Il dodicesimo libro del vincitore del Booker Prize Richard Flanagan è una brillante meditazione sul passato di un uomo e sulla storia che si è coagulata durante la sua esistenza. Flanagan esplora terreni antichi, devastati e sacri che aveva già visitato nei suoi scritti: i prigionieri di guerra e la ferrovia della morte giapponese, la storia nera dell’Australia bianca, le tracce del sangue di detenuti e coloni nella fertile terra della Tasmania e le rapide del possente fiume Franklin. Ma qui tutto ciò che ha fatto del male all’autore diventa un elisir, un balsamo per tutto quello che è accaduto prima della sua nascita e che, come ci mostra, accadrà molto tempo dopo che lui, e noi, non ci saremo più. L’effetto battito d’ali di farfalla culmina in due possibilità: o la morte precoce del padre di Flanagan come prigioniero di guerra in Giappone, con Flanagan mai nato e questo libro mai scritto; oppure la bomba atomica che cade su Hiroshima, il padre che sopravvive, e Flanagan vivo e intento a scrivere. Tutte le parole qui convergono verso la stessa destinazione: la domanda da cui il libro prende il titolo, la domanda numero 7, la parodia di Anton Čechov di un problema scolastico. Tentare di riassumere il titolo e il modo in cui si colloca in questo libro meraviglioso è un atto futile, simile a descrivere una specifica nota centrale di un profumo. Tara June Winch, The Guardian
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1649 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati