Carles Puigdemont a Girona, in Spagna, il 28 ottobre 2017.

E se Puigdemont chiedesse asilo politico in Belgio?

Carles Puigdemont a Girona, in Spagna, il 28 ottobre 2017.
30 ottobre 2017 17:06

Non è certo la prima provocazione di Theo Francken, ma questa volta gli effetti si sono fatti sentire oltre le frontiere del Belgio. Il 28 ottobre il segretario di stato responsabile per le politiche di asilo e migrazione ha dichiarato che Carles Puigdemont, l’ormai ex presidente catalano destituito da Madrid il 27 ottobre, potrà chiedere asilo politico in Belgio: “I catalani che si sentono politicamente minacciati possono chiedere l’asilo in Belgio. Vale anche per il ministro-presidente Puigdemont. È totalmente legale”, ha spiegato in un’intervista rilasciata all’emittente privata Vtm.

Queste dichiarazioni, scrive il corrispondente da Bruxelles del quotidiano El Español Juan Sanhermelando, sono state “per la diplomazia spagnola la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. Il giornalista ricorda che fin dall’inizio della crisi catalana il governo belga, in particolare il primo ministro Charles Michel, ha evitato di schierarsi esplicitamente dalla parte di Madrid, preferendo parlare di dialogo e di mediazione, una posizione troppo sfumata per i gusti dell’esecutivo spagnolo.

Che tra gli indipendentisti catalani e i nazionalisti fiamminghi corra da anni buon sangue non è un segreto

Il primo a evocare la possibilità di chiedere l’asilo in Belgio non è stato Francken ma lo stesso Puigdemont. Secondo quanto riportato da La Vanguardia il 26 ottobre, “nelle ultime settimane ha spiegato alla sua cerchia di non voler finire in carcere, commentando inoltre la possibilità di chiedere l’asilo in un’ambasciata (il Belgio è diventato un punto di riferimento)”.

Che tra gli indipendentisti catalani e i nazionalisti fiamminghi, di cui Francken è uno dei principali esponenti, corra da anni buon sangue non è un segreto. Tuttavia, a sentire il segretario di stato, le sue dichiarazioni non nascerebbero da simpatie ideologiche ma da una semplice constatazione: un cittadino dell’Unione europea può chiedere l’asilo in Belgio e la sua richiesta sarà “opportunamente valutata”.

È in effetti quanto si legge sul sito del Cgra (Commissariato generale per i rifugiati e gli apolidi, l’amministrazione federale che esamina le richieste di asilo presentate nel paese). E anche se in rete vi capiterà di leggere il contrario, il protocollo 24 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea non vieta a uno stato membro di concedere l’asilo a un cittadino di un altro stato membro. Tra i pochi casi in cui “la domanda d’asilo presentata da un cittadino di uno stato membro può essere presa in esame o dichiarata ammissibile all’esame in un altro stato”, il protocollo cita infatti l’eccezione seguente: “Se uno stato membro così decide unilateralmente per la domanda di un cittadino di un altro stato membro; in tal caso il Consiglio ne è immediatamente informato”.

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Per quanto io trovi Francken profondamente detestabile, in questo caso non è dandogli dell’ignorante che se ne possono liquidare le dichiarazioni. Una cosa però gli può essere rinfacciata: quando fa comodo ai suoi interessi nazionalisti si trasforma nel paladino del diritto di asilo, anche nelle sue applicazioni meno comuni. Ma quando si tratta di rimpatriare dei cittadini sudanesi, Francken non esita a sfidare la legge ignorando le decisioni dei tribunali, com’è successo di recente.

È difficile prevedere cosa accadrà nelle prossime ore e nei prossimi giorni in Catalogna. Di certo c’è che Puigdemont non vuole finire in carcere, il che si può anche capire, e che i nazionalisti fiamminghi, principale forza politica del Belgio, sono pronti ad aiutarlo. Questo lunedì 30 ottobre Puigdemont è venuto a Bruxelles, secondo varie fonti, proprio per incontrare dei rappresentanti della N-Va, il partito di Francken. Cosa uscirà da questo incontro, lo scopriremo presto.

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