I giornali iraniani sottolineano che l’uccisione del generale Qassem Soleimani ha avuto l’effetto di unire la popolazione del paese e mettere in evidenza la debolezza degli Stati Uniti. “L’aggressione del presidente Donald Trump è originata dalla paura”, commenta il quotidiano Aftab-e Yazd in un editoriale. “Lui e i suoi consiglieri sanno di aver intrapreso una strada da cui non è possibile tornare indietro. Se il presidente avesse avuto la situazione in pugno, non avrebbe inviato un messaggio del genere”.

Secondo il giornale moderato, Washington sperava di sfruttare le divisioni tra la popolazione e le autorità emerse in occasione delle proteste scoppiate in Iran il 15 novembre. In quattro giorni la repressione compiuta da polizia e forze di sicurezza aveva provocato la morte di più di duecento persone, secondo Human rights watch. “Ma l’intervento della Casa Bianca ha rovesciato la situazione e ora sia i sostenitori del sistema sia gli oppositori sono uniti nel condannare l’uccisione di Soleimani”.

Il quotidiano conservatore Kayhan sottolinea invece che l’attacco degli Stati Uniti ha rinsaldato il legame tra l’Iran e l’Iraq: “Il sacro sangue dei martiri iraniani e iracheni ha cominciato a dare i suoi frutti rafforzando la solidarietà e la fratellanza islamica tra i due paesi vicini, che gli Stati Uniti hanno cercato invano di dividere”. Questo momento, conclude il giornale, segna “l’inizio della fine della presenza statunitense nella regione. Non solo i popoli dell’Iran e dell’Iraq, ma l’intero fronte della resistenza che si distende attraverso tutto il Medio Oriente è determinato a vendicare il sangue dei nobili martiri”.

Il 6 gennaio il quotidiano riformatore Etemaad ha titolato “L’addio glorioso al generale”, pubblicando la foto della folla intorno al feretro di Qassem Soleimani a Teheran. A dimostrazione dell’importanza del generale, sottolinea il giornale, perfino il leader supremo Ali Khamenei ha pregato sulle sue spoglie, versando addirittura qualche lacrima.

La prossima mossa

Secondo il quotidiano in lingua inglese Teheran Times, “gli statunitensi hanno ucciso Soleimani sperando di liberarsi dei loro incubi. Ma dovrebbero sapere che Soleimani non era una persona, era una cultura basata sulla resistenza e sulla difesa degli oppressi. Hanno ucciso un comandante, ignorando il fatto che la cultura e l’ideologia della resistenza non possono essere assassinate”.

Su Radio Farda, l’emittente in lingua persiana legata a Radio Free Europe/Radio Liberty, la giornalista iraniana britannica Maryam Sinaiee s’interroga sulla prossima mossa di Khamenei. Il leader supremo “non è solo vendicativo, è anche troppo astuto per cadere nella trappola preparata per lui. Non consentirà agli Stati Uniti di forzargli la mano. Sa di non essere in una posizione di forza”. Non è possibile combattere contro la più grande potenza mondiale mentre il paese è afflitto dalle difficoltà economiche dovute alle sanzioni statunitensi, spiega Sinaiee.

Inoltre Khamenei “sa di non essere più in grado di mobilitare una popolazione che si è allontanata dal sistema teocratico ed è pronta a morire pur di far sentire la sua voce, come si è visto durante le proteste di novembre. La società iraniana è troppo ferita dall’uccisione di centinaia di manifestanti, o forse più di mille, per difendere chi ha soffocato la sua voce con inaudita violenza”. Quindi, prosegue Sinaiee, probabilmente il primo passo di Khamenei “non sarà una grande ritorsione militare, diretta o attraverso i suoi alleati nella regione, ma un’estesa operazione di propaganda in Iran e anche in Iraq e in Libano, dove dovrà dimostrare ancora di più l’influenza di Teheran”. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1340 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati