Quaderni giapponesi. Il vagabondo del manga. (Igort, Oblomov Edizioni)

I Quaderni giapponesi di Igort sono un viaggio nell’idea di perdersi

Quaderni giapponesi. Il vagabondo del manga. (Igort, Oblomov Edizioni)
13 dicembre 2017 15:05

Come non dare voce a Igort, all’autore che sta rivoluzionando il romanzo a fumetti e il fumetto tout-court? Una rivoluzione che si conferma anche con questo secondo volume dei Quaderni giapponesi, Il vagabondo del manga, appena uscito.

Igort è anche l’editore che ha rivoluzionato l’editoria a fumetti italiana con Coconino press e ora, dopo averla lasciata, con Oblomov edizioni, la casa editrice lanciata insieme a La Nave di Teseo. Ma qui parliamo con lui del libro e del Giappone e per prima cosa gli cito quella che mi pare una frase chiave in apertura del libro. “Il passato non sembra contare granché”, fa dire al suo doppio di carta, anche se espresso come un pensiero. Gli faccio notare che il seguito del racconto sembra esprimere una sua volontà di contraddire questa amara constatazione.

Un cantiere aperto
“In Giappone il passato e il tempo in generale sembrano categorie diverse da come sono concepite in occidente”, risponde Igort. “Tokyo muta continuamente, la città modifica la sua struttura, cambia le regole. In passato, per esempio, non si potevano costruire palazzi più alti della reggia dell’imperatore e questo ha favorito un’estensione orizzontale della città. Oggi questa regola è diventata obsoleta e si assiste a un fiorire edilizio verticale. La proverbiale operosità nipponica fa della città un cantiere aperto. L’occidentale che si incammini nostalgicamente per le vie di Tokyo alla ricerca di luoghi in cui ha vissuto vent’anni prima ha vita dura e deve prepararsi a cocenti delusioni. Tokyo è questo, una città liquida, e il libro indaga la prospettiva dell’accettare questo fluire continuo. S’impara sempre, giorno dopo giorno”.

Questo secondo volume dei Quaderni ibrida ancora di più testo scritto, diario, foto, reportage e fumetto vero e proprio rispetto al primo, anche come strumento per un vero e proprio viaggio fluttuante non più solo nella propria memoria personale, ma piuttosto nelle memorie del Giappone, come un unico tempo che racchiuderebbe varie temporalità.

Mi interessa premere l’acceleratore e spingere il linguaggio del fumetto a esplorare le tante potenzialità

Un viaggio dal sapore ancestrale di cui il sogno di reincarnazione del primo volume sembra il presagio. Come un viaggio di reincarnazioni che avvolge il lettore in una dolcezza malinconica.

Al tempo stesso quanto sembra essersi dissolto, se guardiamo bene, lo troviamo ancora. Come nel caso dei bagni termali.

“Sì, mi pare una bella suggestione. Il libro è un viaggio nell’idea di perdersi, di abbandonare la ricerca di un senso logico per trovarne forse uno più profondo e nascosto, caro alle pratiche dei grandi contemplatori che mi hanno accompagnato intimamente: Basho, Issa, Buson, ma anche Hiroshige e Hokusai. Vagabondare senza una meta precisa alla ricerca di un perdersi rivelatore in mezzo alla natura. La natura che cela qualcosa, pascalianamente, potremmo dire. Molti anni fa credevo che la bellezza dei paesaggi che amavo tanto nelle stampe giapponesi fosse opera di una estrema stilizzazione. Qualche anno più tardi mi sono reso conto che la natura a quelle latitudini è di per sé magica e avvolgente. Da allora viaggio per le campagne, quando possibile, alla scoperta di luoghi che continuano ad ammaliarmi. La sfida questa volta era quella di provare a portare gli sfondi in primo piano, rendersi protagonisti. Nei cartoni animati di oggi, per esempio quelli dello studio Ghibli, la natura è sempre molto presente, ma rimane dietro alle vicende dei protagonisti. Ecco, il mio desiderio era quello di vedere se fosse possibile riportare al centro del racconto quei paesaggi come si usava anticamente nelle xilografie del Sol levante, le stampe del mondo fluttuante”.

Il Giappone è la culla di tante contraddizioni. La cosa che ho imparato con loro è che non occorre una sintesi logica

Sembra solo, Igort, nel suo viaggio quasi spazio-temporale. In teoria parte in compagnia, ma il suo amico subito scompare dalla narrazione, il personaggio dell’accompagnatore è sottratto specularmente al procedimento della sottrazione grafica, del vuoto che si fa pieno, così importante nella storia del fumetto e nell’arte calligrafica d’estremo oriente.

“Il mio è stato un viaggio personale, intimo, una scoperta spirituale, il libro racconta questo, non un viaggio tra amici”, spiega. “Se avessi usato i dettagli il libro avrebbe avuto un altro scopo, magari sarebbe venuto anche più bello, non so dirlo, ma non come quello che volevo raccontare: un viaggio attraverso luoghi che ci parlano di noi stessi, di un noi intimo e nascosto. Il Giappone è comunque il pretesto per un percorso. Le cose non sono quello che sembrano. Quando ho visto per la prima volta Apocalypse now sono stato preso dalla vicenda, dall’ambientazione e dal linguaggio. Leggendo poi Cuore di tenebra di Conrad, da cui il film è tratto, ho compreso che la struttura della narrazione era la stessa, anche se in origine era ambientata sul fiume Congo. Detto questo, è vero, il Giappone è un luogo importante che mi stimola a riflessioni e sfide narrative diverse. L’ho affrontato dal punto di vista del racconto puro e dal punto di vista documentario. Mi interessa premere l’acceleratore e andare avanti, se possibile, per spingere il linguaggio del fumetto a esplorare le tante potenzialità, i tanti possibili percorsi”.

Un nuovo senso più profondo
Noto che la prima parte di questo secondo volume pare soprattutto raccontare le vestigia del passato mentre la seconda racconta più il Giappone moderno, come a voler creare uno stridore e a metaforizzare i due aspetti.

Al tempo stesso, però, con le foto dei negozi dei giocattoli degli anni novanta tratti dai manga, o la constatazione che nella metropolitana non si vedono più i fiumi di lettori di manga – che rimane una grande industria – anche questa modernità specificamente giapponese sembra diventare un residuo del passato .

“Il Giappone è la culla di tante contraddizioni. La cosa che ho imparato con loro è che non occorre una sintesi logica, nella nostra vita. Che bisogna saper accettare anche come le cose si contrappongono. Da questa dialettica ne nasce un nuovo senso, più profondo”.

Hayao Miyazaki, Ryūichi Sakamoto – con il quale ha lavorato –, Takeshi Kitano e Jirō Taniguchi. Gli chiedo qual è stato il loro grado d’influenza, soprattutto spirituale.

“Miyazaki è un narratore coraggioso, di lui mi ha affascinato la voglia di seguire piste non battute. Questo mi incoraggia a proseguire anche quando il cammino si fa impervio e sarebbe assai più comodo rifugiarmi nel ‘già conosciuto’ come fanno in tanti. Sakamoto è un grande musicista, amo la sua vena malinconica e la sua purezza sperimentale. Il fatto che con il tempo migliori e trovi percorsi inediti aumenta la mia stima per lui. Ogni tanto ci scriviamo. Non lo vedo da tanto. Kitano l’ho incontrato fugacemente, doveva partecipare al film tratto da 5 è il numero perfetto, sarebbe stato un personaggio crudele e divertente, ho amato molto i suoi film noir. Trovo che abbia un buon mélange di tempi comici e violenza, una strada narrativa che lo ha caratterizzato per anni. Taniguchi è stato un grande amico e compagno di strada, di lui ho amato la capacità di essere sottile e profondo. Ogni tanto quando faccio delle scene di natura mi fermo a pensare: ‘Questa gli sarebbe piaciuta’. Mi manca. Ora, il vuoto che ha lasciato con la sua scomparsa si sente molto. La sua voce era unica per davvero”.

Sintesi disciplina e visione
Questo secondo volume è davvero un viaggio di grandi visioni, soprattutto nella prima parte, dove la rievocazione del Giappone antico, della pittura, delle stampe dell’epoca, sono fuse in una cosa sola. Ma la fusione pare come avvolta da una patina impressionistica, delicata, da foto ingiallita dal tempo. Nell’edizione in grande formato, queste immagini emergono quasi come delle splash-page, in tutta la loro possenza. Gli chiedo se la fusione, la rielaborazione da lui operata della tradizione pittorica giapponese debba anche a quella cinese, più calligrafica, forse più impostata sulla sottrazione grafica, del vuoto che si fa pieno.

“Dalla tecnica cinese ho cercato di imparare a essere fulmineo. La pittura a pennello con pochi tocchi, chiamata sumi-e è giapponese ma di origine cinese. Se sbagli uno solo di questi tocchi il disegno è rovinato, occorrono sintesi, disciplina e una visione chiara, che di solito arriva negli istanti che precedono l’esecuzione. Ma non è una visione definita, non è come guardare una foto. Quando arriva hai la consapevolezza di essere pronto, tu ti lasci andare e il disegno si forma sotto i tuoi occhi. Chi frequenta la carta e il colore sa di cosa parlo”.

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Giovanni De Mauro
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