Conosceremo mai il numero esatto delle vittime della repressione iraniana? Il bilancio drammatico, sicuramente il più pesante nei quarant’anni di storia della Repubblica islamica, è la conseguenza di un regime capace di far sparare sul popolo senza il minimo scrupolo.
Le dichiarazioni rilasciate il 26 gennaio a Le Monde da Mai Sato, relatrice speciale dell’Onu per l’Iran, fanno venire i brividi. Riportando le testimonianze dei medici negli ospedali e dei responsabili degli obitori, Sato conclude che “le vittime potrebbero essere decine di migliaia”.
Sono cifre degne di una vera e propria guerra, registrate nel giro di pochi giorni, durante quello che inizialmente è stato un movimento di protesta provocato dall’inflazione fuori controllo.
Il regime iraniano ha creato una narrazione destinata a far passare i manifestanti per “terroristi” o agenti al servizio di Israele e degli Stati Uniti, ma gli iraniani sanno dove sta la verità, almeno a giudicare dalle rare testimonianze che riescono a filtrare nonostante il blocco di internet.
In questo contesto l’arrivo nell’area di una flotta statunitense rilancia la possibilità di un’azione militare decisa da Donald Trump, con tutti i conseguenti dubbi relativi alle motivazioni e alle conseguenze di un attacco.
A cosa servirebbe colpire in questo momento? Questa è la domanda fondamentale. Ricordiamo bene che Trump, quando le manifestazioni erano al culmine, aveva dichiarato che l’aiuto era “in arrivo”, salvo fare marcia indietro due giorni dopo affermando, senza alcuna prova, di aver impedito ottocento esecuzioni capitali.
Alcuni esperti attribuiscono il voltafaccia statunitense all’assenza di mezzi militari sufficienti nell’area. Oggi, con il rafforzamento delle basi nella regione e l’arrivo della portaerei Lincoln e della sua scorta, questi mezzi ci sono. Ma con quale obiettivo?
Ormai non si tratta più di aiutare la popolazione. Le manifestazioni, infatti, sono finite. Rovesciare il regime? Visto che riuscirci solo per via aerea sarebbe impossibile, Trump non ha intenzione di impantanarsi in un’ennesima guerra senza fine in Medio Oriente, e tra l’altro non ha inviato nella regione un contingente adatto a un’invasione terrestre.
Resta la possibilità di attacchi punitivi per la repressione feroce inflitta agli iraniani. Moralmente potrebbe anche essere soddisfacente, ma non avrebbe alcun effetto sul regime, a meno di riuscire a decapitarlo.
Trump prenderà di mira la guida Ali Khamenei? Nessuno può escluderlo. Il fatto che un’operazione simile sarebbe illegale sul piano del diritto internazionale non fermerebbe di sicuro il presidente statunitense. Il precedente del sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro è ancora presente nella memoria di tutti.
I paesi della regione, anche gli avversari dell’Iran, non sono affatto favorevoli a un intervento di Washington. Gli Emirati Arabi Uniti, alleati di Israele nel quadro degli accordi di Abramo, chiedono di fermare l’escalation e si oppongono a un attacco che rischierebbe di scatenare il caos in un paese con novanta milioni di abitanti.
Oggi molti preferiscono lasciare che le dinamiche interne facciano il loro corso, con una guida suprema che ha ormai 86 anni, una parte del sistema probabilmente stanca delle posizioni radicali e una società traumatizzata che in maggioranza vorrebbe vedere cadere il regime.
Tuttavia, il bilancio ipotizzato dalle ong è talmente enorme che la pressione per agire è forte. Anche se la tentazione punitiva non è necessariamente buona consigliera.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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