Franck Courtès, apprezzato fotografo, per un po’ ha guadagnato molto bene, finché un giorno, colto da nausea, ha scelto di deporre la macchina fotografica. Un autosabotaggio che ha raccontato in un libro del 2018 intitolato La dernière photo, l’ultima foto, che fu un piccolo successo. Courtès si risveglia rapidamente: con la letteratura non arriva a fine mese. “Il mestiere di scrittore consiste nel mantenere vivo un fuoco che chiede solo di spegnersi”, si legge all’inizio di La mattina scrivo. E ancora: “Finire di scrivere un testo non vuol dire essere pubblicati, essere pubblicati non vuol dire essere letti, essere letti non vuol dire essere amati, essere amati non vuol dire avere successo, avere successo non garantisce chissà quale ricchezza”. Dopo aver esaurito i risparmi, venduto a poco a poco tutto ciò che può vendere ed essersi trasferito in un monolocale di proprietà della madre, Cortès, che ha ormai 55 anni, comincia a scivolare verso la povertà ma cerca di mascherare la sua nuova condizione sotto gli abiti firmati della sua vita precedente. La mattina scrivo è il suo sesto libro e racconta senza pietismi, con classe e dignità, questa affascinante discesa agli inferi della precarietà, lontano dai due figli che vivono con la madre a Montréal. Franck Courtès fa il manovale per sgomberare macerie, monta mobili, fa consegne in bicicletta, il cameriere in un ristorante e l’inserviente. Spesso propone i suoi servizi a tariffe irrisorie, su quella che chiama la “Piattaforma”, una sorta di Uber dei lavoretti. Può guadagnare quindici euro per una mattinata di lavoro, a volte venti con la mancia. “Il lavoro non manca per chi non sa fare nulla”, è una frase su cui meditare. Una sera si propone come tassista abusivo e vagando in una zona della grande periferia parigina in pieno confinamento da covid-19, investe un capriolo. “L’unico residuo di bellezza in questi luoghi devastati”, si dice, ma anche tanta carne da mangiare. Finisce l’animale, lo carica in auto, lo porta a casa, lo macella come può e mette la carne nel congelatore. Una sequenza allucinante che, vera o fittizia che sia, è una formidabile metafora di una lotta corpo a corpo con il denaro, il lavoro, la povertà. E soprattutto con la letteratura. La mattina scrivo è un libro di grande umanità. Christian Desmeules, Le Devoir
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Questo articolo è uscito sul numero 1651 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati