Pozzi di petrolio incendiati dallo Stato islamico a Qayyara, vicino a Mosul, ottobre 2016.

Cosa resta di Mosul dopo la caduta del gruppo Stato islamico

Pozzi di petrolio incendiati dallo Stato islamico a Qayyara, vicino a Mosul, ottobre 2016.
19 settembre 2018 13:09

Il documentario Isis tomorrow, di Francesca Mannocchi e Alessio Romenzi, sarà presentato al festival di Internazionale a Ferrara il 7 ottobre. Francesca Mannocchi ne parlerà il 6 ottobre insieme al giornalista Gabriele Del Grande.

È difficile definire lo sguardo di Abudi, 8 anni, mentre ricorda la morte violenta del padre e degli zii, decapitati o lapidati dal gruppo Stato islamico (Is), o le frustate inflitte pubblicamente a sua madre perché non era vestita con modestia. Nour, invece, è stata sposata a un miliziano dell’Is e non rimpiange nulla, anzi crede che per l’organizzazione torneranno giorni migliori. Arwa augura il peggio agli occidentali che considera responsabili, con i bombardamenti a tappeto, degli arti amputati di suo figlio e della cecità di sua figlia.

Ascoltando queste testimonianze, che hanno l’effetto di un pugno in pancia, la prima domanda che viene in mente è: come hanno fatto a raccoglierle? Come hanno fatto la giornalista Francesca Mannocchi e il fotografo Alessio Romenzi a intervistare agenti dei servizi segreti, civili perseguitati e familiari dei miliziani a Mosul? Ma soprattutto, come sono riusciti a renderle così efficaci senza mai giustificare la violenza?

Sul campo
Isis tomorrow. The lost souls of Mosul è un lavoro d’inchiesta raro, nel quale i due autori sono riusciti a superare il fascino del male che l’Is sembra esercitare su molti giornalisti occidentali. Il loro sguardo paziente riesce a umanizzare persone che altrove sono presentate come incarnazioni del male. Le hanno ascoltate nel momento in cui sono passate dalla parte dei perdenti. E, cosa ancora più singolare, Mannocchi e Romenzi sono tornati a Mosul proprio mentre gli altri giornalisti se ne andavano via, chiedendosi cosa sarebbe successo a quelle persone dopo la guerra.

“La riconquista di Mosul da parte delle forze irachene nel luglio del 2017 è stato un evento molto coperto dai giornalisti”, spiega Mannocchi. “E posso dire che c’è stato anche molto sciacallaggio. Noi eravamo embedded con le forze irachene già nell’ottobre del 2016 per seguirne i movimenti e siamo tornati al momento dell’offensiva. Volevamo prima vedere, per poi capire cosa raccontare.


Il film è nato da una terribile osservazione di un amico iracheno, spiega Mannocchi:
“Ho chiesto: ‘Cosa succederà ai bambini dell’Is, ai figli di miliziani e di donne profondamente convinte del valore fondante del jihad? Cosa ne sarà di questi giovanissimi arruolati per il martirio?’”. Lui ha risposto rassegnato: “Ne dovranno uccidere più che possono. Che altro fare?”.

“Quello che mi ha colpito di questa risposta è che è la stessa data da molte organizzazioni e istituzioni che combattono l’Is in Libia, in Europa e in Iraq”, continua Mannocchi, come se, quando si parla dei jihadisti, tutti volessero lavarsene le mani.

L’inferno terreno
“Era solo un bambino. Era stato lasciato da solo mentre riprendevamo una casa. Gridò che eravamo kuffar infedeli e si è fatto esplodere”. A parlare è un giovane ufficiale dell’esercito iracheno intervistato per il film. “Il suo corpo era diviso in due, non riesco a non rivedere le sue parti e a chiedermi come un bambino possa essere stato indottrinato fino a quel punto”. Un altro video di propaganda dell’Is mostra un altro bambino di circa dieci anni alla guida di un’autobomba prima della missione suicida. Augura a tutti i bambini del mondo di avere la possibilità di morire, come lui, da martiri.

Per gli altri bambini reclutati dall’Is o per i figli dei miliziani l’inferno è invece arrivato sulla Terra, a Mosul. Umiliati giorno e notte, nelle carceri o nelle tendopoli – delle specie di prigioni a cielo aperto – non ricevono aiuti umanitari e non vanno a scuola. “Cosa imparerei dai libri in ogni caso?”, chiede Omar, uno di questi bambini emarginati. “Le vere armi lasciate dall’Is per il futuro sono proprio loro: centinaia di bambini convinti sostenitori del martirio”, spiega Mannocchi.

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Dal minareto della Grande moschea di Mosul, il 29 giugno 2014 Abu Bakr al Baghdadi si autoproclamò califfo della Dawla al islamiyya (stato islamico), annunciando la cancellazione delle frontiere imposte dai coloni francesi e britannici tra l’Iraq e la Siria. Sempre a Mosul, tre anni dopo, si è fermata la formidabile ascesa dell’organizzazione.

Le immagini della città a sei mesi dalla caduta, riprese sia con un drone sia da terra, sono sconvolgenti. Con una forte scelta estetica – senza voce narrante e con poca musica – ogni inquadratura lascia che sia lo spettatore ad analizzare senza filtri la situazione di una città dopo l’apocalisse. In questo inferno terreno regna la più terribile desolazione, i bambini cercano nella città fantasma qualche pezzo di ferro, mentre si vedono ancora cadaveri abbandonati tra le macerie e donne che fanno file chilometriche per trovare da mangiare. E intanto bruciano i pozzi di petrolio, un’immagine ricorrente del film, sollevando nuvole nere e potenti.

Se da un lato Isis tomorrow non offre nessun tipo di speranza, dall’altro dimostra che senza riconciliazione sarà impossibile mettere fine al jihad globale. I due giornalisti mostrano quello che hanno visto: un dopoguerra dove bambini, donne e militari pensano solo a ottenere vendetta. Le donne ricoprono in quest’ambito un ruolo cruciale nel ricordare gli ideali del gruppo Stato islamico ai figli. E così, in questa fase successiva al conflitto, ignorare le cause profonde della nascita e della crescita dell’Is significherà solo che la milizia è destinata a riformarsi.

“Mentre la narrazione globale era incentrata sui buoni e sui cattivi, quando siamo arrivati a Mosul nessuno era più dell’Is. Erano tutti combattenti antijihadisti della prima ora. Mi ha ricordato l’antifascismo del dopoguerra italiano”, conclude Mannocchi. “Invece, come le persone che avevano aderito ad Al Qaeda in Iraq dieci anni prima, molti si sono uniti all’Is al suo arrivo a Mosul. Se non capiamo che l’organizzazione ha dato una risposta a questioni importanti e profonde nella vita delle persone, continueremo ad assistere alla rinascita di altri gruppi come l’Is, di nuovi fondamentalismi”.

Il documentario Isis tomorrow, di Francesca Mannocchi e Alessio Romenzi, sarà presentato al festival di Internazionale a Ferrara il 7 ottobre. Francesca Mannocchi ne parlerà il 6 ottobre insieme al giornalista Gabriele Del Grande.

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