Nell’ultimo anno gli episodi di razzismo, i crimini di odio, le azioni di ostilità verso gli stranieri, le aggressioni a sfondo xenofobo sembrano essere aumentati in maniera preoccupante: le ultime notizie di questo tipo riportate dai mezzi d’informazione riguardano le scritte razziste contro Bakary Dandio, l’atleta senegalese adottato da una coppia di Melegnano, in provincia di Milano; gli insulti espressi da un maestro elementare contro un bambino nigeriano in una scuola di Foligno; le ripetute aggressioni fisiche contro un ragazzino egiziano di dodici anni davanti a una scuola nel quartiere Portuense di Roma.

Dall’estate 2018 i mezzi d’informazione italiani parlano di “un’emergenza razzismo” nel paese, assumendo toni allarmistici che sono ridimensionati dal ministro dell’interno Matteo Salvini e dal suo governo. Chi ha ragione? C’è un’emergenza razzismo in Italia? Sono davvero aumentati gli attacchi razzisti nel nostro paese?

In Italia come nella maggior parte dei paesi occidentali i crimini di odio, motivati da ragioni etniche, religiose e razziali sono in aumento da anni, anche se le cause di questo incremento sono difficili da stabilire. Il problema principale è che in Italia non esiste una banca dati ufficiale che raccolga e pubblichi ciclicamente le statistiche su questo tipo di aggressioni, come avviene invece in altri paesi europei.

Tra tutte le discriminazioni, quelle per motivi etnico-razziali hanno la percentuale più alta

Esistono diverse agenzie che raccolgono questo tipo di dati, ma non c’è un coordinamento centralizzato di quest’attività. Nel 2010 è stato creato l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad), un’agenzia del ministero dell’interno che raccoglie le segnalazioni alla polizia di crimini di odio. Ma i dati di questa agenzia non sono molto aggiornati: le denunce del 2018 non sono state ancora pubblicate, nel 2017 i crimini di odio registrati sono stati 1.048, un aumento netto rispetto ai 736 del 2016.

Altre agenzie governative in possesso di dati utili sono il ministero della giustizia, che registra il numero dei procedimenti giudiziari avviati per questo tipo di crimini, mentre i dati delle discriminazioni li raccoglie anche l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar), un ufficio che dipende dalla presidenza del consiglio dei ministri. Nell’ultima relazione dell’Unar, emerge che tra tutte le discriminazioni, quelle per motivi etnico-razziali hanno la percentuale più alta, “arrivando a rappresentare l’82 per cento delle segnalazioni” nel 2017. Seguono le discriminazioni per disabilità e per orientamento sessuale.

Un fenomeno strutturale rimosso
Mancando le fonti ufficiali per descrivere il fenomeno, i dati raccolti dall’associazione Lunaria dal 2007 nell’osservatorio Cronache di ordinario razzismo sono diventati un importante archivio per giornalisti ed esperti, ma la stessa associazione sottolinea che la raccolta delle segnalazioni, che avviene soprattutto con il monitoraggio delle notizie, non ha valore statistico e quantitativo e non può essere citata come se fosse uno studio ufficiale.

“Il nostro lavoro è cominciato all’epoca dei pacchetti sicurezza di Roberto Maroni nel 2007 e aveva l’obiettivo di dimostrare che non eravamo di fronte a casi isolati di razzismo, ma che si trattava di un fenomeno diffuso nel paese. Secondo noi non è un’emergenza, ma un fenomeno strutturale che è stato completamente rimosso dal dibattito pubblico per anni”, afferma Grazia Naletto, direttrice dell’unità immigrazione e razzismo di Lunaria.

“Ora c’è una grande attenzione da parte dei mezzi d’informazione su questo tema, però noi crediamo che questa condotta così schizofrenica dei mezzi d’informazione, che passano dall’enfatizzazione alla rimozione e viceversa, non aiuti a comprendere il fenomeno, ma finisca per polarizzare il dibattito ancora di più”, continua Naletto. “Il nostro database online non ha fini statistici, né potrebbe averne: raccoglie solo segnalazioni attraverso il monitoraggio dei mezzi d’informazione, o indicazioni di altre associazioni”. Si tratta di più di 6.800 casi raccolti dal 2007, ma le segnalazioni non necessariamente diventano denunce. “Si tratta in ogni caso di dati parziali”, chiarisce Naletto, “anche se possono aiutare a individuare delle tendenze”.

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Per Lunaria uno degli ostacoli alla comprensione del fenomeno è dato proprio dall’assenza di dati ufficiali: “È anche una questione di trasparenza: c’è una certa reticenza a pubblicare dei dati ufficiali in modo sistematico, anche per questo i mezzi d’informazione ricorrono a noi. Se ci fossero dei dati ufficiali comparabili e disponibili, noi potremmo continuare a fare il nostro lavoro che è di denuncia, non di raccolta quantitativa di dati”.

Esiste anche un problema di definizione di cosa significhi crimine di odio. Nella sua classificazione, Lunaria distingue tra violenze verbali e violenze fisiche; le violenze verbali sono a loro volta distinte in offese, minacce razziste e propaganda razzista; poi c’è una terza dimensione che riguarda i cortei pubblici e le manifestazioni che hanno dei contenuti discriminatori. Nelle violenze fisiche si distinguono le violenze più gravi che possono portare fino alla morte, le violenze alla persona, danni alla proprietà e alle cose e infine azioni discriminatorie (che seguono la definizione contenuta nel Testo unico sull’immigrazione del 1998).

Per il tipo di classificazione adottata da Lunaria, il dato anomalo degli ultimi anni riguarda soprattutto le aggressioni fisiche, che sembrano molto aumentate: “Tra il 2017 e il 2018 sono cresciute le violenze fisiche e questo corrisponde a una tendenza rilevata anche dall’Osce”, spiega Naletto. “Ci sembra che il dibattito pubblico così aggressivo rispetto all’immigrazione possa aver avuto un peso, ma questo non ci legittima a parlare di emergenza: è una tendenza che abbiamo osservato negli ultimi dieci anni unita a un dibattito pubblico polarizzato sulle migrazioni. Già nel 2017 avevamo osservato un passaggio dalla legittimazione alla rivendicazione degli atteggiamenti razzisti, è questa la novità degli ultimi anni”.

L’Oscad segue la classificazione di “crimine di odio” che è stata fornita dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), l’autorità internazionale che si occupa di questo tipo di reati. La classificazione di crimini di odio per l’Osce (e quindi per l’Oscad) è molto rigida e non contempla per esempio i discorsi d’odio (hate speech), limitando la sua analisi ai reati di odio. Un altro problema è che in Italia non esiste comunicazione tra il ministero della giustizia e il ministero dell’interno su questo tema, per cui non sappiamo quante denunce presentate alle forze di polizia si tramutino in processi. Per tutte queste ragioni è molto difficile quantificare l’aumento delle aggressioni razziste in Italia e determinarne le cause, così come è molto complicato fare un paragone con gli altri paesi europei.

“Ci sono paesi che per motivi storici hanno una tradizione più consolidata rispetto alla nostra per l’analisi e il monitoraggio di questo tipo di reati, come nel caso del Regno Unito e della Francia”, spiega Naletto, che conferma la difficoltà di comparazione dei dati tra i diversi paesi, perché anche la definizione di hate crime (reati di odio) non è la stessa nelle diverse legislazioni. In Italia abbiamo la legge Mancino, che per esempio non considera alcune azioni come hate crime. “Questo porta a registrare numeri molto diversi nelle segnalazioni, per esempio nel Regno Unito i numeri sono più alti di quelli dell’Italia”, conclude Naletto. In Italia dobbiamo considerare che molte persone nemmeno denunciano le aggressioni di cui sono vittime, solo negli ultimi anni infatti si sta parlando con più sistematicità di questo tipo di violenza.

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