Un uomo percorre la spiaggia deserta, felice di quello che non vede. Immagina la confusione e gli schiamazzi che regnano qui d’estate, il chiacchiericcio che invade il paesaggio: “Nero! Nero! Vieni! Vieni un po’ qui! Vieni un po’ qui! Nero! Puh! Puh!”. “Mamma, Lilly tira le caccole!”. “Dottoressa! Dottoressa! Ha dimenticato il reggiseno!”. “Emmy, fai schifo!”. Ah, pensa l’uomo, il caldo, la sabbia che finisce ovunque, l’odore di latte, di bambini piccoli e di pipì, cani che abbaiano, bambini che strepitano e padri che imprecano. Se la vede davanti, quell’umanità che accalcandosi spera di rilassarsi. “Senza di me”.
Era semplicemente autunno quando, quasi cent’anni fa, lo scrittore Kurt Tucholsky fece il suo viaggio immaginario sul mar Baltico. Ma allora come adesso chi pensa all’estate, alle ferie e alla villeggiatura ha in mente ben altre immagini, attimi che restano impressi nella memoria: gli uccellini che cinguettano mentre tramonta il sole, la cima di una montagna eccezionalmente tutta per sé, il ristorantino sul fiume, il bambino che gioca sul bagnasciuga, andare in bici, leggere un libro all’ombra, sentire il vento che gonfia le vele e le grida dei gabbiani. Insomma le gioie della vacanza, quelle che sono ormai cliché e quelle rimaste più intime.
Per la società moderna, efficiente ma perennemente stressata, le vacanze sono quella condizione particolare sognata anno dopo anno, mese dopo mese: essere altrove, fare altro. Sono il regno del possibile, non del dovere. Ma forse quest’anno bisognerà rinunciare a questo regno. È l’anno del dovere. Alcuni rischiano di non fare le solite vacanze. Altri temono per la propria azienda o per l’intero settore del turismo. “Le vacanze estive così come le conosciamo non ci saranno”, ha detto il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas.
Allora come saranno? L’Unione europea ha sbarrato i cancelli: le frontiere esterne e interne sono praticamente impenetrabili. Al momento i tedeschi non possono andare in Francia, né in Svizzera, né in Italia. La maggior parte dei paesi fa entrare solo i propri cittadini, chi ha un permesso di soggiorno e chi fa il pendolare per motivi di lavoro. Ma dal momento che tra poco arriverà l’estate, la questione delle vacanze è sempre più urgente, anche perché molte persone avevano già prenotato. Dove si potrà andare? Cosa si potrà fare?
Il governo tedesco non esclude di trovare una soluzione con i paesi europei, ma per ora si naviga a vista, di settimana in settimana. In Germania fino al 14 giugno resta in vigore la Reisewarnung, una raccomandazione a non viaggiare emessa dal ministero degli esteri il 17 marzo. “È stata una decisione difficile da imporre”, dice il commissario per l’emergenza covid-19 Frank Hartmann, “ma revocarla sarà molto più complicato”. E poi cosa s’intende per raccomandazione a non viaggiare? Ha il vantaggio di agevolare la cancellazione dei viaggi già prenotati. Ed è un avvertimento: la tua destinazione potrebbe essere pericolosa. Ma non è un divieto. Finché i confini di Schengen restano chiusi, chi volesse fuggire in Austria e da lì magari in Croazia verrebbe bloccato all’uscita dal paese. Chi dovesse provarci in aereo, spacciandosi per un uomo d’affari, magari riuscirebbe a farsi le vacanze all’estero. Ma se le cose dovessero mettersi male, non potrebbe contare sul ministero degli esteri per il rimpatrio.
La questione è della massima attualità e gli incontri per discuterne si susseguono: il 27 aprile è toccato alla videoconferenza dei ministri del turismo dell’Unione europea, il giorno dopo a quella dei ministri dell’interno e il 29 aprile al governo tedesco. A Berlino non sanno che pesci prendere. “Poter dare alla gente la prospettiva delle vacanze è sicuramente un bene dal punto di vista psicologico”, dice il sottosegretario Thomas Bareiß, che ha rappresentato la Germania alla videoconferenza del 27 aprile. “Ma è un dato di fatto che anche applicando le misure igieniche più severe il distanziamento verrebbe meno, se non altro perché tutti toccherebbero la stessa maniglia della porta del ristorante sulla spiaggia”.
Pressione economica
D’altro canto Bareiß conosce bene la situazione in cui si trovano le località turistiche, dove “la pressione economica è incredibile”. A Rimini è palpabile. La spiaggia della città romagnola, lunga circa quindici chilometri, contiene 150mila ombrelloni, ma è praticamente deserta. Di questi tempi per fare una passeggiata serve l’autocertificazione. È quasi tutto chiuso. Negli ultimi due mesi le forze dell’ordine hanno imposto il rispetto del divieto anche con i droni. L’intervento della polizia contro due persone che prendevano il sole, ripreso con un video, è stato assurdo ed esagerato.
In tempi normali, davanti a Mauro Vanni, presidente della cooperativa bagnini Rimini sud e gestore del bagno 62, ci sarebbero 280 ombrelloni e 900 sdraio. Ma adesso non può fare altro che raccogliere i detriti depositati dal mare sulla spiaggia, spianare la sabbia e pensare alla stagione che potrebbe ricominciare all’inizio di giugno, almeno per gli italiani. Non sarà certo un’estate normale. Le spiagge non si dovranno riempire e si dovrà mantenere la distanza di sicurezza. “Sarà difficile”, dice Vanni. Per isolare le persone si pensa ai divisori in plexiglass: sono state già fatte delle simulazioni virtuali. A quest’idea il gestore sorride: “Un box di plexiglass diventerebbe un forno, i bagnanti finirebbero arrosto. Chi fa proposte simili non sa proprio di cosa parla”.
La spiaggia deserta e l’assenza di confusione non sembrano proprio un colpo di fortuna. E non dobbiamo pensare, come Tucholsky, che sia bello, è uno spettacolo malinconico. Alle persone piacerebbe tanto essere qui, soprattutto ai tedeschi. Il turismo contribuisce al 13 per cento del pil italiano. Nel 2019 in Italia ci sono stati 216 milioni di pernottamenti e nel 22 per cento dei casi gli ospiti rimasti per almeno una notte erano tedeschi. Tra i turisti stranieri in Italia, quelli provenienti dalla Germania sono di gran lunga il gruppo più numeroso. C’è bisogno di loro. In Italia come nelle altre località del mar Mediterraneo.
Secondo Isabel Oliver , sottosegretaria spagnola al turismo, “l’industria turistica è la più importante del paese. È difficile trovare un settore che non sia in qualche modo collegato con il turismo”, che contribuisce quasi al 13 per cento del pil nazionale. In Portogallo la quota è del 17 per cento, in Croazia del 25 per cento, in Grecia del 30 per cento. Harry Theocharis, ministro greco per il turismo, teme un “calo dei turisti stranieri del 50 per cento nel migliore dei casi. Nel peggiore sarà dell’80-90 per cento”.
Di conseguenza i paesi a vocazione turistica fanno pressione sull’Unione europea. L’Austria, per esempio, ha messo sul piatto la “possibilità di un accordo bilaterale” con la Germania. Theocharis spera che a luglio gli ospiti stranieri, e in particolare i tedeschi, comincino a tornare: “Ditegli che non devono aver paura di venire qui. Noi non correremmo rischi”. La Grecia e il Portogallo vorrebbero sfruttare il fatto che hanno un basso numero di contagi e proporre una cauta apertura ai tedeschi. Il ministro croato Gari Cappelli ha perfino ventilato l’ipotesi di “corridoi turistici”, per permettere ai viaggiatori di attraversare i paesi europei per raggiungere i luoghi di villeggiatura. In alternativa si potrebbero vincolare i viaggi di piacere a passaporti covid-19 che attestino che la persona non è risultata positiva al virus. I ministri del turismo stanno discutendo anche di questo. Il rilascio di questi passaporti dipenderebbe da quanto un paese è riuscito a contenere il contagio. Si potrebbe permettere l’attraversamento di quegli stati in cui la pandemia è relativamente sotto controllo.
Il governo tedesco vorrebbe evitare che i singoli paesi adottino regole diverse sui viaggi e spinge per una soluzione unitaria. Secondo un documento distribuito dai tedeschi a Bruxelles, gli stati dell’Unione europea dovrebbero “collaborare con spirito solidale”, per “ristabilire il prima possibile” la libertà di viaggiare. Berlino propone un “aiuto per l’orientamento” sulla gestione “delle regole sui viaggi”. La questione delle vacanze è piuttosto urgente anche perché ci sono in ballo tanti soldi. Secondo l’Ocse, con la pandemia si rischiano perdite globali tra i 275 e i 400 miliardi di euro, somme enormi per un solo settore economico. Il 50 per cento del turismo mondiale si concentra in Europa: il settore contribuisce al 10-11 per cento del pil continentale, comprende tre milioni di aziende e dà lavoro, direttamente o indirettamente, a 27 milioni di persone.
Tra loro c’è Constantinos Sfikas, una guida turistica di Salonicco, in Grecia. Nei periodi buoni porta in giro per la città i vip, come John Malkovich e Oliver Stone per esempio. Per il turismo greco il 2019 è stato un anno da record. E le prospettive per il 2020 erano ancora migliori, almeno fino alla metà di marzo. In questo periodo Sfikas avrebbe dovuto preparare un viaggio per gli studenti della Duke university: quattro settimane tra Creta, Santorini, Naxos e infine il monte Olimpo. Sfikas avrebbe fatto da guida e consulente socioculturale ai giovani statunitensi, che nel frattempo avrebbero seguito le lezioni di filosofia dei due professori che li avrebbero accompagnati. Ma il viaggio è stato cancellato. Vent’anni fa Sfikas ha lasciato il posto in banca perché il turismo, quello legato alla cultura, gli piaceva di più. Altri hanno fatto la stessa scelta. Durante la crisi economica che ha colpito duramente la Grecia, il settore turistico ha continuato a funzionare mentre il resto dell’economia era fermo. Il sole, le spiagge, le case bianche che si stagliano contro il cielo azzurro, le montagne selvagge, l’archeologia: era tutto ancora lì e investirci sembrava una buona idea. Ma ora non sembra più così.
Cinque anni fa, quando avevano entrambi 37 anni, Zois Antonakos e Xenia Charitonos si sono trasferiti da Corinto in provincia. Lui lasciava un lavoro da dirigente in un’azienda internazionale, mentre lei aveva perso il suo in una scuola privata. Hanno aperto un piccolo albergo nella casa paterna di Xenia nell’Epiro, nel nordovest della Grecia, una regione bella e povera, poco frequentata dai turisti. L’attività andava bene, ma poi è arrivata la pandemia. Dalla terza settimana di marzo gli alberghi sono tutti chiusi e si prevede che un terzo non riaprirà più. Xenia ha parlato con un agente di viaggi tedesco che aveva prenotato per la fine di maggio: ha rimandato a giugno. Il primo giugno la coppia potrà riaprire, ma pensano che inizialmente non verrà nessuno.
Per i paesi del sud Europa il turismo è importante quanto lo è per la Germania l’industria automobilistica. Sulla voglia di viaggiare dei tedeschi non ci sono dubbi. Hanno scoperto i viaggi nel dopoguerra, quando piano piano trovarono il coraggio di mettere il naso fuori dalla Germania – per andarsene soprattutto in Italia e in Spagna – e poi il fascino per i paesi stranieri è aumentato. Senza le vacanze estive non sarebbe stato altrettanto facile avvicinare i tedeschi all’idea di Europa. Ancora prima dei trattati di Roma e della Comunità economica europea, Rimini e i viaggi del dopoguerra fecero scoprire ai tedeschi che oltre la frontiera non c’era il nemico, ma “il Giorgio” o “la Giovanna” con un fiasco di Lambrusco e un posticino riservato in campeggio. Negli anni cinquanta “estate” significava un esercito di tedeschi dell’ovest che si affannavano a passare il Brennero e il Gottardo con le loro Volkswagen per scoprire a Como o a Capri che l’Europa si poteva anche assaporare con tutti i sensi e con l’aiuto di un marco forte. Perfino al culmine della crisi economica del 2008, l’ultima vacanza a Creta ha aiutato i tedeschi a ricordare che i greci non erano pigri, anche se il luogo comune continuava a riaffiorare. Le vacanze estive sono come tre settimane di vertice europeo in costume da bagno.
L’anno del covid-19 non ha semplificato il rapporto tra chi ospita e chi è ospitato, basta dare un’occhiata alla Spagna, dove la pandemia si è trasformata in un trauma collettivo. Gli abitanti sono rimasti chiusi in casa per sette settimane, spesso in appartamenti piccoli, senza terrazzo, senza balcone. Era permesso scendere in strada solo per fare la spesa e per portare fuori il cane. Adesso i bambini possono tornare all’aria aperta – per un’ora sola al giorno e accompagnati – e dal 9 maggio gli adulti potranno anche fare attività sportiva. Ma ormai è chiaro che, almeno fino alla fine di giugno, saranno ancora vietati gli spostamenti tra province. Gli spagnoli hanno sopportato tutto questo, arrendendosi alla logica della minore mobilità possibile. Solo che questa logica è agli antipodi del turismo.
Da una parte le aziende e i lavoratori spagnoli hanno un grande bisogno di ospiti stranieri. Dall’altra, però, i turisti sono diventati un possibile veicolo di infezione. Imbarcandosi a Londra o a Berlino su un aereo diretto a Palma de Mallorca potrebbero importare il virus. E allora il loro arrivo va salutato con gioia o no?
Chi è in cassa integrazione viaggerà di meno, anche se i confini dovessero riaprire: ha esigenze più urgenti. I lavoratori autonomi hanno paura di finire sul lastrico, ammesso che non ci siano già finiti. La disoccupazione aumenterà. Anche le grandi aziende sono in difficoltà e temono di fallire. Finisce bruscamente la storia di successo del turismo tedesco, che solo tra la metà di marzo e la fine di aprile ha visto sfumare fatturati per quasi cinque miliardi di euro. Non ci sono nuove richieste né prenotazioni, e in ogni caso si prenota solo per l’autunno o per l’anno prossimo. Una situazione molto difficile per tour operator come il leader del mercato, Tui, il suo concorrente Its, oppure Der Touristik o Fti a Monaco di Baviera.
Un manager francese
Che fare quando tutto è vuoto, quando nessuno prenota? Sébastien Bazin lavora al piano superiore di un grattacielo di Issy-les-Moulineaux, con vista sul Sacré-Cœur, sulla Senna e su una Parigi abbastanza silenziosa. Bazin è il capo della grande catena alberghiera Accor, che ha più di cinquemila b&b in tutto il mondo e 150mila camere solo in Francia. È anche consulente del governo di Parigi, e in questo ruolo dovrebbe elaborare proposte su come uscire dalla crisi.
◆ A marzo del 2020 l’Associazione del trasporto aereo internazionale (Iata) ha registrato un calo mondiale del 52,9 per cento di passeggeri sui voli aerei rispetto allo stesso mese del 2019. È stato un effetto delle misure per contenere la diffusione del covid-19 e ha riportato il settore ai livelli del 2006. Il crollo più grave è nella regione dell’Asia e del Pacifico, dove la diminuzione è stata quasi del 60 per cento. All’inizio di aprile l’80 per cento dei voli mondiali era cancellato. Si stimano perdite per più di 310 miliardi di dollari nel 2020. Secondo l’Istat, in Italia a marzo sono stati cancellati due voli su tre e i passeggeri sono diminuiti dell’85 per cento (da circa 14 milioni a poco più di due milioni) rispetto allo stesso mese del 2019. Nel settore del trasporto aereo si stanno discutendo nuove misure di sicurezza, tra cui l’obbligo di mascherina per passeggeri e assistenti di volo e procedure d’imbarco con meno contatti tra le persone. Le compagnie escludono l’idea di viaggiare lasciando dei posti vuoti perché i voli non sarebbero remunerativi.
Bazin non è un tipico manager francese. Non ha studiato in una delle grandes écoles e ha vissuto a lungo a New York. Dall’inizio della crisi ha preso alcune iniziative inconsuete: la Accor non ha distribuito dividendi agli azionisti, e Bazin si è ridotto del 25 per cento lo stipendio, che superava il milione e mezzo di euro all’anno. Da settimane mette le camere d’albergo vuote nella regione parigina a disposizione del personale ospedaliero e dei dipendenti della polizia che hanno paura di infettare i familiari; ma anche dei senzatetto, dei contagiati che devono isolarsi, e delle donne che hanno subìto violenze domestiche. Il governo partecipa alle spese versando tra i 30 e i 60 euro a notte per ospite. E Bazin ha intenzione di estendere l’offerta prima a tutto il resto della Francia e poi all’Europa intera: “Non c’è niente di più triste di un albergo vuoto”, dice.
Secondo lui, la sua catena è attrezzata per reggere alla crisi. Le altre dovranno fare affidamento sugli aiuti promessi dall’Unione europea per sostenersi nel lungo termine. E come tutti quelli del settore, Bazin conta sull’apertura delle frontiere dello spazio Schengen quest’estate. Grandi aziende turistiche internazionali come Tui o Fti si sono già assicurate generosi crediti e sovvenzioni statali. Alla fine di aprile la quotazione della Tui in borsa è precipitata sotto i due miliardi di euro. Anche le aziende di trasporto o i tour operator sono stati trascinati nel vortice dei ribassi. Fino a che punto l’emergenza abbia colpito le compagnie aeree lo rivela un confronto con la crisi del 2008. Se allora c’è voluto un anno intero prima che il numero dei passeggeri in transito negli aeroporti d’Europa scendesse a 100 milioni, con la pandemia si è arrivati allo stesso risultato in appena un mese. Di certo ci vorrà molto tempo prima che i passeggeri delle navi da crociera smettano di pensare al covid-19. I giganti del settore erano già molto discussi, in quanto simbolo di un modo di viaggiare dannoso per l’ambiente all’origine dell’eccesso di turismo che travolge città come Venezia. Poi è arrivato il virus, e la Diamond Princess, che per settimane è rimasta in quarantena al largo di Yokohama, in Giappone, con a bordo passeggeri ammalati, è diventata l’immagine della pandemia. E l’effetto non è ancora finito. Un altro problema è che le isole piccole non consentiranno l’attracco ancora a lungo, ma anche grandi paesi come gli Stati Uniti potrebbero restare chiusi.
Negli ultimi decenni l’Europa è stata un territorio familiare per gli europei. Ma ultimamente è tornata a essere un continente fatto di confini e di barriere. Per capire fino a che punto il mondo sia cambiato, basta dare un’occhiata al sito di Studiosus, un’azienda tedesca a conduzione familiare. I contenuti sembrano appartenere a un tempo ormai lontano, invece risalgono solo allo scorso novembre. “Scoprite le attrazioni di una delle più belle coste d’Europa, insieme a single e a viaggiatori soli aperti al mondo”: così recitava la pubblicità di un viaggio di gruppo in Croazia in programma per la metà di giugno, che ora non si può prenotare. Studiosus è stata fondata nel 1954 ed è gestita da Peter-Mario Kubsch. Organizza viaggi per una clientela raffinata, interessata all’arte e alla cultura. Kubsch e i suoi dipendenti hanno deciso di dedicarsi al programma del 2021. Molti paesi, però, stanno considerando opzioni per garantire la sicurezza e combattere la pandemia distanziando al massimo le persone. Sulle spiagge della Puglia sono in corso esperimenti con le cabine in plexiglass. Si pensa di distribuire dei numeri progressivi alle persone per concedergli un bagno (di non più di dieci minuti). A Saint-Tropez, in Francia, il gestore del celebre Club 55 ha ideato un sistema in cui i dipendenti indosseranno indumenti protettivi, i camerieri avranno le visiere e i clienti potranno attraversare il locale in una sola direzione. A chi vuole sdraiarsi sulla spiaggia saranno distribuiti asciugamani di carta sterilizzati.
Un’altra cosa che cambierà sono i viaggi aerei. Fino a quando i suoi aerei voleranno, la Lufthansa obbligherà i passeggeri a indossare le mascherine. Incheon, l’aeroporto di Seul, in Corea del Sud, punta sulla tecnologia per rafforzare la sorveglianza. A ogni passeggero sarà misurata la temperatura corporea per tre volte: all’ingresso, nella zona di sicurezza della hall delle partenze e al gate, appena prima dell’imbarco. Chi ha la febbre non potrà salire a bordo. Di recente la Emirates, la compagnia aerea di Dubai, ha effettuato dei test sierologici rapidi sui passeggeri di un volo diretto in Tunisia. L’accuratezza di questi test è molto discussa, ma in ogni caso i clienti della compagnia sono obbligati a indossare guanti e mascherine, sia in aeroporto sia sugli aerei, dove i giornali non sono più disponibili, i pasti sono serviti in una confezione chiusa e a distanza di sicurezza, e i bagagli a mano non sono più consentiti. Inoltre gli equipaggi devono indossare sopra l’uniforme un camice usa e getta e proteggere il volto con una visiera in plastica trasparente. Un’azienda italiana ha già presentato dei divisori in plexiglass da installare fra i sedili degli aerei per impedire il contagio.
Per quanto riguarda il settore alberghiero, anche in Germania si sta pensando di eliminare i buffet della prima colazione, di installare divisori tra i tavoli delle sale ristorante e di introdurre misure di disinfezione. L’Aeronaut di Berlino dovrebbe lanciare un ostello “antigermi”, con all’ingresso erogatori di disinfettante e distributori automatici di copriscarpe. All’interno ci saranno ionizzatori che purificano l’aria, ascensori che funzionano senza contatto fisico e addirittura zerbini che catturano i batteri e li annientano. Un segnale di speranza dovrebbe arrivare dall’Austria. Anche in questo paese mancheranno i turisti tedeschi, che rappresentano un terzo dei 150 milioni di pernottamenti annuali. Il lago di Wörth, con le sue scintillanti acque color turchese e la catena delle Caravanche sullo sfondo, è saldamente radicato nel paesaggio sognato dai viaggiatori tedeschi. Gerald Knes, responsabile della balneazione a Klagenfurt, il capoluogo della Carinzia, siede nel suo ufficio con vista sul lago mentre lo specchio d’acqua è sorvolato da un drone della tv di stato. Lo scopo è illustrare, spiega Knes, una decisione che ha “una forte valenza emotiva”, e cioè che qui a Klagenfurt si può di nuovo fare il bagno. Knes, un omone con due mani grandi e forti e i capelli quasi rasati a zero, osserva dalla finestra i primi bagnanti e alcuni appassionati di stand up paddle, un tipo di surf. L’area sotto la sua responsabilità – in tutto tre stabilimenti sulle rive del lago – tornerà pienamente in funzione dal 18 maggio: “Sono felice come una pasqua”, dice: “Ora possiamo far ripartire tutto”.
Il lido Maria Loretto di Klagenfurt, aperto nel 1927 e capace di accogliere fino a 14mila ospiti, può dare un’idea di come sarà l’esperienza dei bagni al lago nell’estate del 2020. L’area del lido è stata suddivisa in nicchie e nel regolamento si legge: “Non sdraiarsi sulla sabbia, indossare la mascherina prima di andare alla toilette, rispettare le distanze di sicurezza indicate sulla passerella”. Con il 1 maggio, inizio della stagione qui al Maria Loretto, la Carinzia ha dato la prima bella notizia all’Austria. L’interruzione anticipata della stagione degli sport invernali ha provocato da sola perdite per 1,8 miliardi di euro. In un anno normale, quando al lago di Wörth comincia la stagione dei bagni, su a Ischgl e a Hintertux si scia ancora. In Austria, insomma, la stagione turistica è organizzata senza soluzione di continuità. E gli austriaci costretti a rinunciare al mare della Croazia o dell’Italia dovranno darsi da fare per sistemarsi in patria. Impazza la pubblicità delle vacanze “alle Dahamas”, cioè a casa (daheim), come le definiscono sarcasticamente i tabloid.
Sostanziale autonomia
Sulle vacanze “alle Dahamas” potrebbero orientarsi anche molti tedeschi. Secondo Norbert Kunz, direttore esecutivo dell’ente del turismo tedesco, “è probabile che tornino al primo posto le forme di ospitalità che consentono una sostanziale autonomia, come le case vacanza, le case galleggianti o i camper”. Seguite a una certa distanza dagli alberghi e dai ristoranti, naturalmente sempre con le scomode restrizioni dovute al distanziamento sociale. Se Kunz consiglia di prendere in considerazione anche regioni meno conosciute, Norbert Fiebig, presidente del Reiseverband, l’associazione dei viaggiatori tedeschi, teme che sarà difficile trovare ospitalità per i molti che quest’anno faranno le vacanze in Germania. “Secondo me”, dice, “è completamente irrealistico”.
Chi va oggi a Sylt, isola tedesca del mare del Nord, deve ricorrere a tutta la sua immaginazione per vederci un luogo di vacanze. La polizia presidia la rampa d’ingresso delle automobili e interroga i passeggeri: possono andare sull’isola solo i proprietari di prime case e i pendolari. Ma gli alberghi e i ristoranti sono chiusi ai turisti. Il lungomare di Westerland è deserto e così anche la Strönwai, la strada del lusso a Kampen, la Whiskymeile, “il miglio del whisky”. Le corsie dei supermercati sono vuote, ma gli scaffali sono pieni. L’ufficio di Moritz Luft è fornito di schermo a parete per le videoconferenze. Luft è il massimo responsabile dell’immagine dell’isola. “Più del 90 per cento delle entrate di Sylt dipendono dal turismo”, dice. Il manager si sente regolarmente con Bernd Buchholz, il ministro dell’economia del Land Schleswig-Holstein: si confrontano sulle possibilità di riaprire ai turisti, ma non sono sempre dello stesso avviso: “L’ipotesi è usare solo il 50 per cento della capacità ricettiva”, dice Luft. “Secondo noi non può funzionare. Cosa dico ai turisti che si mettono in viaggio con una prenotazione confermata ma che non possiamo ospitare perché è stato raggiunto il 50 per cento della capacità?” A Sylt vogliono arrivarci, perché il suo litorale offre molte attrattive. “La gente ha voglia di spiaggia”, afferma Luft, “ha sete di libertà, cerca l’orizzonte”. Secondo lui, quest’estate si assisterà a un aumento significativo delle presenze. Insomma, l’isola rischia di essere travolta dagli arrivi.
Già da anni con le vacanze di Pasqua o con quelle estive Sylt raggiunge il suo limite di capacità. In tempi di covid-19 la cosa rischia di essere molto problematica. L’unico ospedale dell’isola ha attualmente dieci letti in terapia intensiva, in tempi normali ne avrebbe appena cinque. Per questo, in collaborazione con gli albergatori e i ristoratori, Luft ha fatto un’analisi dei rischi: le case vacanza, gli alberghi o i ristoranti potrebbero riaprire in tempi brevi a condizione di rispettare misure precauzionali importanti. “Sarà sempre più raro andare al ristorante senza prenotazione. Sarà inevitabile ricorrere a soluzioni digitali”, spiega. Anche negli alberghi si potrebbero digitalizzare molte procedure, a cominciare dal check-in. Più difficile è il caso delle terme. Per quanto riguarda le spiagge, l’aria non rispetta le pareti divisorie, ma è possibile imporre una distanza minima tra le sedie a sdraio.
Quindi la Foresta nera invece di Tenerife? Per molti tedeschi è strano. Ma prima della pandemia nel dibattito pubblico ricorreva una parola: sostenibile. Sarebbe quello che si augurano molti ambientalisti: che l’essere umano consideri più importante preservare intatti i luoghi più belli, piuttosto che visitarli tutti per forza. Sarebbe un cambiamento radicale per chi vive i viaggi quasi come lo scopo della vita. Quelli che tra dicembre e febbraio si regalano come niente fosse una seconda estate in Sudafrica o in Vietnam e che discutono con disinvoltura dei bar di Bangkok come fossero quelli di Berlino. Anche il turismo individuale è turismo di massa: è solo più scaglionato nel tempo.
Su questi temi le manifestazioni di Friday for future hanno scatenato un dibattito in cui è stata riesumata una citazione di Hans Magnus Enzensberger che risale agli anni settanta: “Quando lo trova, il turista distrugge ciò che cerca”. La distruzione è durata anni ed è costata poco. Fino a non molto tempo fa, la brutale concorrenza tra linee aeree e tra operatori turistici assicurava puntate nelle città europee al prezzo di uno spostamento in taxi, e città come Barcellona, Lisbona o Venezia ne subivano in pieno i danni. Ma, almeno per ora, questa è storia passata, perché aerei, alberghi e ristoranti non possono più funzionare a pieno regime e per mantenersi redditizi devono alzare i prezzi.
Un modello di vita
Ma allora viaggiare tornerà a essere un privilegio dei più ricchi, com’era prima della liberalizzazione del traffico aereo? No, ma molte cose cambieranno. Meno persone faranno una seconda o una terza vacanza, e quindi diminuiranno le emissioni di anidride carbonica degli aerei. La generazione “giro del mondo” dovrà ripensare al suo modello di vita. Finora molti ventenni e trentenni inondavano Instagram di foto per mostrare l’hummus vegano consumato in chissà quale città o i selfie scattati in piazza Navona. Adesso cosa fotograferanno?
Intanto il cielo è così trasparente da risultare quasi irritante, i rumori del traffico sono attutiti, il cinguettio degli uccelli è più squillante. Come sarebbe se fossimo circondati da più natura? Meno parcheggi, capannoni, parchi industriali e più paesaggi che inducono a rilassare la mente? Sogni a occhi aperti, direte. Forse. Ma sono sogni inevitabili quando vedi certe località alle prese con i danni provocati dal turismo. Saint-Tropez è immersa nel silenzio. “Neanche da bambino”, dice il proprietario del Club 55, “ho visto la spiaggia così”. A Roma nessuno fa il bagno nella fontana di Trevi, a Venezia nessuna grande nave da crociera proietta la sua ombra sulla città. A Lisbona, nella centrale piazza del Rossio, si sentono solo le grida dei gabbiani e il tubare dei colombi. Sotto gli alberi della avenida da Liberdade si cammina come in un bosco. Niente motori scoppiettanti, niente autobus, niente battaglioni di turisti con guide dalla voce assordante. In questi giorni, la città sembra conoscere se stessa per la prima volta. Il tram della linea 28 serve finalmente per andare a far la spesa al mercato. Esperienze sconosciute da anni.
In Portogallo, il turismo è stato il motore della crescita, e in un certo senso è anche il motivo fondamentale che tiene in piedi uno degli ultimi governi socialdemocratici d’Europa. A febbraio il 2020 si presentava come un anno record: prenotazioni, volume d’affari e numero degli occupati in crescita tra il 10 e il 14 per cento. Oggi Francisco Calheiros, direttore generale dell’ente del turismo portoghese, parla di “tsunami”, di “nemico invisibile”, di calo del 95 per cento dei pernottamenti. Eppure, dice, “abbiamo un nuovo punto di forza per promuoverci”. Anche il Portogallo, come la Croazia, vorrebbe far leva sui suoi livelli relativamente accettabili di contagio per ricominciare ad attrarre turisti. “Stiamo lavorando a un certificato per alberghi, ristoranti e aeroporti dove si offre gratuitamente tutto il possibile per garantire la sicurezza”, annuncia Calheiros: “Mascherine, interi piani riservati alla quarantena, colazione esclusivamente in camera. Ci vuole fantasia”.
Già: fantasia. Sono settimane che la nave da crociera Msc Fantasia è ormeggiata a Lisbona ed è quasi completamente deserta: i passeggeri sono stati portati da un pezzo all’aeroporto, solo l’equipaggio è condannato a restare a bordo. Presto compariranno le prime tracce di ruggine. Un vascello fantasma. ◆ sk, ma
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Questo articolo è uscito sul numero 1357 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati