Mongolia, 5 dicembre 2022  (Alexander Nikolskiy, Ap/Lapresse)

Dal 5 dicembre ogni giorno migliaia di mongoli hanno sfidato le rigide temperature della regione, che in questo periodo raggiungono i trenta gradi sottozero, e sono scesi nelle piazze della capitale Ulan Bator per protestare contro la corruzione della cosiddetta mafia del carbone. Secondo la tv TenGer, i manifestanti chiedono che il governo del primo ministro Oyun-Erdene Luvsannamsrai riveli i nomi dei funzionari che si sono arricchiti grazie al traffico illegale di carbone con la Cina. Dall’inizio del conflitto ucraino l’inflazione ha raggiunto il 15,2 per cento, ma l’economia mongola risente soprattutto della chiusura delle frontiere decisa da Pechino: in Cina finisce l’86 per cento delle esportazioni del paese, la metà delle quali è costituita dal carbone. I primi a manifestare sono stati gli studenti, insoddisfatti per la mancanza di prospettive, ma nel giro di pochi giorni si sono unite a loro anche altre fasce della popolazione. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1491 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati