L’università di Ariel, nei Territori occupati, 2014. (Jonas Opperskalski, Laif/Contrasto)

Gli accademici italiani che si oppongono all’università di Ariel

L’università di Ariel, nei Territori occupati, 2014. (Jonas Opperskalski, Laif/Contrasto)
15 maggio 2019 15:55

Gli studiosi italiani che aderiscono all’associazione Sesamo, Società per gli studi del Medio Oriente, hanno inviato una lettera al ministero italiano dell’università e della ricerca chiedendo di non accreditare l’università israeliana di Ariel, costruita su territori palestinesi confiscati illegalmente.

Si tratta di una delle prime azioni in Europa – dopo molte proteste nate sia all’interno di Israele sia fuori – che sottolinea la problematica della cooperazione scientifica con le istituzioni presenti negli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania. La cooperazione con il mondo universitario europeo è cruciale per Israele e i programmi europei di ricerca come Horizon 2020 rappresentano una delle maggiori fonti di risorse pubbliche per la ricerca israeliana.

La lettera inviata dall’associazione Sesamo al ministro italiano Marco Bussetti non è un appello al boicottaggio, sulla scia della campagna Bds (Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni), ma vuole ricordare al ministero le posizioni europee in materia di rispetto del diritto internazionale.

Violazione del diritto internazionale
Così Sesamo esprime la sua preoccupazione per “la legge cosiddetta Ariel university law, promulgata nel 2018 dal parlamento israeliano (Knesset), che estende l’autorità legale dello stato di Israele alle istituzioni universitarie edificate al di là della Linea verde. L’Università di Ariel, al pari dell’insediamento nel quale si trova, è situata nei Territori palestinesi occupati in aperta violazione del diritto internazionale”.

La quarta convenzione di Ginevra proibisce il trasferimento della popolazione civile e la costruzione di insediamenti all’interno di territori occupati militarmente: l’università israeliana di Ariel è quindi illegale in quanto è all’interno di un insediamento, Ariel, costruito su territori confiscati ai residenti locali palestinesi basandosi su direttive militari e al di fuori della linea verde.

Nel 2005 il governo aveva provato a trasformare lo status dell’istituto da semplice collegio a università, ma il consiglio per l’istruzione universitaria israeliano non aveva accettato il cambiamento. Nel 2012, più di 1.200 accademici israeliani avevano firmato una petizione che si opponeva all’insediamento di Ariel, considerato come un “tentativo di reclutare l’Accademia israeliana al servizio dell’occupazione e della campagna di insediamento”.

Il fondo della questione, insistevano gli universitari israeliani, è che tale decisione non risponde a un bisogno universitario ma “politico e non rispecchia le necessità degli sviluppi accademici in Israele”.

L’Italia conduce il più importante programma di gemellaggio universitario dell’Unione europea con Israele

Nel 2018, in una nuova lettera aperta al quotidiano britannico The Guardian, alcuni docenti universitari israeliani hanno quindi voluto motivare la loro decisione di non partecipare a una conferenza scientifica in corso ad Ariel: “Non lasciate che la scienza legittimi l’occupazione israeliana dei territori occupati”.

Se nel mondo universitario la condanna è unanime, la congiuntura politica internazionale e israeliana, con la rielezione di Benjamin Netanyahu e delle forze di estrema destra, rendono queste voci poco rilevanti.

Un amico importante
Sheldon Adelson, un milionario proprietario di alcuni casinò a Las Vegas nonché uno dei principali finanziatori della campagna di Donald Trump – secondo il Guardian avrebbe versato 82 milioni di dollari – è una delle persone più ascoltate dal presidente statunitense sulla politica mediorientale. Lo stesso articolo del Guardian afferma che è proprio Adelson all’origine dello spostamento a Gerusalemme dell’ambasciata americana in Israele, mentre un’inchiesta del quotidiano israeliano Haaretz ha svelato che nel 2018 Adelson ha pagato un’azienda di sorveglianza per spiare l’attivista americano-palestinese Linda Sarsour.

Nell’agosto del 2018, Adelson ha donato 20 milioni di dollari per la creazione della facoltà di medicina di Ariel, esprimendo il suo entusiasmo per l’università e parafrasando Trump: “Possiamo dire che qui in Samaria, nel grande Israele, stiamo aiutando a rendere Israele di nuovo grande”.

Chiaramente, sottolinea uno dei ricercatori italiani firmatario della lettera, “questa inclusione della Ariel university nel novero delle università israeliane è un grande assist per il movimento Bds e gli appelli al boicottaggio accademico d’Israele, visto che mette sullo stesso piano università israeliane storiche con università che corrispondono chiaramente all’agenda dell’estrema destra israeliana”.

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Naftali Bennett, attuale ministro dell’istruzione israeliano e cofondatore del partito Nuova destra, è un grande sostenitore del grande Israele.

Dunque, la lettera degli studiosi di Sesamo è importante su più livelli, considera Martin Konecny, direttore dell’European Middle East project, una ong e think-tank di base a Bruxelles che monitora le politiche europee e il conflitto israeliano-palestinese. “Questa mossa pone un grande problema per la credibilità delle università israeliane già toccate del movimento Bds”, spiega Konecny. La posizione dell’Italia è altrettanto importante perché è il paese d’Europa che conduce il più importante programma di gemellaggio universitario dell’Unione europea con Israele. Di durata biennale, il progetto ha un bilancio 1,8 milioni di euro.

I programmi Erasmus che includono Israele “sono altrettanto importanti per i giovani studenti israeliani e non possono in alcun modo riguardare territori considerati illegali dall’Unione europea”, conclude Martin Konecny, per non parlare dello squilibrio incredibile “tra università di coloni come Ariel e quelle palestinesi che soffrono di mille restrizioni” e provano a sopravvivere sotto assedio.

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