Perché i libri grossi ci fanno paura

13 dicembre 2018 16:07

Caro bibliopatologo,
leggo almeno due libri alla settimana a patto che non superino le duecento pagine. Questo mi rattrista perché ci sono tanti bei libri più lunghi, anche di autori che ho adorato, ma quando vado in libreria e prendo in mano il sostanzioso tomo non lo compro mai. Nelle mie fantasie immagino di dividere fisicamente il libro e superare il blocco con questo escamotage, ma poi penso che non potrei più metterlo a posto bene nella libreria. Insomma mi aiuti, la prego!

–TomaGrossa

Cara TomaGrossa,
qualche anno fa Quentin Tarantino, in una conferenza stampa al festival di Cannes, disse che gli sarebbe piaciuto produrre una miniserie basata sul suo film Django unchained. Se l’idea è rimasta sulla carta, la motivazione andrebbe scolpita nel bronzo:

Proponi alla gente un film di quattro ore e cominceranno a roteare gli occhi, ma mostragli una serie divisa in quattro puntate e se la guarderanno tutta in una volta sola.

È proprio così, e vale grosso modo per tutte le attività umane. Come mai? Suppongo che in parte ci sia di mezzo la pigrizia (cinquanta addominali suona male, ma dieci serie da cinque, be’, è tutta un’altra storia), in parte i nostri limiti cognitivi (la ragione per cui le nostre misere menti riescono a memorizzare un numero di telefono solo spezzettandolo in tre o quattro numeri più piccoli).

La parte del leone, tuttavia, credo che la faccia la nostra inesauribile capacità di autoinganno, la smania di prenderci in giro e di essere presi in giro. Quel difetto di fabbrica della mente umana che fa sì che, su un cartellino del prezzo, il 19,99 ci sembri un numero diversissimo dal 20. Ti faccio un esempio personale: se compro dieci libri in un giorno, mi sento un orribile ingordo spendaccione, e prefiguro la mia rovina finanziaria; se invece, per dieci giorni, compro un libro al giorno, mi considero un amministratore parco e un sobrio centellinatore. Eppure l’estratto conto è lo stesso.

Ci sono manuali di psicologia pop e gustosissimi saggi di scienze cognitive che insegnano a liberarsi di questo tipo di inganni. Ti consiglio, per esempio, Trappole mentali di Matteo Motterlini, che nel capitolo “Bicchiere mezzo pieno” tratta casi abbastanza simili ai miei esempi. Ma appena avrai compreso il meccanismo e smontato il giocattolo, mi raccomando, dimentica ciò che hai imparato.

La terapia che il tuo bibliopatologo ti prescrive è illustrata dal medico Relling in uno dei capolavori del teatro moderno, L’anitra selvatica di Henrik Ibsen (tranquilla, saranno a malapena cento pagine, l’importante è che non lo leggi in una raccolta completa delle opere): in breve, una volta smascherati gli inganni non devi abbandonarli, semmai devi recuperarli come illusioni vitali, menzogne indispensabili. È un’idea che poggia su un sottosuolo di disperazione e di nichilismo spesso ignoto agli psicologi pop; la ritroverai, in forme neppure troppo diverse, anche in Nietzsche – le “gagliarde illusioni” – e, prima ancora, in Leopardi.

Il rimedio è semplice. La Divina Commedia non ci inibisce perché è ripartita in tre cantiche, per un totale di cento canti; non a caso Francesco Guccini, in un divertentissimo Talkin’ sul sesso, sognava di venderla a dispense.

Una volta scoperti i benefici dell’autoinganno, hai una via un po’ costosa ma efficace per procacciarteli – e non dovrai certo squadernare fisicamente dei grossi tomi, cosa che giustamente ti ripugna. Considerato che molti classici sono, come si dice in gergo, “fuori diritti”, puoi crearne delle edizioni casalinghe sminuzzate. La Recherche diventerà una deliziosa collezione di cinquanta volumetti di cento pagine, che a sua volta puoi scegliere di considerare dieci serie da cinque, un po’ come i miei addominali. Certo, ci sono i costi di stampa in copisteria, ma puoi sempre farne degli ebook. E se il sistema funziona, puoi metterlo a frutto, come voleva Guccini. Li venderai a 9,99 euro l’uno. La desolata stirpe dei mortali abboccherà.

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