02 marzo 2022 17:31

Boicottaggi, censura e discriminazione

La guerra in Ucraina sta coinvolgendo la vita culturale internazionale: il direttore d’orchestra russo Valerij Gergiev, che rifiuta di prendere pubblicamente le distanze dall’amico Vladimir Putin, è stato licenziato dall’orchestra filarmonica di Monaco e non condurrà i previsti concerti alla Scala di Milano. La soprano Anna Netrebko, che ha detto di essere contraria a costringere gli artisti a rivelare le proprie convinzioni politiche, ha subìto la stessa sorte. I commenti dei mezzi d’informazione sono contrastanti.

In Grecia la ministra della cultura Lina Mendoni ha deciso di annullare la trasmissione in diretta da una sala da concerto ad Atene del Lago dei cigni, uno spettacolo del teatro Bolshoi di Mosca, e di sospendere la cooperazione con le organizzazioni culturali russe. Iniziative approvate dall’editorialista Aris Hatzistefanou, sul portale Infowar: “La trasmissione è stata posticipata non perché l’opera è stata scritta da un russo, Ciajkovskij, ma perché lo spettacolo è fornito da un’istituzione finanziata dallo stato russo, che attualmente sta bombardando un paese indipendente. Per l’esattezza, il teatro Bolshoi, che è anche la sede del Bolshoi ballet, è controllato da una squadra di politici, banchieri e imprenditori selezionati personalmente da Putin”.

Anche il mondo dello sport sta lavorando per escludere gli atleti russi dalle federazioni e dalle competizioni. Mentre alcune misure hanno una portata simbolica, altre hanno ripercussioni molto concrete. Flavio Viglezio sul Corriere del Ticino ricorda che ci sono molti esempi del genere nel passato : “Attese, richieste a gran voce, inevitabili. Sulla Russia, dopo quelle economiche e politiche, si sono abbattute anche le sanzioni sportive. Ed è tutto fuorché una sorpresa: perché lo sport è anche e soprattutto – in particolare ai massimi livelli – economia e politica. Genera cifre d’affari milionarie ed è da sempre uno strumento di propaganda politica”.

In Italia, su La Stampa la filosofa Donatella Di Cesare esprime forte preoccupazione per quanto sta accadendo nel mondo delle università e della cultura: “Che chi è russo debba essere qui improvvisamente additato a nemico appare non solo inconcepibile, ma anche indegno di un paese civile. È vero che i venti di guerra soffiano forti ormai anche per le nostre strade e nelle nostre piazze, e che c’è chi fa di tutto per accendere gli animi, ma forse occorrerebbe fermarsi prima di compiere gesti di cui pentirsi e vergognarsi. […] C’è un equilibro da mantenere, che non è equilibrismo, c’è una assennatezza etica e politica che fa parte integrante della maturità di un paese. Se molti leader politici si sono messi l’elmetto, occorre allora disobbedire, perché qui ne va davvero della civiltà; discriminare un altro solo sulla base della sua nascita, della sua appartenenza a una nazione, è un atto discriminatorio e razzista. Non vogliamo che i nostri teatri, i nostri stadi, le nostre università, le nostre piazze diventino altrettanti fronti di guerra”

La guerra diventa anche battaglia per controllare l’opinione pubblica. Per prevenire la propaganda russa in occidente, l’Ue intende vietare la trasmissione dei mezzi d’informazione statali russi Rt e Sputnik. Il Cremlino, da parte sua, ha bandito i canali critici del potere in Russia e ha inasprito le leggi relative ai media. Anche se le misure adottate in Europa non sono paragonabili alla censura russa, i mezzi di comunicazione chiedono il mantenimento della libertà di opinione.

La Repubblica Ceca ha chiuso diversi siti filorussi accusandoli di “istigazione all’odio”. Una decisione sbagliata, secondo l’opinione di Martin Komárek apparsa
su Deník: “Le opinioni filo-Putin e le fake news sono una minaccia per la nostra sicurezza? La risposta è no. La maggioranza dell’opinione pubblica condanna l’invasione dell’Ucraina. Molte persone stanno offrendo aiuto. Può una manciata di troll cambiare tutto questo? Appoggiare l’aggressione è un crimine. Ma ciò non significa che sia una buona cosa mettere a tacere le piattaforme che potrebbero farlo. La libertà di opinione è uno dei beni più preziosi della democrazia. Se vogliamo la libertà, dovremo sopportare le bugie, ma senza crederci”.

Secondo Ben Krischke, sul mensile tedesco Cicero, si tratta di un pericoloso precedente: “Un divieto del genere viola chiaramente i princìpi della libertà di stampa e della libertà di opinione, e potrebbe avere gravi conseguenze per il pluralismo alle nostre latitudini. Quando applichiamo una censura una volta per controllare l’opinione pubblica, qualunque sia la nobiltà delle ragioni per giustificarla, rischiamo di farlo una seconda volta, prima o poi. La differenza è che la prossima volta o quella dopo non colpirà più solo i mezzi d’informazione propagandisti, ma forse anche coloro che, nel dibattito pubblico, si rifiutano di trasmettere certe storie qualificate come ‘verità’ dai leader, quando in fondo si tratta solo di opinioni”.

In prima pagina e nel suo editoriale, il quotidiano danese Politiken si rivolge direttamente alla popolazione russa, nella lingua di Puškin: “Le sanzioni che isoleranno e impoveriranno la Russia renderanno la vostra vita più difficile. Il loro obiettivo non è prendere di mira la popolazione russa, ma aiutare l’Ucraina e il vostro stesso popolo. Diciamo no alla sanguinosa aggressione del presidente Putin. Diciamo sì alla Russia e alle persone che meritano di meglio di Putin e della sua autocrazia assassina e dispotica. E come quotidiano danese, diciamo prima di sì alla copertura giornalistica onesta e sincera di questa atroce guerra, in cui il vostro presidente ha precipitato l’Ucraina e il resto d’Europa”.