Il quarto album in studio di A$AP Rocky riannoda un filo con il suo passato e con un presente irregolare. È il primo progetto completo dopo otto anni segnati da vicende legali, incursioni nel mondo della moda, singoli sporadici e una vita sempre più esposta. Nel frattempo Rocky è cambiato: oggi è padre, icona di stile e figura pubblica. L’album riflette questa trasformazione, come un bilancio tra quello che è stato e quello che è diventato. Il disco si apre con un’energia riconoscibile. Brani come Order of protection e Helicopter mescolano musica da club, suoni distopici e produzioni ambiziose, che spaziano dalle suggestioni teatrali di Danny Elfman a momenti più psichedelici. L’album evita deliberatamente una sola direzione stilistica. In Stole ya flow spicca una strofa letta da molti come una frecciata a Drake, diventata rapidamente un caso. Non manca però una dimensione più intima. In Stay here 4 life, dov’è ospite il cantautore Brent Faiyaz, l’arroganza lascia spazio alla vulnerabilità, mentre collaborazioni come quella con la rapper Doechii e il bassista Thundercat ampliano il paesaggio sonoro. Don’t be dumb non è privo di difetti: a volte è sovraccarico e dispersivo, e l’ambizione lo rende poco a fuoco. Ma proprio questa tensione ne definisce l’identità. Questo è il ritratto di un artista a suo agio nelle contraddizioni, tra hip-hop, punk, jazz e sperimentazione. Non sostituisce i classici di A$AP Rocky, ma riafferma quello che lo rende unico: il gusto per il rischio e il rifiuto di smussare ogni imperfezione. Un ritorno che, di per sé, è già una dichiarazione d’intenti.
Mary Chiney, Beats per Minute

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Questo articolo è uscito sul numero 1650 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati