Il terzo romanzo di Nina Wähä ruota intorno ai legami familiari. Racconta di un gruppo di dodici fratelli (o quattordici, a seconda di come si conta) più i genitori. Le grandi e dolorose questioni dell’eredità, del senso di colpa e della comunità sono affrontate attraverso una famiglia povera di agricoltori nella Finlandia degli anni ottanta. Il tema è classico, l’ambientazione se non nuova è tristemente insolita, ma il modo in cui Wähä ne scrive è fenomenale. Non è facile rendere vivi quattordici personaggi, soprattutto non questi, che sono tutt’altro che simpatici. Chi vorrebbe leggere quattrocento pagine su un padre cattivo, una madre logorroica che fa finta di niente, su dei ragazzi che scompaiono nel bosco per tormentare gli animali? Eppure Il testamento è un puro piacere. Siamo coinvolti nella storia con l’aspettativa che avvenga un omicidio, ma in breve tempo ce ne dimentichiamo, tanto siamo presi da altre cose. Ogni membro della famiglia diventa protagonista per un momento, ed è così convincente che ci dimentichiamo degli altri. Nina Wähä ricorda che ogni essere umano porta dentro di sé un piccolo universo, qualcosa di così grande e profondo che non potrai mai capire davvero.
Valerie Kyeyune Backström, Expressen

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Questo articolo è uscito sul numero 1541 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati