Il presidio permanente degli operai Alcoa, tra cui Elvio, Ennio e Christian. Leader nel settore dell’alluminio, nel 2012 la multinazionale statunitense ha interrotto la produzione nella fabbrica di Portovesme a causa della mancanza di infrastrutture adeguate ma soprattutto per gli alti costi dell’energia in Italia, lasciando i suoi operai senza lavoro. Con questa lunga forma di protesta, i lavoratori chiedono un intervento politico che agevoli nuovi gruppi industriali interessati a comprare lo stabilimento. (Federica Mameli)

Il porto dei veleni

06 febbraio 2015 14:20

Portoscuso – il suo antico nome spagnolo, Puerto Escuso, significa porto nascosto, per le alte dune di sabbia che c’erano un tempo – era un piccolo borgo di baracche abitate da tonnarotti, i pescatori di tonni, durante la stagione di pesca.

Il polo industriale di Portovesme – frazione di Portoscuso – nasce alla fine degli anni sessanta con l’obiettivo di supplire alla crisi delle miniere che avevano dato lavoro alla zona sudoccidentale della Sardegna.

Così, questo angolo di Sulcis cambia pelle e accoglie otto chilometri quadrati di fabbriche, ciminiere e discariche affacciati sul mare. Sono in molti a pensare che la deturpazione ambientale di oggi sia il risultato di un accordo tra la classe politica e gli industriali: promesse di benessere e lavoro in cambio di un uso spregiudicato del territorio. L’isolamento geografico e l’inadeguatezza delle amministrazioni locali hanno permesso che tutto accadesse.

Dai primi anni novanta la raccolta dell’uva e la produzione del vino sono proibite a causa della contaminazione da piombo. Negli ultimi mesi si sono alternate ordinanze che vietano agli allevatori locali la commercializzazione del latte, delle carni ovine, caprine e bovine. E ancora più recentemente nuovi provvedimenti vietano la raccolta di molluschi e granchi e limitano il consumo di prodotti ortofrutticoli.

Sorvegliato speciale è il bacino di fanghi rossi, una discarica sul mare a poche centinaia di metri dai centri abitati, in cui per vent’anni sono stati stipati venti milioni di metri cubi di residui per la produzione dell’allumina. Una bomba ecologica lasciata in balia delle intemperie che ha il colore rosso della bauxite e un’estensione di 185 ettari.

Dal maggio del 2014, lo spiazzo adiacente allo stabilimento Alcoa è occupato dal presidio permanente dei suoi operai, dopo che la multinazionale ha abbandonato Portovesme lasciando i suoi dipendenti, diretti e indiretti, senza lavoro e con la cassa integrazione scaduta.

Quarant’anni dopo l’arrivo dell’industria pesante – che nell’ultimo decennio ha imboccato la sua fase di graduale abbandono del polo – la catena alimentare della zona appare compromessa, con un serio incremento nella popolazione di patologie tumorali e correlate all’asbesto.

Il reportage Puerto Escuso della fotografa Federica Mameli, realizzato tra giugno e novembre 2014, vuole raccontare il conflitto sociale e ambientale in atto nel Sulcis, che si trova in una delle province più povere d’Italia.

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