Come si fa il ritratto di una città? Fin dall’inizio i fotografi si sono fatti questa domanda. Nell’ottocento, quando fu inventata la fotografia, molti di loro vivevano in città europee, ancora circondate dalle campagne. La documentazione di un luogo ha molte possibilità stilistiche, e ancora oggi si cercano modi per cogliere e analizzare l’identità di metropoli sempre più vaste, popolate e complesse. Nel corso della storia della fotografia alcuni autori hanno imposto la loro visione di determinate città. Eugène Atget, il pioniere della fotografia documentaria, con le sue viste di Parigi ha ispirato il movimento surrealista; Gabriele Basilico, con il suo stile rigoroso, ha prodotto la più grande iconografia urbana dell’ultimo quarto del novecento da Milano a Roma, da Beirut a Bilbao; i fotografi-poeti parigini negli anni cinquanta hanno creato immagini aneddotiche della città francese. Poi è stata la volta dei fotografi della scuola di Düsseldorf, con i loro progetti radicali sull’architettura, della street photography statunitense e della scuola di New York che hanno contribuito a definire l’identità delle città, producendo anche immagini simbolo con cui poi queste si sono fatte pubblicità. Non sfuggendo, a volte, alla ripetizione di stereotipi che hanno portato le foto a diventare cartoline.
I monumenti e le architetture sono stati i primi elementi a catturare l’attenzione dei fotografi, sia perché facevano parte del loro paesaggio quotidiano sia perché erano gli elementi più caratterizzanti di ogni città. Le persone erano in secondo piano, destinate a interpretare scene romantiche – come gli innamorati di Parigi sulla Senna o sullo sfondo dell’Hôtel de ville nelle foto di Robert Doisneau – o a illustrare storie a metà strada tra la nostalgia e l’indagine sociologica, come i petits métiers, i lavoratori che facevano mestieri quasi scomparsi, ritratti da Irving Penn a Parigi e a New York. È stato necessario aspettare a lungo prima che i fotografi spostassero il loro interesse sulle persone, per raccontare la loro interazione con lo spazio e i loro stili di vita. E quando è accaduto, ha scritto lo storico Olivier Lugon, hanno scelto uno stile documentario, alla base della fotografia umanista e sociale: una serie di ritratti soprattutto statici, spesso frontali, che mostravano un certo distacco emotivo dal soggetto.
Catene umane
Il danese Jens Juul in questo senso è un fotografo atipico. Dal 2011 ritrae per lo più persone di ogni età, a Copenaghen. Spesso le ritrae sole, altre volte in coppia, il secondo soggetto può essere anche un animale. Juul ha intitolato il suo lavoro Six degrees of Copenhagen. Un titolo enigmatico, che indica il luogo degli scatti e s’ispira alla teoria dei sei gradi di separazione, sviluppata negli anni trenta dal filosofo e poeta ungherese Frigyes Karinthy. Secondo l’analisi di Karinthy, bastano cinque intermediari per mettere in relazione due persone. Ripresa e ampliata negli anni settanta da Stanley Milgram, uno psicologo sociale statunitense, questa teoria ha descritto l’organizzazione della società come una catena basata sul numero sei, che collegherebbe tra loro tutti gli individui.
“Gli faccio delle domande mentre loro mi preparano una tazza di tè”
Nelle vite degli altri
Juul però non vuole seguire un metodo scientifico, sfrutta quest’idea per il suo processo creativo, attraverso limiti autoimposti che generano al tempo stesso sorpresa, libertà e rigore. Può sembrare un po’ contraddittorio, ma il processo si è rivelato molto produttivo.
Il fotografo avvicina per strada, in un bar o in un luogo pubblico, una persona che lo incuriosisce o da cui è attratto. La fotografia per lui è un’ottima scusa per cominciare una conversazione. Poi chiede a questa persona di poterla fotografare a casa sua, riuscendo spesso a ottenere il consenso senza troppa difficoltà. E poi le chiede di essere messo in contatto con i suoi conoscenti, che andrà a fotografare. Questa serie di incontri, che possono durare alcuni istanti o diverse ore, lo porta alla fine a scegliere una sola immagine. “Credo sinceramente che quello che mi permette di realizzare queste foto non dipende dalle mie abilità tecniche, ma dalla mia capacità (e soprattutto il mio desiderio!) di parlare, di fare domande e di ascoltare. Incontrare persone che non conosco e imparare a raccontare liberamente le loro storie, la loro vita, m’interessa molto”. Le fotografie di Juul colpiscono, sono dirette, hanno inquadrature spigolose, taglienti nei corpi, nei volti, associano animali e persone, ricordano l’istinto animale dell’essere umano.
Contrastate, esplicite, incredibilmente essenziali sotto l’effetto del flash, non possono ingannare. Mettono in mostra tutto. Obbligano a guardare. A sapere che siamo fatti di carne, di pelle e di peli. La nudità qui non è seduzione, ma solo necessità di accettazione. Non è erotica, si limita a essere. Rimangono gli sguardi, le mani, i gesti appena accennati o accentuati, e i gatti. Dalla pienezza armoniosa dei corpi giovani all’appassimento della pelle flaccida, in queste fotografie non s’impone una descrizione, ma la condizione dei corpi. Possiamo immaginare l’intensità di questi incontri, ma il fotografo confessa che sono molto semplici: “Gli faccio delle domande mentre loro mi preparano una tazza di tè. Io sono un semplice turista nella loro vita”. Un turista che con le sue foto souvenir, nella scura intensità, s’interroga sulla profondità della natura umana e sul significato dell’umanità. È una scelta etica, filosofica, consapevole.
Le immagini di Juul, anche se richiamano quelle di fotografi come Diane Arbus, Antoine d’Agata, Nobuyoshi Araki, Miguel Rio Branco, Ferdinando Scianna, Jérôme Sessini, Dominic Nahr, Alex Majoli, Jacob Aue Sobol e Boris Mikhailov (che è spesso nominato da Juul), s’ispirano soprattutto al cinema. A cominciare dal regista svedese Ingmar Bergman: “I suoi film mostrano chiaramente la disperazione della vita, la confusione, il cupo (ma così bello) umanesimo esistenziale”, spiega Juul. Tra gli autori a cui fa spesso riferimento ci sono anche il regista spagnolo Luis Buñuel e il fotografo danese Jacob Holdt con il suo lavoro del 1977 American pictures, _sulle classi più povere ed emarginate degli Stati Uniti. Fotograficamente il lavoro di Juul si può accostare a quello di Anders Petersen e JH Engström, altri due autori scandinavi. Come loro, Juul esplora la città prendendola come pretesto per incontrare e cercare di capire l’altro nella sua diversità, nei suoi aspetti più cupi e nella sua bellezza. “Credo che il mio bisogno di reinterpretare o deformare la realtà dipenda dalla mia fascinazione per le tenebre. È qualcosa di terrificante, ma per me è anche incredibilmente bello. Penso di essere attratto da tutte le storie che si nascondono nell’oscurità, quelle che hanno bisogno di tempo e di pazienza per essere portate alla luce”. Juul non vuole fare il ritratto di Copenaghen, ma incontrare e fotografare le persone che ci vivono, confrontarsi con loro e ritrovarsi forse in un buio condiviso. ◆ _ adr
◆ La serie di Jens Juul Six degrees of Copenhagen diventerà un libro pubblicato da Kehrer Verlag nel 2020. Alcuni libri che si possono accostare al suo stile sono City diary _(Steidl 2011), _Stockholm (Max Ström 2019) di Anders Petersen, e Sketch of Paris (Aperture 2013).
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Questo articolo è uscito sul numero 1357 di Internazionale, a pagina 60. Compra questo numero | Abbonati