Perché i sogni nei romanzi ci annoiano

02 dicembre 2019 15:29

Gentile bibliopatologo,
quando in un romanzo trovo il racconto di un sogno, lo salto a piè pari. Che noia quelle digressioni inutili che nulla aggiungono alla narrazione! E quando scopro di aver dedicato tempo a un sogno, perché l’arguto scrittore lo svela solo alla fine, mi prende una rabbia…

– Giulia

Cara Giulia,
ti confesso che ho fatto di peggio: ho letto l’Interpretazione dei sogni di Freud aggirando il più possibile le descrizioni dei sogni dei pazienti. Temerario, vero? Il fatto è che i sogni altrui sono noiosissimi. Ma per capire cosa ci rende allergici ai sogni narrati nei libri, partiamo dal chiederci perché siano così frustranti nella vita cosiddetta reale, quando a raccontarceli è un amico. Al mattino viene da noi tutto raggiante, gli occhi ancora smarriti nella luce esitante del dormiveglia, come se avesse appena visitato un paese meraviglioso. Così è, in effetti: ha fatto esperienza di un luogo più vero del vero, che gli è apparso con colori vivissimi, e freme per mettercene a parte. Eppure, l’attimo in cui comincia a descriverlo è il bivio da cui si divaricano due delusioni: la sua, che non riesce a trovare le parole adatte e che, nello sforzo di dipanarlo, quasi smarrisce il filo del sogno dentro di sé; la nostra, che ci aspettavamo un racconto fatato e via via ci troviamo di fronte a uno smorto groviglio di parole incongruenti, nessi illogici, immagini astruse.

(Luis Portugal, Getty Images)

Cosa sta in mezzo, tra la sua delusione e la nostra? La letteratura, appunto. Che è l’arte di rendere vivida per gli altri una visione che ha dominato la nostra mente. È per questo che verso i sogni raccontati nei romanzi sono meglio disposto che verso i materiali onirici raccolti dagli psicoanalisti.

Se la vita è un sogno, leggiamo nell’Isola dei morti di Strindberg, il teatro è allora il sogno di un sogno. Allo stesso modo lo è la letteratura. Ma agli scrittori non chiediamo di raccontarci i sogni in modo che sembrino sogni, sospingendoci ancora più in là nei cieli grigi dell’astrazione; piuttosto, pretendiamo che ce li raccontino in modo che sembrino veri, ossia come quell’amico non ha saputo fare. Non sarà un caso se i soli sogni appassionanti che incontriamo nei romanzi sono quelli che non fanno nulla per somigliare ai miseri detriti onirici che ramazziamo al risveglio, ma suonano piuttosto come romanzi nel romanzo; quei sogni, cioè, dove l’artificio letterario – il somnium fictum – moltiplica l’intensità anziché attenuarla. Prova a comparare il sogno di Hans Castorp nella Montagna incantata, con le megere che sbranano un bambino in un tempio, a qualunque esercizio di trascrizione onirica surrealista, e vedrai bene cosa intendo.

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Ma qui ovviamente parlano i miei gusti, anzi il mio gusto. Se vuoi coltivare il tuo, e dare una seconda possibilità ai sogni letterari che tanto bistratti, ti consiglio di leggerli come racconti autonomi, non come digressioni in un racconto più vasto. L’antologia di Borges Libro di sogni e i novantacinque esempi raccolti da Marco Hagge nell’appendice al saggio Il sogno e la scrittura (Sansoni 1986) sono a mia conoscenza i migliori cuscini su cui reclinare la testa. Sogni d’oro!

Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it.

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