22 marzo 2018 15:24

Gentile bibliopatologo, è più importante leggere o possedere un libro?
–Ugo

Caro Ugo,
la tua lettera è la più concisa nella storia di questa rubrica, e non poteva venire che dal mittente con il nome più corto (ti fossi firmato Massimiliano, sono certo che Massimo Troisi ci avrebbe trovato qualcosa da ridire). Eppure, non c’è verso di liquidare il tuo dilemma in modo altrettanto sbrigativo, e se ci fosse la tirerei comunque per le lunghe. Del resto, a cos’altro servono le dicotomie intriganti e fallaci – da “avere o essere” di Erich Fromm a “vita o sogno” di Gigi Marzullo – se non ad alimentare una conversazione infinita?

Anni fa mi capitava di ospitare un amico toscano che, per ragioni di lavoro, di tanto in tanto doveva passare una o due notti a Roma. Io lo sistemavo sul divano letto nel mio studio e lui diceva, tutto contento: “Chissà, dormendo in mezzo a tutti questi libri magari per osmosi divento intelligente”. La battuta aveva un fondo superstizioso, animistico, era un piccolo compendio di pensiero magico, e per questo la trovavo irresistibile.

Di più: sospettavo contenesse qualcosa di oscuramente vero. Per questo, nel corso degli anni, mi è tornata in mente tante volte. L’ultima è stata proprio ieri quando, leggendo Bouquiniana. Note e noterelle di un bibliologo, un libricino di Bernard-Henri Gausseron pubblicato in pochi esemplari a Parigi nel 1901 e riproposto di recente dall’editore La vita felice, mi sono imbattuto in questo passo di Petrarca:

C’è della gente che pensa di possedere dentro di sé tutto quello che si trova nei libri che ha in casa. Capita di parlare di una qualche opera: ‘Oh!’, dicono, ‘quel libro ce l’ho’. Questo gli basta, ed è come, a loro dire, se quel libro lo conoscessero a memoria. Sul che – sopraccigli aggrottati e occhi spalancati – si tacciono. Che razza ridicola!

Gausseron citava poi il poeta latino Ausonio, che “si era fatto beffe di colui che, avendo una biblioteca piena di libri, credeva di essere un dotto grammatico” e andava avanti per pagine accumulando massime, versi e notazioni satiriche di eruditi di ogni epoca che ribadivano lo sprezzo di Petrarca. Tutti ti avrebbero risposto: leggere i libri è importante, non possederli, che domande!

Tuttavia, a costo di finire schiacciato sotto una montagna di autori illustri, continuo a prender le parti di quell’amico a cui feci respirare in sonno quintali di carta. E qualcuno, a quanto pare, mi dà ragione. In una Bustina di Minerva del 1998 Umberto Eco sosteneva che una biblioteca di casa “non è solo un luogo in cui si raccolgono libri: è anche un luogo che li legge per conto nostro”:

Mi spiego. Credo che sia capitato a tutti coloro che hanno in casa un numero abbastanza alto di libri di vivere per anni con il rimorso di non averne letti alcuni, che per anni ci hanno fissato dagli scaffali come a ricordarci il nostro peccato di omissione. Poi un giorno accade che prendiamo in mano uno di questi libri trascurati, incominciamo a leggerlo, e ci accorgiamo che sapevamo già tutto quel che diceva. Questo singolare fenomeno, di cui molti potranno testimoniare, ha solo tre spiegazioni ragionevoli. La prima è che, avendo nel corso degli anni toccato varie volte quel libro, per spostarlo, spolverarlo, anche soltanto per scostarlo onde potesse afferrare un altro, qualcosa del suo sapere si è trasmesso, attraverso i nostri polpastrelli, al nostro cervello (…). La seconda spiegazione è che non è vero che quel libro non lo abbiamo letto: ogni volta che lo si spostava o spolverava vi si gettava uno sguardo, si leggeva la bandella di copertina, si apriva qualche pagina a caso, e così poco per volta se ne è assorbita gran parte. La terza spiegazione è che mentre gli anni passavano leggevamo altri libri in cui si parlava anche di quello, così che senza rendercene conto abbiamo appreso che cosa dicesse.

Eco ne concludeva che “una biblioteca serve per conoscere il contenuto di libri mai letti”. L’essenziale è viverci in mezzo, respirarne l’aria, se non proprio dormirci. Dunque, caro Ugo, avere o leggere? È un falso dilemma. Leggere un libro è un modo di possederlo; ma possederlo, come vedi, può essere un modo di leggerlo.

Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it.