Dopo una cavalcata ritmica inarrestabile, con chitarre ammalianti e ottoni, una voce ci fa tornare con i piedi per terra, elencando frutti e verdure esotici: “Prezzemolo, giaco, acerola, mango! Che tentazioni!”. Un’atmosfera dal sapore psichedelico è l’antipasto di un disco, intitolato Dobra e pubblicato nel 2022, che mescola i generi, tenendo il jazz come base d’appoggio, e passa da sonorità africane a ritmi cubani, facendo incontrare la rumba congolese con il maracatu brasiliano. A Lisbona c’è un quintetto con idee ambiziose e orizzonti lontani. Autoprodotti e orgogliosi della loro indipendenza, i Gume seguono il loro percorso senza pregiudizi, lasciando i luoghi comuni dentro l’armadio della storia coloniale. Ma quali sono le influenze principali della band? Le racconta il leader del collettivo, Yaw Tembé, trombettista, cantante e compositore principale: “Sono davvero tanti i generi da cui prendiamo ispirazione, dalla musica carnatica indiana alla rumba. Abbiamo un rapporto evidente con la tradizione africana e afrolatina, ma anche con quella della diaspora”. Riguardo al processo di composizione dei pezzi, Tembé spiega: “Nella struttura dei brani ci sono momenti riservati all’improvvisazione, così come c’è molto spazio lasciato all’interpretazione di quello che componiamo. Non usiamo spartiti. A volte ci lasciamo guidare dall’ispirazione partendo da una melodia scritta, seguendo una tecnica più classica”.
Kino Sousa, PAM

Gume (Mariana Oliveira)

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Questo articolo è uscito sul numero 1526 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati