L’auto di Luca Traini, Macerata, 3 febbraio 2018.

Da Fermo a Macerata, la vera emergenza è il fascismo

L’auto di Luca Traini, Macerata, 3 febbraio 2018.
05 febbraio 2018 16:21

“Scimmia africana”: così Amedeo Mancini aveva chiamato una giovane nigeriana prima di sferrare un pugno contro il marito, uccidendolo. Succedeva il 5 luglio 2016, meno di due anni fa, vicino al belvedere di Fermo, una cittadina marchigiana a 45 chilometri da Macerata. Per l’omicidio di Emmanuel Chidi Nnamdi, colpevole di aver reagito agli insulti rivolti alla sua compagna Chiniery, Amedeo Mancini, ultrà della Fermana vicino ad ambienti neofascisti, è stato condannato a quattro anni di carcere con il patteggiamento e rimesso in libertà nel maggio del 2017, a nemmeno un anno dall’omicidio.

All’epoca i difensori di Mancini invocarono la legittima difesa e accusarono la vittima di aver provocato l’aggressore. Dissero anche che Mancini, ex pugile, era vicino agli ambienti dell’estrema destra, ma non era fascista. A nemmeno due anni di distanza, un sabato mattina a Macerata, Luca Traini, 28 anni, entra in macchina e gira per la città sparando con una pistola Glock contro i passanti, vuole uccidere chi ha la pelle nera. Jennifer Odion, una ragazza nigeriana di 25 anni, è colpita da un proiettile alla spalla mentre si trova alla fermata dell’autobus. Si accascia per terra davanti allo sguardo incredulo del suo fidanzato. Traini riparte sulla sua Alfa nera e colpisce altre cinque persone in dieci punti della città. Sono tutti uomini, sono tutti richiedenti asilo. Nessuno di loro conosce Traini e ha mai avuto contatti con lui. Sconosciuti.

Vittime casuali
Un proiettile attraversa l’addome di Mahamadou Touré, 28 anni, originario del Mali. Il proiettile penetra in profondità e provoca un ematoma al fegato. Touré è ricoverato e sottoposto a un’operazione in ospedale, è ancora in terapia intensiva. Anche Wilson Kofi, 20 anni, ghaneano, è colpito all’altezza del busto e riporta diverse fratture alle costole e una contusione polmonare. Kofi si trovava con Festus Omagbon, 32 anni, che viene ferito al braccio destro. Gideon Azeke, nigeriano, era in bicicletta quando ha sentito lo sparo e subito dopo il dolore all’altezza della coscia. È caduto a terra, ma nessuno l’ha aiutato. È dovuto arrivare alla fermata dell’autobus sulle sue gambe prima che qualcuno chiamasse un’ambulanza.

Infine Omar Fadera, 23 anni, del Gambia, è stato colpito di striscio. Altre due persone hanno contattato il pronto intervento, ma poi non si sono fatte trovare. Si presume che fossero migranti irregolari coinvolti nella sparatoria, che hanno avuto paura di rivolgersi all’ospedale.

Traini viene arrestato a piazza della Vittoria, si mette addosso un tricolore e dice “Viva l’Italia” quando i carabinieri lo fermano. Il colonnello dei carabinieri Michele Roberti dice che Traini è “lucido e determinato” al momento dell’arresto e non sembra sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Roberti esclude un legame diretto tra la sparatoria e l’omicidio di Pamela Mastropietro, la diciottenne uccisa nelle campagne di Pollenza il 31 gennaio.

Per l’omicidio non c’è nessun accusato: la ragazza, che era tossicodipendente, potrebbe essere morta di overdose, non è chiaro nemmeno se sia stata violentata. Ma il suo corpo è stato fatto a pezzi e nascosto in due valigie. Per l’occultamento del cadavere è stato arrestato lo spacciatore Innocent Oseghale, nigeriano, che al momento è in carcere e potrebbe non aver agito da solo. Secondo quanto affermato dai carabinieri, Luca Traini non conosceva Pamela Mastropietro e non aveva nessun rapporto con lei, eppure tutti ipotizzano che Traini abbia deciso di prendere la pistola e sparare contro degli sconosciuti con la pelle nera per vendicare la morte della ragazza. “Lo capisco, anche se ha colpito degli innocenti”, dice alla stampa la madre della ragazza dopo la sparatoria.

La connessione tra l’attacco a sfondo razziale di Traini contro sconosciuti e la morte di Pamela Mastropietro prende piede nella ricostruzione dei fatti e rimbalza di sito in sito, di notizia in notizia tanto che anche le istituzioni la danno per scontata. Il ministro dell’interno Marco Minniti in una conferenza stampa a Macerata lo stesso giorno della sparatoria condanna quanto avvenuto, ma parla di “farsi giustizia da soli” e il leader della Lega Matteo Salvini si difende dall’accusa di essere “il mandante morale” della sparatoria (Traini era stato candidato alle amministrative nel 2017 nelle file leghiste) dicendo che il motivo di tanta violenza sono i sostenitori dell’immigrazione di massa.

L’unica rappresentante delle istituzioni che usa parole nette di condanna è Laura Boldrini, che chiama il raid “fascista”

Anche i leader del centrosinistra, in piena campagna elettorale, usano parole tiepide: il segretario del Partito democratico Matteo Renzi e la sottosegretaria di stato alla presidenza del consiglio Maria Elena Boschi chiedono di “non strumentalizzare” l’accaduto. La stessa posizione è sostenuta dal leader dei cinquestelle Luigi Di Maio. Il premier Paolo Gentiloni parla di “comportamenti criminali” che non possono avere “nessuna matrice ideologica”. “I delinquenti sono delinquenti”, afferma Gentiloni.

L’unica rappresentante delle istituzioni che usa parole nette di condanna è la presidente della camera Laura Boldrini, che chiama il raid “fascista”. Boldrini, a sua volta, è oggetto di attacchi violenti sui social network per le sue posizioni sull’immigrazione. “Sgozzata da un nigeriano inferocito, questa è la fine che deve fare così per apprezzare le usanze dei suoi amici”, scrive lo stesso giorno su Facebook un uomo di 58 anni della provincia di Cosenza, che viene denunciato e individuato dalla polizia postale.

A condannare fermamente il gesto di Traini c’è anche Roberto Maroni, governatore della Lombardia ed ex ministro dell’interno, che definisce l’aggressore “un criminale fascistoide che non ha nulla a che vedere con la Lega nord”. I giornali stranieri in effetti hanno meno reticenze di quelli italiani a definire Traini “un estremista dell’estrema destra” (Associated Press) oppure “un militante della Lega nord” (Mediapart) e raramente usano le definizioni “gesto folle” o azione di uno “squilibrato”.

La matrice ideologica
Il raid razzista di Traini ha una matrice ideologica: nella perquisizione della sua casa a Tolentino i carabinieri trovano diverse pubblicazioni neofasciste e una copia del Mein Kampf di Adolf Hitler. Traini inoltre ha un tatuaggio sulla fronte: il Wolfsangel, il simbolo celtico usato dai nazisti che è stato ripreso anche nello stemma di Terza posizione, un’organizzazione eversiva neofascista fondata alla fine degli anni settanta da Roberto Fiore, oggi leader di Forza nuova. Dopo la sparatoria, Fiore si schiera pubblicamente al fianco di Luca Traini e s’impegna a non lasciarlo solo e a pagargli le spese legali. Traini è accusato di strage.

Tra l’uccisione di Emmanuel Chidi Nnamdi a Fermo e la sparatoria razzista a Macerata sono trascorsi meno di due anni d’intensa campagna elettorale, che si è svolta in particolare sul tema dell’immigrazione. Dopo la sparatoria di Macerata, Matteo Salvini ha rispolverato il concetto di “invasione incontrollata” e Silvio Berlusconi ha promesso di espellere 6oomila irregolari. Tuttavia nell’ultimo anno l’arrivo di migranti in Italia è diminuito del 34 per cento e in particolare nelle Marche (dove la loro presenza è del 10 per cento, in linea con quella nazionale) gli immigrati residenti sono diminuiti di più di mille unità dal 2013 a oggi.

Secondo i dati dell’Istat, nel 2013 gli immigrati nella regione erano 32.267, mentre sono arrivati a 31.020 nel 2017. La percezione del fenomeno però nell’ultimo anno ha assunto tinte fosche, al punto che anche i politici del centrosinistra hanno usato termini e toni simili a quelli della destra. Il ministro dell’interno Marco Minniti ha sostenuto la necessità di chiudere la rotta del Mediterraneo centrale giustificandola con i timori per “la tenuta democratica del paese”. Secondo il rapporto dell’Eurispes 2018, la percezione che gli italiani hanno della presenza degli immigrati nel paese è largamente sovrastimata. Per il 35 per cento degli intervistati dall’istituto di ricerca gli immigrati nel paese sarebbero il 16 per cento della popolazione, cioè il doppio di quanti sono in realtà (8 per cento). Per il 25 per cento degli intervistati un residente su quattro sarebbe di origine straniera.

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La conseguenza di questa percezione lontana dalla realtà, accompagnata da una sottovalutazione da parte delle istituzioni della violenza praticata da gruppi legati all’estrema destra, ha portato all’aumento di attacchi e aggressioni contro gli immigrati. Il 2 gennaio 2018 a Spinetoli, in provincia di Ascoli Piceno, una palazzina che avrebbe dovuto ospitare un gruppo di minori stranieri non accompagnati è stata data alle fiamme. La procura ha aperto un’inchiesta per incendio doloso aggravato dall’odio razziale. Il 23 novembre 2017 un dirigente di CasaPound ad Ascoli Piceno è accusato di aver picchiato un militante di sinistra di 17 anni davanti alla scuola per motivi politici.

A Fermo tra febbraio e maggio del 2016, prima dell’omicidio di Emmanuel Chidi Nnamdi, sono stati fatti esplodere ordigni davanti a quattro chiese, accusate di aver ospitato i profughi. Per gli attentati sono state fermate due persone legate alla curva della Fermana, simpatizzanti della Lega di Matteo Salvini e sostenitori di Amedeo Mancini. Tutti episodi sottovalutati che avrebbero dovuto far pensare a una nuova aggressiva presenza di gruppi neofascisti sul territorio, pronti a usare i migranti per creare focolai di tensione. Come spiegava lo scrittore Alessandro Leogrande in un articolo sull’omicidio di Emmanuel Chidi Nnamdi, la tranquilla provincia italiana non ci sta a essere bollata come razzista e reagisce minimizzando gli episodi di violenza e trasformando almeno in parte le vittime in colpevoli.

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