Tom Waits sul palco a New York, nel 2011.

Il partigiano Tom Waits

Tom Waits sul palco a New York, nel 2011.
15 settembre 2018 12:56

Tom Waits, Bella ciao (Goodbye beautiful)
“One fine morning I woke up early, bella ciao, bella ciao, bella ciao”. Esiste forse un filo che lega il blues di Son House e degli altri figli del Mississippi ai canti della resistenza italiana? Certo che esiste, ci dicono Tom Waits e Marc Ribot. Ed è un legame più profondo di quello che sembra.

Alla destra che imperversa in Italia piace pensare che Bella ciao sia una canzone di propaganda comunista. Ma Bella ciao, come ha fatto notare lo storico Alessandro Portelli, non parla mai esplicitamente di comunismo. Parla di libertà (e nasce dalla fusione di due elementi tradizionali: la filastrocca del girotondo e la ballata epico lirica medievale. Se volete approfondire, guardate questo video). E il blues non è forse il canto di libertà per eccellenza?

Quindi non è un caso che Marc Ribot abbia inserito Bella ciao tra i brani del suo ultimo album Songs of resistance 1942-2018, una raccolta di canzoni di protesta ispirata all’elezione di Donald Trump e composta di brani inediti e rivisitazioni di pezzi classici del canzoniere americano.

Nel disco ci sono vari ospiti, da Steve Earle alla bravissima bassista e cantante Meshell Ndegeocello. In Bella ciao però non c’è un ospite a caso, c’è Tom Waits: il cantautore di Pomona, con la solita gigantesca personalità, prende per mano il canto partigiano e lo porta addirittura indietro nel tempo, fino al folk degli Appalachi, al blues del Delta, ma anche al jazz, al folk klezmer e perfino a Bertolt Brecht. Waits ha il dono unico di sovrapporre i piani temporali, di suonare arcaico e moderno al tempo stesso. E, saggiamente, decide di rallentare il pezzo, di farlo camminare alla sua andatura. La chitarra di Ribot fa il resto.

Nelle mani di Waits, il canto partigiano diventa quasi un pezzo di Rain dogs, il suo disco più bello, o del più recente Alice. Bella ciao è il momento migliore di un disco, quello di Marc Ribot, nel complesso un po’ prevedibile e calligrafico nel tentativo di rendere attuale la musica di protesta statunitense. Del resto Tom Waits, non ce ne vogliano gli altri, ha da sempre un altro passo.


Jungle, Heavy, California
Tra le buone notizie di questa settimana c’è il ritorno dei Jungle, band britannica che ci aveva divertito con l’ottimo album d’esordio del 2014. Il nuovo disco, For ever, è stato registrato a Los Angeles e, pur non discostandosi molto dal precedente, accentua ancora di più le atmosfere da Studio 54.

Il suono dei Jungle è sempre quello: un misto di soul, rnb, disco music ed elettronica. Un po’ Curtis Mayfield un po’ James Blake. Anche stavolta, però, c’è un problema: se si ascoltano i cinque o sei singoli dell’album c’è da divertirsi, come dimostrano l’ottima Heavy, California (che strizza l’occhio ai Daft Punk di Discovery) e l’ipnotica Cherry. Ma sulla lunga distanza il disco non regge tanto e avrebbe avuto bisogno di una tracklist più corta. I Jungle stavolta sono promossi a metà.


Yves Tumor, Economy of freedom
Yves Tumor è cresciuto nel Tennessee e ha usato la musica come antidoto all’omofobia e al razzismo. Da nero queer, del resto, ha dovuto combatterle entrambe. Il suo nuovo lavoro, Safe in the hands of love, è il più pop della sua carriera. Ma, attenti, parliamo comunque di pop all’interno di un contesto di elettronica sperimentale.

Come sempre, Tumor gioca con i contrasti, mescolando parti vocali melodiche a suoni quasi disturbanti. E in questo a tratti ricorda il venezuelano Arca. Safe in the hands of love è stato pubblicato dalla casa discografica britannica Warp, e già questa è una garanzia di qualità. È un disco introspettivo e avventuroso.

U.S. Girls, Rage of plastics
Il pop e la musica di protesta possono andare d’accordo. Prendete A poem unlimited, l’ultimo disco di U.S. Girls (dietro questo nome si nasconde la cantautrice e produttrice statunitense canadese Meg Remy). Nell’album, uscito a febbraio, U.S. Girls canta di violenza contro i nativi statunitensi, militarismo e diritti delle donne senza rinunciare neanche un po’ a scrivere melodie accattivanti.

Questo brano (che in realtà è una cover) racconta la storia di una donna diventata infertile dopo aver lavorato in una raffineria chimica. A guidare le danze c’è un bel sax in primo piano. Sembra quasi un pezzo del David Bowie periodo glam.

Dengue Dengue Dengue, Semillero
I peruviani Dengue Dengue Dengue in questi anni hanno dimostrato gusto e originalità. Pochi come loro riescono a mescolare i ritmi latinoamericani con l’elettronica e l’hip hop. Il loro ultimo disco, Semillero, è uscito in edizione limitata per l’etichetta britannica On the Corner, specializzata in musica africana. E infatti alcuni brani, come questo, hanno ritmi tipici del continente nero. Se ascoltate bene, però, si sentono anche i flauti andini.

P.S. Playlist aggiornata, purtroppo non ci sono i Dengue Dengue Dengue. Buon ascolto!

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