa. Poco dopo ha detto di essere disposto a testimoniare sotto giuramento.

Un presidente isolato
Dopo che Trump ha deciso di abbandonare l’accordo sul clima di Parigi, gli Stati Uniti sembrano sempre più isolati sul fronte internazionale. Cina e Unione europea hanno fatto capire di voler aumentare la collaborazione sulle energie rinnovabili e sulla riduzione delle emissioni. E la settimana scorsa Jerry Brown, il governatore della California – il secondo stato nel paese per emissioni di anidride carbonica e la sesta economia del mondo – ha incontrato il presidente cinese Xi Jinping a Pechino. I due leader avrebbero discusso su come Cina e California possono lavorare insieme sul clima. Brown ha anche annunciato che insieme ai governatori di New York e Washington fonderà la United States climate alliance, con l’obiettivo di onorare i termini dell’accordo di Parigi.

Altre critiche a Trump continuano ad arrivare dalla comunità scientifica statunitense. Secondo alcuni la decisione di Trump, motivata dalla volontà di ridare slancio al settore minerario e alle industrie statunitensi che fanno grande affidamento sui combustibili fossili, non produrrà gli effetti sperati. L’industria del carbone statunitense è in declino ormai da anni ed è difficile che gli sforzi di Trump per rilanciarla possano invertire la tendenza. Il paese si sta muovendo molto velocemente verso un’economia basata su fonti rinnovabili. Lo dimostra il fatto che alcune grandi aziende, come la General Electric e la Exxon Mobil, hanno contestato la scelta della Casa Bianca. Inoltre Google, Apple e Facebook si sono impegnate a usare solo energie rinnovabili entro pochi anni.

Si tratta di una tendenza ormai in corso in tutto il mondo, dove le centrali elettriche a carbone vengono dismesse a un ritmo sempre maggiore, mentre il costo delle energie rinnovabili continua a scendere.

Attacco al sindaco di Londra
Il 3 giugno un attentato terroristico compiuto da persone legate al gruppo Stato islamico ha causato almeno otto morti a Londra. Trump è intervenuto su Twitter per criticare Sadiq Khan, il sindaco di Londra, per non saper affrontare la minaccia terroristica.

Contro il Qatar
Trump ha sostenuto la scelta dell’Arabia Saudita e altri paesi del golfo Persico di imporre sanzioni al Qatar. Su Twitter il presidente ha scritto che isolando Doha si fanno passi avanti per mettere fine al terrorismo.

In molti hanno fatto notare che il principale finanziatore dell’estremismo e del terrorismo jihadista è l’Arabia Saudita, che Trump ha scelto come principale alleato nella regione.

Inoltre, bisogna considerare che in Qatar hanno sede il comando delle operazioni aeree contro il gruppo Stato islamico e anche il comando centrale statunitense per le operazioni in Afghanistan e in Medio Oriente.