◆ Con il blocco totale di internet imposto dal regime l’8 gennaio 2026 e le comunicazioni telefoniche instabili, è difficile avere un bilancio preciso delle vittime della repressione scatenata dalle autorità contro le proteste cominciate il 28 dicembre 2025 e diffuse in tutto il paese. Secondo l’ong Iran human rights, con sede in Norvegia, almeno 3.428 manifestanti sono stati uccisi, tra cui diversi minorenni, e più di diecimila sono stati arrestati (dati aggiornati alla sera del 14 gennaio). Altre stime, che l’ong non ha potuto verificare, registrano seimila morti. Il 14 gennaio l’Iran ha affermato che i processi dei manifestanti arrestati saranno “rapidi”, mentre le organizzazioni per i diritti umani temono un ampio ricorso alla pena di morte. Il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi ha fatto sapere il 12 gennaio che sono stati incendiati duecento negozi, 180 ambulanze, 53 moschee e alcuni autobus. I mezzi d’informazione statali hanno anche riferito di “decine di esponenti delle forze di sicurezza uccisi dai rivoltosi”.
◆Il 14 gennaio gli Stati Uniti hanno cominciato a trasferire parte del loro personale da alcune basi militari in Medio Oriente, dopo che il presidente Donald Trump ha più volte minacciato di “colpire molto duramente” la Repubblica islamica in caso di repressione delle manifestazioni. Trump aveva incoraggiato i manifestanti iraniani a continuare la loro protesta fino alla caduta del regime, promettendo sul suo social media Truth che “l’aiuto è in arrivo” senza fornire dettagli. Il giorno prima aveva annunciato l’imposizione di dazi doganali del 25 per cento a tutti i paesi che fanno affari con l’Iran. Il 12 gennaio la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato che “gli attacchi aerei sono una delle tante opzioni possibili”, assicurando però che “la diplomazia rimane la prima”. Il 12 gennaio Araghchi ha affermato che l’Iran è pronto alla guerra, ma anche a negoziare. Sembra sia stata aperta una linea di comunicazione tra il ministro iraniano e l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff.
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Questo articolo è uscito sul numero 1648 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati