Nel bel mezzo delle tensioni tra l’Europa e Donald Trump, il dibattito aperto dal segretario generale della Nato, Mark Rutte, risulta sorprendente, almeno a prima vista.
Davanti a una commissione del parlamento europeo l’ex primo ministro olandese ha detto in modo brutale che “se qualcuno pensa che l’Unione europea possa difendersi senza gli Stati Uniti, può continuare pure a sognare”.
Queste parole hanno immediatamente provocato la reazione del ministro degli esteri francese Jean-Noël Barrot: “No, caro Rutte, gli europei devono farsi carico della propria sicurezza. Anche gli Stati Uniti ne sono convinti. È il pilastro europeo della Nato”.
Meno diplomatica è stata Muriel Domenach, ex ambasciatrice della Francia alla Nato, che ha scritto su X: “Sventolare la debolezza europea per aggrapparsi alla garanzia statunitense significa affidarsi a una logica ormai logora, oltre a inviare un pessimo messaggio alla Russia. Hashtag: risveglio definitivo”.
Questo scambio di convenevoli è emblematico del momento attuale, piuttosto particolare. L’Europa ha capito che gli Stati Uniti di Trump sono un alleato all’interno della Nato ma anche un avversario, pronto a scendere a patti con Putin senza preoccuparsi troppo della sicurezza europea. Ma naturalmente non tutti leggono nello stesso modo questa situazione.
Mark Rutte si è dato l’obiettivo di conservare la coesione dell’alleanza atlantica in questo momento difficile. È stato lui a chiamare Donald Trump “daddy”, paparino, in occasione dell’ultimo vertice della Nato, dando luogo a un momento parecchio imbarazzante. Ed è stato sempre lui, la settimana scorsa a Davos, a concordare con Trump la bozza di un accordo che ha permesso di interrompere l’escalation sulla Groenlandia.
Dove nasce il disaccordo
Rutte vuole mantenere in ogni modo gli statunitensi accanto agli europei, perché ritiene (e in questo nessuno può contraddirlo) che l’Europa non sia pronta a difendersi da sola. È un dato di fatto, anche perché per decenni il continente si è affidato al “fratello maggiore” statunitense.
Il disaccordo nasce sulla tesi secondo cui la situazione rimarrà la stessa e l’Europa non sarà mai nelle condizioni di fare a meno della protezione di Washington. Forse le parole di Rutte nascono da una scelta strategica per inviare un messaggio rassicurante agli Stati Uniti, ma è altrettanto vero che generano grande confusione in Europa.
Un parte degli europei condivide il timore di essere abbandonati in modo troppo brusco da Washington. In questo contesto non è sorprendente che la risposta piccata alle parole di Rutte sia arrivata dalla Francia, paese che può contare sulla dissuasione dell’arma nucleare. Tutti gli altri stati europei, invece, dipendono dal cosiddetto ombrello nucleare statunitense all’interno della Nato e temono di vederlo sparire, a cominciare da quelli che confinano con la Russia a est.
Emmanuel Macron dovrebbe pronunciare presto un discorso sulla dottrina nucleare nazionale, affrontando la questione (ormai discussa apertamente) di un’estensione all’europa del potere di dissuasione francese. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz avrebbe voluto parlarne già l’anno scorso.
Ma la questione della difesa europea è prima di tutto politica, se non addirittura psicologica. Gli europei sono davvero pronti a prendere in mano la propria difesa, a dotarsi dei mezzi necessari e a ridefinire i loro rapporti con gli Stati Uniti in base all’atteggiamento di Washington? Questo interrogativo esistenziale merita qualcosa di più che uno sprezzante “continuate a sognare” da parte del segretario generale della Nato.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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