La poetica dell’amplesso con il flipper

29 novembre 2018 16:32

Gentile bibliopatologo,
la mia esistenza non è solo influenzata, quanto costruita, prodotta dalla letteratura. Mi sembra impossibile sottrarmi alle categorie interpretative che libri di qualsiasi genere (non solo saggi) frappongono tra me e la conoscenza del mondo; questo mi aliena sempre più dall’esterno, dove quello che vedo sembra frutto delle parole degli altri. Come posso rendermi un po’ impermeabile a queste influenze, e accettare la realtà per come si dà davanti ai miei occhi?
– G.G.

Caro G.G.,
filosofi e sapienti delle scuole più disparate, raccolti intorno al tuo capezzale come i medici di Pinocchio, direbbero che sei in preda a un delirio, perché un accesso immediato alla realtà è per definizione impossibile, e tra te e la conoscenza del mondo si frapporranno sempre lenti deformanti di varia foggia, materia e spessore. Concorderebbero, scambiandosi pensosi cenni di assenso sotto le lunghe barbe, che il tuo delirio è causato da quella che la medicina antica chiamava una pletora, una sovrabbondanza del sangue, e ti cospargerebbero di sanguisughe per un bel salasso, così da placare i tuoi eccessi vitali. Il bibliopatologo, che non ha un briciolo della loro dottrina, può offrirti rimedi più spicci, da pronto soccorso casalingo.

(Nino Kubaneishvili, EyeEm/Getty Images)

Ricordi quella scena di Troppo forte di Carlo Verdone in cui il protagonista, Oscar Pettinari, teorizza che “il rapporto col flipper è come un rapporto sessuale, come un amplesso”, e per darne dimostrazione ci monta sopra e comincia a possederlo selvaggiamente? Ci ripenso ogni volta che mi imbatto nel tipo dello scrittore viscerale, lo scrittore che professa d’immergersi nel corpo e nel sangue della parola, che si sforza di generare nei lettori ferite e traumi e incubi e orgasmi e brividi e insonnie e infarti, che annuncia di calarsi negli abissi dell’innominabile, che vuole spingere la letteratura fino a quel limite estremo passato il quale non è più letteratura ma vita o addirittura vita-oltre-la-vita, esperienza mistica. Li leggo, e rivedo Oscar Pettinari che si dimena in groppa al flipper per far colpo su un ragazzotto con gli occhiali dalle lenti più spesse di fondi di bottiglia.

È una forma di bovarismo, di copula immaginaria con una realtà inattingibile. A volte la poetica dell’amplesso col flipper lo manda in tilt, creando cortocircuiti piuttosto comici. Henry Miller sostenne che la vera fonte della conoscenza non sono i libri, ma la diretta esperienza della vita. Salvo aggiungere, appena dopo:

Quando dico vita, penso naturalmente a qualcosa di diverso da quello che intendiamo oggi. Penso alla vita di cui parla D.H. Lawrence in Luoghi etruschi.

Nota a piè di pagina: “1. Etruscan places, Martin Secker, London, 1932. Vedi le pagine 88-93”. Per immergersi nella vita con la baldanza di un antico etrusco, a quanto pare, bisogna prima di tutto andare nella più vicina biblioteca: la via di fuga dal labirinto di carta è lastricata di carta.

Ma devo avvisarti che fuori dai libri non troverai la vita, la realtà, o una percezione finalmente liberata dal filtro di quelle che tu chiami le categorie interpretative e le parole degli altri. Semplicemente, vedrai le cose attraverso filtri più grossolani. Il guaio è che abbiamo tutti delle lenti a fondo di bottiglia in dotazione fin dalla nascita, e non è certo montando infoiati su qualche flipper che ce ne sbarazzeremo.

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Possiamo, questo sì, usare la letteratura come un gabinetto di ottica dove tornire, levigare e lustrare le nostre lenti, così da correggere le deformazioni più vistose e addestrarci nell’arte dell’attenzione, la sola che conti. La grande letteratura serve precisamente a questo, e tu questo devi chiederle, non altro. L’ardore vitalistico dovuto al tuo eccesso sanguigno allora si smorzerà da solo, e forse il concilio dei dottori ti risparmierà le sanguisughe.

Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it

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