L’amore per i libri di William Sloane (1906-1974) andava oltre l’editoria e la pubblicazione. Negli anni trenta scrisse anche un romanzo straordinario, La porta dell’alba (1939), lavorandoci soprattutto nei fine settimana e la sera. Sebbene Sloane fosse un grande appassionato di fantascienza questo non è, in senso stretto, un romanzo di fantascienza. È una buona storia, che si può leggere anche solo per piacere, ma ciò che la rende davvero affascinante e la porta a un livello più alto è la sua completa (e piuttosto disinvolta) indifferenza per i confini di genere. Il romanzo contiene certamente elementi fantascientifici: Julian Blair tenta di mettersi in contatto con la moglie morta attraverso una macchina alimentata dall’elettricità, costruita appositamente (anche se, per sicurezza, tiene a portata di mano una medium). C’è anche una forte componente di giallo: gran parte del libro ruota intorno alla sfortunata domestica, la signora Marcy, e alle circostanze della sua morte. Sappiamo fin dall’inizio che il mistero non avrà una spiegazione razionale, e questo aggiunge alla storia una risonanza che nessun romanzo di Agatha Christie potrebbe eguagliare. E poi c’è l’orrore. Eccome se c’è. Nessuno può leggere La porta dell’alba senza provare un brivido quando nel laboratorio di Blair si manifesta quella terribile vacuità: un vuoto nero, lugubre, che minaccia di risucchiare non solo carte e mobili, ma forse il mondo intero.
Stephen King, New York Review of Books

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Questo articolo è uscito sul numero 1650 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati