Verso la fine di questo romanzo Joe Dunthorne descrive la bollitura di una lingua. È, spiega, un esperimento nato dalla sconfitta. Dal momento che non dispone di sufficiente materiale per il suo libro sulla carriera scientifica del bisnonno ebreo e sulla sua fuga dalla Germania nazista, Dunthorne è arrivato al punto di ricreare il menu della casa di riposo in cui il bisnonno morì. Nella pentola, la lingua prende vita. Mentre Dunthorne la punzecchia inutilmente, si contorce e si dimena nell’acqua, spingendo contro il coperchio. Se il possibile simbolismo sembra evidente, è anche fuorviante. Invece di reprimere la lingua insistente, il progetto dell’autore è quello di sollevare il coperchio della pentola e lasciare che la storia parli, per quanto indomabile possa rivelarsi. Contrariamente a quanto afferma, Dunthorne ha già portato alla luce una quantità sorprendente di prove sulla vita di Siegfried Merzbacher, ben poche delle quali si conformano al racconto eroico che avrebbe voluto scrivere. Il dentifricio radioattivo è un libro agile, coinvolgente che nonostante tutto lascia ai protagonisti tutta la loro dignità.
Sarah Watling, Times Literary Supplement

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Questo articolo è uscito sul numero 1651 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati